12 Maggio 2021, mercoledì
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IL BERLUSCONISMO PUO’ FINIRE SOLO CON LA FINE DEL BIPOLARISMO

Non contenta di avere contribuito per vent’anni a sostenere Berlusconi e a diffondere il berlusconismo, la sinistra sta ora superando se stessa nel reiterare i suoi esiziali errori. Infatti, dopo il voto di fiducia al Senato e la decisione della giunta sulla decadenza da parlamentare del Cavaliere, molti esponenti del Pd e tutti i giornali schierati a sinistra si sono affrettati a celebrare la fine del “ventennio”.

Niente di più sbagliato (purtroppo). Per due fondamentali motivi. Il primo è che Berlusconi è politicamente finito già dal 2011 – dall’estate, se Alfano e Maroni avessero approfittato della sua debolezza e di quella di Bossi di allora per “pensionare” i due “vecchietti”, e poi dall’autunno quando lo spread lo costrinse a lasciare il passo a Monti – senza che nessuno sia stato capace di archiviarlo in via definitiva. L’esito infausto di una demenziale campagna elettorale, la mancata comprensione di essere minoritaria nel paese – l’Italia ha una cultura politica di sinistra, ma una forte maggioranza di elettori a destra – la subalternità al pensiero giustizialista che vuole eliminare il nemico politico per via giudiziaria, sono tutte ragioni che spiegano perché la sinistra continua a non essere capace di chiudere e superare la stagione berlusconiana. Il secondo motivo è che per superare il berlusconismo la sinistra dovrebbe accettare di superare anche se stessa per come è stata in questi due decenni, visto che il suo ruolo è stato consustanziale a quello di Berlusconi. Il bipolarismo malato della Seconda Repubblica è frutto di tutti, non di uno solo, e gli errori dell’un polo sono stati speculari a quelli dell’altro.

Tutto questo per dire che la politica italiana, a cominciare dal governo, rischia di rimanere impantanata non meno di prima dello show-down della fiducia nelle more di “larghe intese” che non riescono ad essere “grande coalizione”. Letta ha detto che ora si può distinguere tra maggioranza numerica e maggioranza politica. Sarebbe molto opportuno che fosse così, ma potrà davvero esserlo solo e soltanto quando anche nel Pd si formalizzeranno le consimili distinzioni. Per questo, il governo – oltre ad un nuovo coraggio nel programma economico, che certo non  coincide con vendere un po’ di patrimonio per coprire l’eccesso di deficit – deve mostrare gli attributi sul fronte della giustizia, della legge elettorale e delle riforme istituzionali. Non mediando perché tutti ci stiano, ma scegliendo in modo che quella auspicata “maggioranza politica” si formi.

Prendiamo la giustizia ora che, dopo l’errore commesso da Enrico Letta di aver lodato lo stato di salute del diritto in Italia, il tema è tornato praticabile grazie al Capo dello Stato che lo ha preso dal lato dell’affollamento delle carceri e della necessità – sottolineata persino da un Papa e bollata da sentenze europee – di un loro ritorno a condizioni di normalità e umanità. Il che significa, nel breve, un loro significativo svuotamento, nella speranza che questo serva ad ammodernarle e renderle civili e dignitose, visto che nel migliore dei casi sono antiquate e inefficienti. Ecco, il governo deve affrontare la questione, ma evitando gli sbagli commessi nel passato, quando si sono separati i provvedimenti di clemenza da una riforma complessiva della giustizia, senza capire che solo una riforma vera può ridurre in modo strutturale il numero dei carcerati. Perché se è vero, come purtroppo è vero, che quasi la metà dell’attuale popolazione carceraria – per la precisione il 41,2% – è in attesa di giudizio, è facile capire che è solo cancellando questa mostruosità della reclusione preventiva che si può combattere in modo serio e duraturo all’affollamento.

Certo, molto aiuterebbe se in seno alla magistratura emergesse quella corrente di pensiero – finora rimasta underground, ma molto più diffusa di quanto non si creda – che considera un errore, per la categoria e per la giustizia, il prevalere di quell’anima movimentista e giacobina che ha voluto ingaggiare una battaglia contro il potere legislativo e contro l’esecutivo, teorizzando il principio della giurisprudenza evolutiva con funzione latamente legislativa.

Ma nell’attesa, il governo non rimanga con le mani in mano. Rompere con l’ala politica giustizialista è l’unico modo per mettere definitivamente in archivio Berlusconi e il berlusconismo.

 

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