8 Maggio 2021, sabato
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Il Made in Italy senza l’Italia

Da anni, ormai, la divaricazione tra l’andamento del business delle imprese del made in Italy e il ciclo economico italiano si è fatta visibile. Le aziende di successo nell’esportare il modo di vivere italiano nella dimensione globale, che offre opportunità in continuazione vista la propensione dei consumatori ad adottare su scala mondiale modelli nati in Italia come ben testimoniano Starbucks e Nespresso, continuano a mietere e inanellare performance da prime della classe. Cresce il loro fatturato, trascinato dalla crescita del Pil mondiale e dalla nuova domanda dei mercati emersi, la loro presenza geografica e la capacità di generare cash flow. Ferrero, Luxottica,Tod’s, Ferragamo, Prada, Prysmian e Generali sono solo alcune aziende con prodotti Made in Italy che hanno saputo ben navigare nel corso della peggiore crisi del mercato domestico dal secondo dopoguerra.

Resta comunque il fatto che mercato globale offre opportunità e i campioni del Made in Italy ne stanno approfittando al meglio. In questo modo il paradosso di un’importante economia esportatrice senza un corrispondente ombrello statale appare sempre più in tutta la sua anomala evidenza. Lo Stato-Nazione Italia si è praticamente liquefatto sotto la spinta della globalizzazione, cioè proprio quando la sua importanza per difendere il Made in Italy sarebbe stata massima. Mentre le altri grandi economie esportatrici, come la Germania, la Corea del Sud o la Svezia, hanno saputo stare sulla scena globale con istituzioni credibili e in grado di supportare e favorire il loro business nazionale, il Made in Italy si è ritrovato intrappolato in un Paese nel quale la perdita di tenuta delle istituzioni si è progressivamente accentuata tra governi politici poco credibili all’estero, atipici governi tecnici troppo timorosi nel riformare e inchieste diffuse della magistratura sulle varie Ilva o Finmeccanica, con evidenti ricadute sulla propensione internazionale a investire in Italia.

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