8 Maggio 2021, sabato
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Europa e Parlamento aspettano il Governo

Come può partecipare l’Italia alla formazione del diritto dell’Unione europea (Ue) e alla sua attuazione nel nostro ordinamento? Ci sono strumenti concreti per valorizzare il ruolo del Parlamento, aiutandolo non solo a rispettare obblighi e scadenze europee, ma ad essere anche propositivo? A fare luce su questi aspetti è la legge 234/2012.

Esame lampo
Anche se numerose disposizioni sono innovative, la nuova normativa riprende anche parte dei contenuti della legge 11/2005, ora abrogata. Le novità sono volte sia a recepire le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona, sia a rimediare alle ormai croniche criticità che il “sistema Italia” presenta nell’attuare con puntualità e correttezza i diversi obblighi derivanti dall’appartenenza all’Ue.

L’attuale legge comunitaria è stata sdoppiata in due distinte leggi: le c.d. “leggi europee.” Raggiungendo il risultato perseguito, entrambe le norme sono state approvate dal Parlamento in poco più di due mesi effettivi.

Ruolo parlamentare
Tuttavia un così rapido esame parlamentare rischia di rendere più formale che sostanziale il ruolo del Parlamento, dato che tutta l’attività di formazione e di attuazione degli obblighi Ue è in mano all’esecutivo che partecipa alle negoziazioni in seno al Consiglio e poi elabora i disegni di legge di attuazione, in gran parte atti di delegazione allo stesso Governo.

Ciò sembra stridere con i poteri innovativi attribuiti ai parlamenti nazionali dal Trattato di Lisbona, che li ha pienamente inseriti nel complesso sistema della governance europea. L’apparentemente impossibile quadratura del cerchio tra efficienza nell’attuazione ed effettiva partecipazione del Parlamento potrebbe essere conseguita proprio attuando ed applicando correttamente la legge 234/2012 e mettendo così a regime il complesso ma ben congegnato sistema da essa prefigurato.

Questo obbliga le singole amministrazioni a prendere in carico i singoli dossier non appena la proposta di atto Ue viene pubblicata e a redigere una “nota illustrativa” e una “relazione” (art. 6) dalle quali, tra l’altro, emerga una valutazione complessiva dell’atto e del suo impatto sull’ordinamento italiano, anche dal punto di vista finanziario, sulle competenze regionali e delle autonomie locali, sull’organizzazione delle pubbliche amministrazioni e sulle attività di cittadini e delle imprese.

Occasione imperdibile
L’obbligo della redazione di questa relazione è ciò che può determinare un cambiamento radicale della partecipazione dell’Italia alla fase ascendente del diritto Ue: solo infatti obbligando le singole amministrazioni ad analizzare la proposta di atto sin dalla sua presentazione è possibile avere una piena partecipazione dell’Italia al negoziato Ue.

Intervenire nel negoziato significa poter proporre modifiche che poi rendano più agevole l’attuazione dell’atto Ue; significa anche coinvolgere, laddove necessario, gli enti locali e regionali sin dall’inizio ed evitare così che gli obblighi dell’unione siano conosciuti solo dopo la loro approvazione, senza più margine per modificarli, ma con il solo obbligo di attuarli o applicarli.

La legge 234/2012 crea dunque un sistema complesso, destinato ad avere successo solo se ogni sua singola parte funziona. Tuttavia la concreta operatività delle procedure previste dipenderà, formalmente, dall’adozione di diversi decreti attuativi da parte dello stesso Governo e, sostanzialmente, da come le istituzioni coinvolte eserciteranno i loro poteri.

Spetta in primis al Parlamento intervenire in maniera sistematica nel processo normativo Ue e pretendere dal Governo l’adempimento di tutti gli obblighi informativi su di esso gravanti.

Perdere questa occasione sarebbe molto grave perché l’obiettivo di “una sempre più stretta integrazione tra i popoli” passa anche e, forse prima di tutto, dalla corretta attuazione degli obblighi e da una matura partecipazione alla formazione degli atti Ue che l’Italia, a distanza di sessant’anni dall’inizio del processo di integrazione Ue, stenta a raggiungere.

 

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