6 Novembre 2026, venerdì
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ANAC, la nomina di Nuccio Altieri accende lo scontro politico. Ruotolo (Pd): «Un leghista alla guida dell’Anticorruzione è un ossimoro politico»

Il Partito democratico contesta la scelta del governo di indicare alla presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione un ex responsabile del dipartimento Difesa della Lega. Nel mirino la coerenza politica della maggioranza, le modifiche al sistema degli appalti e la necessità di garantire piena autonomia all’organismo di vigilanza. Ruotolo chiede chiarimenti sui tempi della cessazione dell’incarico di partito e sui requisiti di indipendenza del candidato.

La nomina del nuovo vertice dell’Autorità nazionale anticorruzione si trasforma in un caso politico e riaccende il confronto tra governo e opposizioni sul rapporto tra potere politico, trasparenza amministrativa e controllo della spesa pubblica. Al centro della controversia c’è la candidatura di Nuccio Altieri, già responsabile del dipartimento Difesa della Lega, indicato dal governo per la presidenza dell’ANAC, un organismo chiamato a svolgere una funzione di garanzia particolarmente delicata: vigilare sulla correttezza delle procedure di affidamento, prevenire i fenomeni corruttivi e assicurare che l’interesse pubblico prevalga su qualsiasi forma di condizionamento.

A contestare apertamente la scelta è Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale del Partito democratico ed europarlamentare, che individua nella designazione una contraddizione politica e istituzionale. «Un esponente della Lega alla guida dell’Autorità anticorruzione? È un ossimoro politico», afferma, collegando la candidatura di Altieri alle scelte compiute negli ultimi anni dalla maggioranza in materia di giustizia e contratti pubblici.

La critica del dirigente dem non riguarda soltanto la provenienza politica del candidato, ma investe una questione più ampia: quale grado di autonomia può essere garantito a un’autorità indipendente quando alla sua guida viene indicata una figura che ha ricoperto un incarico di responsabilità all’interno di uno dei partiti della coalizione di governo? Una domanda che, secondo Ruotolo, richiede risposte precise e non può essere liquidata come una semplice polemica tra maggioranza e opposizione.

Nel ragionamento del Pd c’è innanzitutto il precedente dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, cancellato con una scelta sostenuta anche dalla Lega. Una decisione che ha alimentato un confronto politico e giuridico sul sistema degli strumenti di prevenzione e contrasto agli illeciti nella pubblica amministrazione. Per Ruotolo, quella scelta rappresenta un elemento da tenere presente quando si valuta la credibilità politica di una maggioranza che oggi è chiamata a individuare il vertice dell’organismo incaricato di vigilare sulla legalità amministrativa.

Altro terreno di scontro è il Codice dei contratti pubblici voluto dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. La disciplina ha ampliato il ricorso agli affidamenti diretti, introducendo soglie che consentono di procedere senza una gara ordinaria fino a 150 mila euro per i lavori e fino a 140 mila euro per servizi e forniture. Una semplificazione presentata dalla maggioranza come uno strumento per accelerare le procedure, ridurre gli oneri burocratici e rendere più tempestiva la realizzazione delle opere pubbliche.

Ma proprio su questo punto si concentra una delle principali preoccupazioni richiamate dall’esponente democratico: la semplificazione non può diventare un indebolimento delle garanzie. La rapidità degli affidamenti, infatti, deve necessariamente convivere con la trasparenza, la tracciabilità delle decisioni e la prevenzione di possibili favoritismi. Ridurre i passaggi amministrativi può rendere più efficiente la macchina pubblica, ma impone anche un sistema di controlli capace di intercettare eventuali distorsioni e assicurare condizioni di concorrenza effettiva.

In questo contesto assume particolare rilievo il confronto che si è sviluppato tra l’ANAC e la Lega. Quando il presidente uscente dell’Autorità, Giuseppe Busia, ha segnalato i rischi connessi all’estensione degli affidamenti diretti e alla possibilità che procedure meno competitive favoriscano scelte discrezionali, le sue osservazioni hanno provocato una dura reazione politica. Ruotolo ricorda che il responsabile Enti locali della Lega arrivò a chiederne le dimissioni.

È proprio questo episodio a rendere, nella ricostruzione del Pd, ancora più controversa la candidatura di Altieri. Da una parte un’autorità che, attraverso il proprio presidente, ha esercitato il diritto e il dovere di segnalare criticità nelle scelte legislative e amministrative del governo; dall’altra una forza politica che ha contestato duramente quelle prese di posizione e che ora esprime, attraverso una figura proveniente dai propri ranghi, un candidato alla guida della stessa istituzione.

La questione, dunque, supera la semplice appartenenza partitica. Il punto centrale è il rapporto tra indipendenza formale e autonomia sostanziale. Un’autorità di garanzia non deve soltanto essere indipendente: deve anche apparire tale agli occhi dei cittadini, delle imprese e delle amministrazioni sottoposte alla sua vigilanza. La credibilità dell’istituzione dipende dalla possibilità di esercitare i propri poteri senza timori reverenziali, pressioni politiche o convenienze di schieramento.

È questa la ragione per cui Ruotolo chiede al governo di chiarire quando sia effettivamente cessato l’incarico di Nuccio Altieri all’interno della Lega e sulla base di quali elementi venga considerato soddisfatto il requisito di indipendenza necessario per ricoprire la presidenza dell’ANAC.

Non si tratta, nella prospettiva dell’esponente democratico, di mettere in discussione il diritto di una persona a essere valutata per le proprie competenze, ma di verificare la piena compatibilità tra il percorso politico e professionale del candidato e la funzione istituzionale alla quale viene destinato. Una verifica che, proprio per la delicatezza dell’incarico, dovrebbe essere condotta con la massima trasparenza.

L’ANAC non è infatti un organismo chiamato ad avallare le decisioni dell’esecutivo, né una struttura amministrativa al servizio dell’indirizzo politico della maggioranza. Il suo ruolo è esattamente opposto: controllare, segnalare, intervenire quando necessario e richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità. Anche quando le criticità riguardano provvedimenti approvati dal governo o sostenuti dai partiti che ne fanno parte.

La vicenda pone così una questione che riguarda il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche. La fiducia nei controlli pubblici non può dipendere dalla vicinanza politica di chi li esercita, ma dalla certezza che ogni amministrazione, indipendentemente dal colore del governo, sia sottoposta alle medesime regole. La funzione anticorruzione richiede quindi una distanza effettiva dai centri del potere politico, soprattutto quando l’attività di vigilanza può entrare in conflitto con le scelte della maggioranza.

«Chi vigila sugli appalti pubblici deve poter dire al governo, senza condizionamenti, che le sue scelte sono sbagliate. È quello che ha fatto Busia», conclude Ruotolo.

Parole che riassumono il senso politico della contestazione del Pd. La partita sulla presidenza dell’ANAC non riguarda soltanto il nome del successore di Giuseppe Busia, ma il modello di rapporto che il governo intende instaurare con le autorità indipendenti. Il nodo è stabilire se chi è chiamato a controllare il potere possa farlo con la necessaria libertà, anche quando le proprie valutazioni risultano scomode per chi governa.

Perché la credibilità di un’autorità anticorruzione non si misura soltanto nelle norme che ne disciplinano l’organizzazione o nei requisiti formali del suo presidente. Si misura soprattutto nella sua capacità di esercitare il controllo senza distinguere tra maggioranza e opposizione, senza risparmiare critiche all’esecutivo e senza trasformare la vigilanza in una funzione di ratifica delle decisioni politiche. È su questo terreno che il governo è chiamato a fornire le proprie spiegazioni.

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