6 Novembre 2026, venerdì
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La spesa alimentare rallenta, gli italiani comprano meno: a settembre volumi in calo dello 0,3%

L’ultima rilevazione Istat fotografa un commercio al dettaglio ancora fragile. Il valore complessivo delle vendite cresce appena dello 0,1% rispetto ad agosto, mentre i consumi restano fermi. Per gli alimentari il dato è particolarmente significativo: la spesa tiene sul piano monetario, ma diminuiscono le quantità acquistate. Un segnale che riporta al centro il tema del potere d’acquisto delle famiglie.

Il carrello della spesa continua a fare i conti con un equilibrio sempre più difficile tra prezzi, redditi e capacità di consumo. A settembre gli italiani hanno acquistato meno prodotti alimentari rispetto al mese precedente, nonostante il valore complessivo delle vendite sia rimasto invariato. È quanto emerge dalle stime diffuse dall’Istat sul commercio al dettaglio, che restituiscono l’immagine di un mercato ancora caratterizzato da una domanda prudente e da una ripresa dei consumi tutt’altro che consolidata.

Nel confronto con agosto, le vendite al dettaglio registrano un incremento marginale dello 0,1% in valore, mentre i volumi restano sostanzialmente fermi. Una dinamica che, letta attraverso la distinzione tra quanto si spende e quanto effettivamente si acquista, evidenzia una situazione meno incoraggiante di quanto possa suggerire il dato nominale. La crescita del valore delle vendite, infatti, non si traduce automaticamente in un aumento dei consumi reali.

Il comparto alimentare rappresenta, da questo punto di vista, uno degli indicatori più significativi. A settembre le vendite di prodotti alimentari non mostrano variazioni in valore rispetto ad agosto, ma registrano una flessione dello 0,3% in volume. In altri termini, la spesa complessiva rimane stabile, ma nei punti vendita passa una quantità inferiore di merci. È una differenza tutt’altro che marginale, perché consente di distinguere l’andamento monetario degli acquisti dalla loro consistenza effettiva.

Il dato suggerisce una domanda alimentare che non riesce a trovare nuovi spazi di espansione. Le famiglie continuano a destinare risorse all’acquisto di beni essenziali, ma la quantità di prodotti acquistati tende a ridursi. In un contesto nel quale il bilancio domestico deve fare i conti con numerose voci di spesa, anche il carrello alimentare diventa terreno di valutazione, selezione e contenimento.

Diverso, almeno in parte, l’andamento dei beni non alimentari, che a settembre mostrano una dinamica moderatamente positiva. Le vendite crescono dello 0,3% in valore e dello 0,1% in volume. Si tratta di variazioni contenute, ma che indicano una maggiore tenuta degli acquisti in questo segmento rispetto al comparto alimentare. Il risultato, tuttavia, non basta a delineare un’inversione di tendenza generalizzata per il commercio.

Il quadro appare ancora più articolato osservando il confronto su base annua. Rispetto a settembre 2025, le vendite al dettaglio aumentano dell’1,6% in valore, ma diminuiscono dello 0,1% in volume. Anche in questo caso, dunque, la crescita della spesa non corrisponde a un’espansione delle quantità acquistate.

La distanza tra i due indicatori emerge tanto nel comparto alimentare quanto in quello non alimentare. Per i prodotti alimentari, il valore delle vendite cresce dell’1,7% su base annua, mentre i volumi segnano una contrazione dello 0,1%. Per i beni non alimentari l’incremento in valore è pari all’1,5%, a fronte di una flessione dei volumi dello 0,2%.

Il dato annuale conferma quindi una caratteristica ormai centrale nella lettura del commercio al dettaglio: la spesa monetaria può aumentare anche quando le quantità acquistate non crescono, o addirittura diminuiscono. Per comprendere davvero lo stato dei consumi è necessario guardare oltre il valore nominale delle vendite e concentrarsi sui volumi, che restituiscono una misura più diretta dell’effettiva domanda di beni.

Il potere d’acquisto resta la variabile decisiva

La fotografia scattata dall’Istat pone nuovamente l’attenzione sulla capacità delle famiglie di sostenere i consumi. Il dato alimentare è particolarmente rilevante proprio perché riguarda una componente difficilmente comprimibile del bilancio domestico. A differenza di molti acquisti non essenziali, la spesa per gli alimenti non può essere eliminata, ma può essere rimodulata attraverso quantità, tipologie di prodotto, marche e frequenza degli acquisti.

Quando il valore della spesa rimane stabile mentre i volumi diminuiscono, il segnale è quello di una domanda che non riesce ad ampliarsi. Non significa necessariamente che tutte le famiglie stiano riducendo gli acquisti nella stessa misura, ma indica una tendenza complessiva alla cautela, che merita attenzione soprattutto in un comparto direttamente legato alle necessità quotidiane.

Anche il confronto con l’anno precedente restituisce un’indicazione importante. L’aumento dell’1,6% del valore complessivo delle vendite, accompagnato da una lieve flessione dei volumi, mostra che la crescita nominale del commercio non coincide con un rafforzamento dei consumi reali. È una distinzione fondamentale per valutare la salute del mercato interno e la capacità della domanda di sostenere l’attività delle imprese.

Per gli operatori della distribuzione, questi numeri rappresentano un elemento da non sottovalutare. La stabilità della spesa alimentare in valore, associata alla contrazione delle quantità, richiede particolare attenzione alle strategie commerciali, alla gestione degli assortimenti e alla sensibilità dei consumatori nei confronti dei prezzi. In un mercato nel quale la domanda appare selettiva, la competitività non si gioca soltanto sull’ampiezza dell’offerta, ma anche sulla capacità di intercettare esigenze di convenienza e qualità.

Il quadro di settembre, in definitiva, non segnala un crollo dei consumi, ma conferma una persistente debolezza della domanda interna. Il commercio al dettaglio mostra un lieve progresso monetario, mentre sul fronte delle quantità acquistate prevale la sostanziale stagnazione. Gli alimentari, con volumi in diminuzione sia nel confronto mensile sia in quello annuale, rappresentano il punto più delicato di questa fotografia.

La questione, dunque, non è soltanto quanto gli italiani spendano, ma soprattutto quanto riescano ancora a mettere nel carrello. Ed è proprio nella differenza tra il conto alla cassa e la quantità di prodotti acquistati che si misura una delle principali fragilità dei consumi delle famiglie.

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