6 Novembre 2026, venerdì
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Israele, si incrina il fronte di Netanyahu: gli ultraortodossi si sfilano e lasciano aperta la partita sul governo

A meno di ventiquattro ore dall'avvio delle consultazioni presidenziali, Ebraismo Unito rompe gli equilibri della coalizione uscente e non indica un candidato premier. I sette seggi della formazione ashkenazita diventano decisivi per la nascita del nuovo esecutivo. Sullo sfondo, lo scontro sull'esenzione militare degli studenti delle scuole rabbiniche e la possibile ridefinizione degli schieramenti attorno a Netanyahu e Gadi Eisenkot.

La prima crepa si è aperta quando ancora non si era conclusa la prima giornata di consultazioni. E per Benjamin Netanyahu, che si presenta alla delicata partita per la formazione del nuovo governo israeliano contando sulla tenuta del proprio schieramento, il segnale è tutt’altro che marginale. Ebraismo Unito, la formazione che riunisce i due principali partiti ultraortodossi ashkenaziti, ha deciso di non indicare alcun candidato alla guida del prossimo esecutivo, prendendo formalmente le distanze dal blocco politico del primo ministro uscente.

Una scelta che, al di là delle formule diplomatiche utilizzate davanti al presidente Isaac Herzog, ha un significato politico preciso: gli ultraortodossi non intendono più essere considerati una componente automaticamente acquisita dell’area Netanyahu. I loro rappresentanti hanno dichiarato di non sentirsi vincolati ad alcuno schieramento, lasciando aperta la possibilità di negoziare il proprio sostegno sulla base delle condizioni che riterranno irrinunciabili.

Il passaggio è particolarmente significativo perché arriva a meno di ventiquattro ore dall’inizio delle consultazioni per individuare il leader incaricato di formare il nuovo governo. Una tempistica che restituisce immediatamente la misura della fragilità degli equilibri parlamentari e della difficoltà con cui Netanyahu potrebbe tentare di ricomporre una maggioranza.

Diversa la posizione di Itamar Ben Gvir. Il leader di Potere Ebraico ha confermato il proprio sostegno al premier uscente, indicando nuovamente Netanyahu come candidato alla guida del governo. Ma la fedeltà di Ben Gvir non basta a compensare il peso della scelta ultraortodossa, soprattutto in una fase nella quale ogni singolo seggio può risultare determinante.

Il nodo della leva militare divide la maggioranza

Dietro la presa di distanza di Ebraismo Unito c’è una questione che da tempo rappresenta uno dei punti più controversi della politica israeliana: l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshiva, le scuole religiose ebraiche.

I rappresentanti della formazione ultraortodossa hanno chiarito che il loro eventuale sostegno a un nuovo esecutivo dipenderà dalla disponibilità a introdurre una legislazione capace di preservare questa prerogativa. Non si tratta di una rivendicazione secondaria, né di una semplice richiesta da inserire nel programma di governo. Per i partiti religiosi, la tutela dello studio nelle scuole rabbiniche e la possibilità di sottrarre gli studenti alla leva costituiscono un elemento identitario, politico e sociale sul quale non sembrano disposti a concedere compromessi sostanziali.

Per comprendere la portata dello scontro bisogna considerare il particolare equilibrio su cui si regge da anni il sistema politico israeliano. I partiti ultraortodossi hanno rappresentato una componente essenziale delle maggioranze guidate da Netanyahu, ottenendo in cambio influenza sulle politiche religiose, risorse per le proprie istituzioni educative e garanzie sulla condizione degli studenti delle yeshiva.

Questo rapporto, tuttavia, si è progressivamente logorato proprio attorno alla questione della leva. La richiesta di mantenere un regime di esenzione generalizzata si scontra infatti con una sensibilità sempre più diffusa nella società israeliana, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 e durante una guerra che ha imposto costi umani, militari e sociali particolarmente pesanti.

La disparità tra chi è chiamato a prestare servizio, spesso per periodi prolungati e con richiami ripetuti, e chi può continuare gli studi religiosi senza essere arruolato è diventata un tema politicamente esplosivo. Per una parte crescente dell’opinione pubblica, il principio della condivisione degli obblighi di difesa nazionale non può essere subordinato alle esigenze di una singola componente della società.

È in questo contesto che la posizione di Ebraismo Unito assume un valore che supera la normale dialettica tra alleati. La formazione si trova davanti a un dilemma: preservare il rapporto storico con Netanyahu oppure sfruttare la propria forza parlamentare per ottenere garanzie più solide sulla questione che considera prioritaria.

La scelta di non indicare un candidato premier consente, almeno per il momento, di evitare un impegno politico definitivo. Gli ultraortodossi mantengono così aperte le proprie opzioni e si riservano la possibilità di trattare con interlocutori diversi, senza consegnare preventivamente i propri voti a uno schieramento.

Sette seggi che possono cambiare gli equilibri

La decisione ha un effetto immediato sulla geometria parlamentare. I sette seggi di Ebraismo Unito non possono più essere considerati una componente certa del fronte di Netanyahu. Il loro peso diventa quindi potenzialmente decisivo nella costruzione di una maggioranza alternativa o nella trattativa per la nascita di un governo di diversa composizione.

In un Parlamento caratterizzato da equilibri ravvicinati, la differenza tra una coalizione sufficientemente ampia e un esecutivo incapace di ottenere la fiducia può dipendere proprio dalla disponibilità di formazioni numericamente contenute ma politicamente indispensabili.

È il paradosso della politica israeliana: partiti con un consenso relativamente limitato possono esercitare un’influenza considerevole sulle scelte dell’intero Paese quando il quadro parlamentare è frammentato. Gli ultraortodossi conoscono bene questa dinamica e hanno dimostrato in più occasioni di saper trasformare la propria posizione negoziale in un potere di condizionamento molto superiore al numero dei loro rappresentanti.

La loro uscita dal perimetro politico di Netanyahu, almeno sul piano delle indicazioni formali, non equivale necessariamente a un sostegno all’opposizione. Sarebbe prematuro interpretarla come una scelta definitiva a favore di un altro candidato. Piuttosto, si tratta di una presa di distanza che permette alla formazione di conservare margini di manovra e di massimizzare il valore dei propri sette voti.

Anche per questo la parola decisiva, almeno per ora, resta negoziato.

La partita tra Netanyahu e Eisenkot

Le consultazioni proseguono mentre si prepara il confronto tra i due protagonisti della competizione per la guida del prossimo governo: Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot, leader di Yashar e principale riferimento dello schieramento alternativo.

Il presidente Isaac Herzog ha ripreso gli incontri con i rappresentanti delle forze politiche elette alla nuova Knesset, dopo aver avviato il ciclo di consultazioni con le formazioni minori. Gli appuntamenti si svolgono presso la residenza presidenziale di Gerusalemme e vengono trasmessi in diretta streaming, consentendo di seguire pubblicamente le indicazioni dei diversi partiti.

Dopo l’incontro con i rappresentanti ultraortodossi, l’agenda presidenziale prevede i colloqui con i Democratici, Ra’am, Lista Unita e B’Yachad. La giornata si concluderà con le delegazioni di Yashar, la formazione guidata da Eisenkot, e del Likud di Netanyahu.

È soprattutto quest’ultimo passaggio ad avere un valore politico particolare. Da una parte il premier uscente cercherà di dimostrare di conservare una base parlamentare sufficiente per ottenere l’incarico; dall’altra Eisenkot dovrà verificare la consistenza effettiva del fronte alternativo e la possibilità di aggregare forze che, pur non condividendo necessariamente un’identica impostazione politica, potrebbero convergere sull’obiettivo di impedire un nuovo governo Netanyahu.

In questo scenario, anche le posizioni dei partiti arabi possono assumere un peso rilevante. La loro disponibilità a sostenere, direttamente o indirettamente, una soluzione alternativa potrebbe contribuire a modificare gli equilibri della Knesset e ad ampliare lo spazio di manovra di Eisenkot.

Ma la costruzione di una maggioranza alternativa non è un’operazione automatica. Le differenze ideologiche, le distanze programmatiche e le riserve reciproche tra le diverse formazioni rappresentano ostacoli concreti. Una convergenza contro Netanyahu non significa necessariamente la disponibilità a condividere un programma di governo, tanto meno a sostenere un esecutivo per l’intera legislatura.

Herzog davanti a una maggioranza ancora tutta da costruire

Il compito del presidente Herzog è ora quello di valutare le indicazioni raccolte e verificare quale leader disponga delle maggiori possibilità di formare un governo in grado di ottenere la fiducia della Knesset.

Le consultazioni non costituiscono un semplice passaggio protocollare. In un sistema parlamentare frammentato come quello israeliano, rappresentano il momento nel quale diventano visibili le alleanze possibili, le incompatibilità e soprattutto il peso delle forze politiche che possono determinare il destino dell’esecutivo.

La scelta di Ebraismo Unito complica il percorso di Netanyahu proprio perché sottrae certezza a un’alleanza che per anni ha costituito uno dei pilastri della sua permanenza al potere. Il premier uscente dovrà ora misurarsi con una formazione che non si considera più automaticamente parte del suo blocco e che lega qualsiasi eventuale sostegno a una precisa concessione legislativa.

Per Eisenkot, invece, si apre uno spazio politico che dovrà essere trasformato in una maggioranza concreta. La distanza degli ultraortodossi da Netanyahu può indebolire il fronte del Likud, ma non garantisce che i loro voti possano essere trasferiti a un candidato alternativo. Il tema dell’esenzione militare, anzi, rischia di rendere particolarmente complicata qualsiasi intesa con forze politiche che hanno fatto della parità degli obblighi militari una delle proprie battaglie.

La partita, dunque, è tutt’altro che chiusa. Ebraismo Unito ha scelto di non consegnare subito le proprie carte, Ben Gvir ha ribadito la fedeltà a Netanyahu e il fronte di Eisenkot deve ancora dimostrare di essere in grado di trasformare le divisioni della maggioranza uscente in un progetto di governo credibile.

La vera questione non riguarda soltanto chi guiderà il prossimo esecutivo israeliano, ma quali concessioni sarà disposto a fare per garantirsi una maggioranza. La crisi dell’alleanza con gli ultraortodossi dimostra infatti che il problema di Netanyahu non è esclusivamente numerico. È anche politico e programmatico: tenere insieme forze che hanno interessi sempre più difficili da conciliare.

La questione della leva militare ne è l’esempio più evidente. Mentre il Paese continua a confrontarsi con le conseguenze della guerra e con la necessità di garantire la propria sicurezza, la possibilità di mantenere un’esenzione per una parte della popolazione resta una delle principali linee di frattura interne.

In questo quadro, i sette seggi di Ebraismo Unito pesano molto più del loro valore aritmetico. Sono diventati il simbolo di una coalizione che non appare più compatta e di una trattativa nella quale Netanyahu non può dare nulla per scontato.

La prima giornata delle consultazioni ha già consegnato un’indicazione chiara: il prossimo governo israeliano, qualunque sia il suo colore politico, dovrà fare i conti con un sistema di alleanze sempre più fragile. E per Netanyahu, che per anni ha costruito la propria forza sulla capacità di tenere insieme interessi differenti, la sfida potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.

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