Il contrasto alla povertà torna al centro dell’iniziativa politica del Movimento 5 Stelle e si candida a diventare uno dei terreni di confronto più significativi all’interno del campo progressista. A rilanciare la necessità di un nuovo strumento universale di protezione sociale è Chiara Appendino, deputata pentastellata ed ex sindaca di Torino, che in un’intervista a Radio Cusano ha indicato con chiarezza la direzione politica del Movimento: ripristinare una misura strutturale di sostegno al reddito, superando le limitazioni degli strumenti attualmente in vigore e riconoscendo che la povertà non riguarda soltanto chi è privo di un’occupazione, ma investe sempre più frequentemente anche chi lavora.
La proposta, nelle parole di Appendino, va oltre la questione terminologica. Che si chiami nuovamente reddito di cittadinanza oppure assuma una denominazione diversa, ciò che conta è la funzione dello strumento: garantire una rete di protezione a tutte le persone che si trovano in condizioni di difficoltà economica, senza trasformare la condizione di indigenza in una responsabilità individuale da sanzionare.
«Quando tu vivi in un Paese in cui sei milioni di persone sono in povertà assoluta, di cui un milione sono minori, serve uno strumento universale contro la povertà, che tra l’altro vale anche per chi lavora», ha affermato la parlamentare. Numeri che, secondo la lettura politica proposta dalla deputata, restituiscono la dimensione di un’emergenza che non può essere affrontata attraverso interventi occasionali o misure limitate a categorie ristrette della popolazione.
Il passaggio più significativo del suo ragionamento riguarda il cosiddetto lavoro povero, una contraddizione sempre più evidente nel mercato occupazionale italiano. Avere un impiego, infatti, non rappresenta necessariamente una garanzia di autonomia economica. Esistono lavoratori che, pur svolgendo regolarmente la propria attività, non dispongono di risorse sufficienti per sostenere il costo della vita, affrontare le spese familiari e mantenere condizioni dignitose.
Appendino richiama in particolare il dato secondo cui il 14 per cento degli operai non riuscirebbe ad arrivare a fine mese. «Non stanno sul divano, stanno in fabbrica», sottolinea, scegliendo un’espressione che contiene una precisa risposta alle critiche rivolte negli anni al reddito di cittadinanza. Il sostegno economico, nella sua impostazione, non deve essere considerato un’alternativa al lavoro né un premio per chi non lavora, ma uno strumento di integrazione per chi, nonostante l’occupazione, resta intrappolato in una condizione di fragilità.
È qui che si colloca la distanza politica e culturale che la deputata individua tra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra. «Per la destra la povertà è una colpa da punire, per noi è un’ingiustizia da combattere». Una contrapposizione che non riguarda soltanto la gestione delle politiche assistenziali, ma investe una diversa concezione del ruolo dello Stato e della responsabilità pubblica nei confronti delle fasce più vulnerabili.
La proposta di Appendino punta dunque a rimettere al centro il principio secondo cui nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti alla perdita del lavoro, alla precarietà o a una retribuzione insufficiente. Una persona che lavora, ma non riesce a vivere dignitosamente, non può essere considerata estranea al problema della povertà. Allo stesso modo, chi non trova un’occupazione non può essere abbandonato a una condizione di esclusione permanente.
Nel ragionamento della parlamentare entra anche un tema che il governo Meloni ha posto stabilmente al centro della propria comunicazione politica: la sicurezza. Appendino prova a sottrarre questo argomento alla sola dimensione dell’ordine pubblico, collegandolo direttamente alla condizione economica e sociale delle persone. La sicurezza, sostiene, non si costruisce esclusivamente attraverso controlli e interventi repressivi, ma anche garantendo stabilità, reddito e prospettive di vita.
«La sicurezza, che come bandiera piace tanto a Meloni, passa anche dalla sicurezza sociale», afferma. È un passaggio che sintetizza la strategia politica del Movimento 5 Stelle: contendere alla destra uno dei suoi principali temi identitari, sostenendo che non esiste sicurezza duratura senza politiche capaci di ridurre le disuguaglianze, contrastare l’emarginazione e restituire opportunità a chi vive ai margini.
La questione del reddito diventa così anche un banco di prova per la costruzione di un programma condiviso tra le forze progressiste. Appendino non nasconde la volontà di trasformare la misura in una priorità politica e si dice convinta che sul tema possa maturare una convergenza all’interno dell’area alternativa al centrodestra. «È una priorità e sono convinta che ci troveremo tutti d’accordo nel campo progressista», conclude.
Una prospettiva che apre inevitabilmente una discussione sulle caratteristiche concrete del futuro strumento: platea dei beneficiari, criteri di accesso, rapporto con le politiche attive del lavoro, livelli di sostegno e risorse necessarie. Ma il messaggio politico è già definito. Per il Movimento 5 Stelle, la lotta alla povertà deve tornare a essere una responsabilità centrale dello Stato e non un capitolo secondario delle politiche economiche.
Torino, Appendino difende il progetto della moschea: «La destra cerca un nemico per nascondere i fallimenti sulla sicurezza»
Dalle politiche sociali al confronto sulle città, Chiara Appendino interviene anche sulla controversia relativa alla nuova moschea di Torino, diventata oggetto di una polemica politica che coinvolge il progetto urbanistico e la destinazione di un’area da tempo abbandonata.
L’ex sindaca rivendica direttamente la scelta amministrativa compiuta durante il proprio mandato e respinge le contestazioni della destra, accusata di utilizzare la questione religiosa come terreno di contrapposizione ideologica. In un intervento pubblicato sui propri canali social, la deputata pentastellata ricostruisce la genesi del progetto e ne difende l’impostazione, sostenendo che l’obiettivo fosse restituire alla città uno spazio degradato e inutilizzato, trasformandolo in un polo di aggregazione e servizi.
«La moschea di Torino è il nuovo bersaglio della solita falsa battaglia ideologica della destra per accendere una nuova polemica e spegnere la luce sui propri fallimenti sulla sicurezza», scrive Appendino.
La parlamentare sottolinea di aver autorizzato personalmente il progetto quando era alla guida del Comune e di considerare quella decisione motivo di orgoglio. Il piano, nella sua ricostruzione, non si limita alla realizzazione di un luogo di culto, ma prevede la trasformazione di un edificio e di un’area abbandonati da decenni in un centro polifunzionale, con spazi destinati anche alle attività di studio e alla socialità.
La presenza della moschea viene quindi inserita all’interno di un intervento più ampio di rigenerazione urbana. Un’impostazione che, secondo l’ex prima cittadina, risponde a una precisa scelta amministrativa: restituire vitalità a una zona della città attraverso funzioni capaci di attrarre cittadini, studenti e frequentatori, evitando che gli spazi inutilizzati restino esposti al degrado e alle attività illegali.
«Ho preferito una zona attraversata dai cittadini e dagli studenti piuttosto che in balia del malaffare e dello spaccio. È così che voglio vedere cambiare un quartiere», afferma.
Il ragionamento di Appendino si sviluppa su un doppio piano. Da una parte, la difesa della libertà religiosa e della possibilità di garantire luoghi di culto alle diverse comunità presenti sul territorio; dall’altra, la convinzione che la riqualificazione delle periferie debba passare attraverso interventi concreti, servizi, presidi sociali e una maggiore frequentazione degli spazi pubblici.
La deputata contesta alla destra di concentrare l’attenzione sugli aspetti polemici del progetto, anziché affrontare le questioni che riguardano quotidianamente la sicurezza dei quartieri. Il riferimento è alle promesse di rafforzamento dei controlli e della presenza delle forze dell’ordine, che secondo Appendino non avrebbero trovato risposte sufficienti nell’azione amministrativa e politica del centrodestra.
«La destra, invece di cercare appigli burocratici e indicare un nemico da odiare, pensi a mettere più volanti in strada, telecamere e controlli reali nelle periferie come hanno promesso per anni», conclude.
La polemica sulla moschea assume così un significato che supera la singola vicenda torinese. Al centro si confrontano due differenti approcci al governo del territorio: da un lato, quello che individua nella presenza di nuovi luoghi di culto un potenziale elemento di conflitto; dall’altro, quello che considera la pluralità religiosa e culturale una componente della vita urbana, da accompagnare attraverso regole, servizi e progetti di rigenerazione.
Per Appendino, il punto decisivo resta la capacità delle istituzioni di trasformare le aree degradate in luoghi vissuti e presidiati dalla comunità. Una visione che si lega alla sua più ampia critica alle politiche della destra: la sicurezza, nella sua interpretazione, non può essere ridotta alla ricerca di un bersaglio politico o alla contrapposizione tra gruppi sociali, ma deve misurarsi con la qualità degli spazi pubblici, la presenza dei servizi e le condizioni materiali di chi abita le periferie.
Scuola, Zan attacca il governo dopo il richiamo europeo: «Il tetto agli alunni stranieri è discriminatorio»
Il confronto politico si sposta infine sulla scuola, dove Alessandro Zan, componente della segreteria nazionale del Partito democratico ed europarlamentare, interviene sulla posizione espressa dalla Commissione europea in merito al tetto agli alunni stranieri nelle classi, misura sostenuta dal governo Meloni e presentata come risposta alle difficoltà di integrazione e alla concentrazione degli studenti con cittadinanza straniera in alcuni istituti.
Per Zan, il richiamo europeo rappresenta una presa di posizione inequivocabile contro un’impostazione che rischia di tradursi in una discriminazione fondata sulla nazionalità. L’esponente dem richiama il principio di uguaglianza sancito dai trattati europei, secondo cui non sono ammesse discriminazioni dirette o indirette basate sulla cittadinanza.
«Oggi la Commissione Ue ha ricordato al governo Meloni quello che diciamo da tempo: i trattati europei vietano ogni forma di discriminazione, diretta o indiretta, basata sulla nazionalità», dichiara Zan, definendo la posizione europea una «bocciatura a tutti gli effetti» del tetto agli alunni stranieri.
La questione investe uno dei nodi più delicati del sistema scolastico italiano: come affrontare le difficoltà di integrazione, le disuguaglianze territoriali e la concentrazione degli studenti con background migratorio in determinati istituti senza introdurre criteri che possano compromettere il principio di pari accesso all’istruzione.
La critica del Partito democratico è rivolta soprattutto alla scelta di intervenire attraverso un limite numerico alla presenza di alunni stranieri nelle classi, anziché affrontare le condizioni strutturali che determinano le difficoltà di alcune scuole. Per Zan, la priorità dovrebbe essere rappresentata da un piano di investimenti, dal rafforzamento degli organici e dalla riqualificazione degli edifici scolastici.
«Basta trattare la scuola come un campo di battaglia ideologico. Servono investimenti, nuove assunzioni, interventi sugli edifici scolastici», afferma l’europarlamentare, indicando nella carenza di risorse e personale uno dei problemi che il governo dovrebbe affrontare con maggiore urgenza.
L’attacco si allarga quindi alla gestione della politica scolastica da parte dell’esecutivo. Zan accusa la maggioranza di privilegiare iniziative dal forte impatto comunicativo, trascurando gli interventi necessari a migliorare concretamente la qualità dell’istruzione. Nel mirino finiscono anche i tagli agli organici previsti dalla manovra, con particolare riferimento alla riduzione di circa settemila posti tra insegnanti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario.
Il parlamentare dem richiama inoltre le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che avrebbe sostenuto di non essere a conoscenza dei tagli. Una circostanza che Zan utilizza per evidenziare, a suo giudizio, le contraddizioni interne alla maggioranza e l’assenza di una linea coerente sulle politiche scolastiche.
«Il governo Meloni è capace solo di fare propaganda e tagliare risorse per poi nascondersi dietro un dito, come ha fatto Salvini dichiarando di non sapere nulla del taglio di 7000 posti fra insegnanti e personale Ata previsti in manovra», osserva.
La conclusione è affidata a una sintesi polemica che lega le scelte sull’inclusione ai tagli delle risorse: «Prima dividono i bambini, poi tagliano gli insegnanti e infine fanno finta di non sapere. Ma chi governa questo Paese?».
Le dichiarazioni di Zan riportano al centro del dibattito il ruolo della scuola come principale infrastruttura civile del Paese. Un luogo nel quale le differenze sociali, culturali e linguistiche dovrebbero essere affrontate attraverso strumenti educativi, personale adeguato e investimenti, evitando che la cittadinanza o la provenienza degli studenti diventino criteri di separazione.
Le tre prese di posizione, pur riferite a questioni differenti, delineano alcuni dei principali terreni sui quali le opposizioni intendono misurarsi con il governo: protezione sociale, sicurezza urbana, integrazione e diritto all’istruzione. Il Movimento 5 Stelle punta a riportare al centro dell’agenda il contrasto alla povertà e la necessità di un sostegno economico universale; il Partito democratico insiste invece sulla difesa dei principi europei di non discriminazione e sul rafforzamento dei servizi pubblici.
Temi diversi, ma attraversati da una questione politica comune: la capacità delle istituzioni di ridurre le disuguaglianze anziché limitarsi a gestirne gli effetti. È su questo terreno che le opposizioni cercano di costruire una piattaforma condivisa, trasformando le singole contestazioni all’esecutivo in una proposta alternativa di governo.
