C’è una differenza sostanziale tra pretendere che la legge venga applicata con rigore e considerare inaccettabile una decisione giudiziaria soltanto perché non corrisponde alla propria idea di giustizia. È una differenza che dovrebbe apparire elementare in uno Stato di diritto, ma che torna a sfumare ogni volta che un provvedimento della magistratura entra in rotta di collisione con le aspettative del potere politico. La liberazione di Youssef Siher, il ricercatore italiano di origini marocchine di trent’anni finito a San Vittore per il suo ruolo di amministratore del canale Telegram «Movimento 17 ottobre», riporta esattamente questa contraddizione al centro della scena pubblica.
La decisione del gip di Milano Tiziana Landoni è netta sul piano cautelare: niente convalida del fermo e niente carcere. La giudice ha respinto la richiesta avanzata dalla pm Francesca Crupi, titolare dell’inchiesta insieme al procuratore Marcello Viola, non ravvisando i gravi indizi di colpevolezza necessari in relazione alle contestazioni formulate dalla Procura.
La risposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è arrivata attraverso un video pubblicato sui social, con parole durissime contro il provvedimento. «Considero vergognosa la decisione del gip di Milano», ha dichiarato la premier, sostenendo che la scarcerazione vanificherebbe il lavoro delle forze dell’ordine e della Procura.
Un’accusa politica che investe direttamente una decisione giudiziaria, ma che lascia aperta una domanda fondamentale: se un giudice, esaminati gli atti, ritiene che non sussistano i presupposti per privare una persona della libertà, deve essere considerato un ostacolo all’azione dello Stato oppure sta esercitando precisamente la funzione che l’ordinamento gli attribuisce?
La questione non è se le devastazioni avvenute a Milano siano condannabili. Lo sono, e non hanno bisogno di attenuanti. La questione è se la responsabilità per quelle violenze possa essere automaticamente estesa a chi ha organizzato o promosso manifestazioni di protesta. Ed è proprio su questo punto che l’ordinanza del gip introduce una distinzione che la polemica politica rischia di oscurare.
Il gip: «Disobbedienza civile, non violenza»
Nell’ordinanza, Landoni ricostruisce i contenuti pubblicati da Siher sul canale Telegram «Movimento 17 ottobre», aperto dopo i giorni di saccheggi e devastazioni che avevano interessato Milano. La giudice ritiene che i messaggi esprimessero forme di protesta contro le politiche del governo ed evocassero iniziative di disobbedienza civile, senza tradursi, tuttavia, nella promozione di comportamenti violenti o, più in generale, criminosi.
Secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento, l’attività dell’indagato era orientata soprattutto alla programmazione di manifestazioni settimanali, con l’obiettivo di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone.
È questo il passaggio decisivo. La radicalità di una protesta, la contestazione delle politiche governative e persino il richiamo alla disobbedienza civile non costituiscono, di per sé, la prova di un’istigazione alla violenza. Perché una condotta assuma rilevanza penale occorre verificarne il contenuto concreto, le finalità e la riconducibilità alle fattispecie contestate.
La giudice ritiene che i messaggi avessero lo scopo di promuovere la formazione di una coscienza collettiva, non di arrecare un grave danno allo Stato o di intimidire la popolazione provocando un turbamento profondo e perdurante nella società.
Una valutazione che non equivale a una sentenza definitiva di innocenza e non chiude l’inchiesta, ma che impedisce, allo stato degli elementi esaminati, di giustificare la misura cautelare richiesta dalla Procura.
Il principio è semplice, anche se non sempre conveniente nel dibattito politico: la gravità degli episodi verificatisi in una piazza non dimostra automaticamente la responsabilità di chi ha contribuito a organizzare quella piazza. La responsabilità penale deve essere personale, e gli elementi a carico devono riguardare condotte effettivamente riconducibili all’indagato.
Il vademecum e le istruzioni per affrontare i cortei
Uno dei punti centrali dell’ordinanza riguarda il documento pubblicato da Siher il 22 ottobre nel gruppo Telegram, intitolato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011», con un riferimento alle esperienze della Primavera araba.
Il testo, presentato come un vademecum per la difesa in piazza, è stato esaminato dalla giudice anche per stabilire se contenesse indicazioni finalizzate ad aggredire le forze dell’ordine o a favorire azioni violente durante le manifestazioni.
La conclusione della gip è che il materiale effettivamente pubblicato nella chat non contenesse riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare contro gli agenti, né istruzioni su come reagire al lancio di lacrimogeni.
Indicazioni di questo genere risultavano presenti in un file integrale rinvenuto nel notebook dell’indagato, ma, secondo quanto riportato nell’ordinanza, non risultavano diffuse nel canale Telegram seguito da migliaia di iscritti. La distinzione tra il possesso di un documento e la sua effettiva pubblicazione assume dunque rilievo nella valutazione degli elementi a carico.
Il vademecum condiviso con gli utenti, secondo il gip, aveva invece una funzione prevalentemente difensiva. In caso di interventi delle forze dell’ordine, i manifestanti venivano invitati ad arretrare, a restare calmi e a non rispondere con azioni violente al lancio di lacrimogeni.
Non emerge, nella ricostruzione della giudice, una sollecitazione da parte di Siher a compiere azioni offensive. L’attività contestata viene piuttosto ricondotta alla promozione di una mobilitazione collettiva contro il governo.
Il quadro che emerge dall’ordinanza è quindi più articolato di quello suggerito dalla contrapposizione tra chi difende l’ordine pubblico e chi sostiene le proteste. La magistratura non è chiamata a scegliere una parte politica, ma a stabilire se le condotte esaminate integrino gli estremi dei reati contestati e se vi siano i presupposti per applicare una misura cautelare.
Le violenze annunciate da altri utenti e il problema delle responsabilità
La giudice ha preso in considerazione anche i messaggi pubblicati da altri partecipanti al gruppo, alcuni dei quali avrebbero discusso di possibili azioni violente contro banche, edifici pubblici e ripetitori Rai.
Secondo il provvedimento, Siher non risulta aver incoraggiato o sostenuto quelle proposte. Un elemento che assume importanza nella ricostruzione della sua posizione individuale, perché la presenza di messaggi violenti in una comunità digitale non dimostra automaticamente che chi amministra il canale li abbia approvati o promossi.
Questo non significa che il ruolo di amministratore sia irrilevante, né che le piattaforme digitali possano diventare zone franche sottratte alla legge. Significa che occorre distinguere tra la responsabilità per i propri comportamenti e quella che si vorrebbe dedurre dalla semplice presenza di contenuti pubblicati da terzi.
Lo stesso vale per i messaggi relativi all’organizzazione delle manifestazioni nelle diverse città italiane e alla cancellazione di gruppi Signal. La gip ritiene che tali indicazioni potessero servire a ostacolare l’identificazione dei partecipanti, anche in vista di manifestazioni non autorizzate, o a prevenire interventi diretti a impedirne lo svolgimento.
Si tratta di circostanze che possono richiedere ulteriori valutazioni, ma che non coincidono automaticamente con la promozione di violenze. Una manifestazione non autorizzata può sollevare questioni giuridiche specifiche; un’eventuale istigazione a commettere reati ne solleva altre. Confondere questi piani significa sostituire alla verifica delle singole condotte un giudizio complessivo sul contesto.
Ed è proprio questa scorciatoia che il provvedimento del gip, nella valutazione della posizione di Siher, non segue.
Meloni contro il gip: «Decisione vergognosa»
La presidente del Consiglio non ha usato mezzi termini. «Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher», ha dichiarato in un video diffuso sui social.
Meloni ha collegato il ruolo attribuito al ricercatore nella gestione del canale Telegram alle devastazioni che hanno coinvolto diversi esercizi commerciali a Milano, sostenendo che la scarcerazione vanificherebbe il lavoro delle forze dell’ordine e della Procura.
La posizione della premier intercetta una preoccupazione comprensibile: quella di una parte dell’opinione pubblica che chiede risposte ferme di fronte alle violenze e teme che le istituzioni non riescano a prevenirle o reprimerle efficacemente. Ma una preoccupazione legittima non risolve il problema giuridico posto dall’ordinanza.
La giudice non doveva stabilire se i saccheggi fossero gravi, né se le forze dell’ordine avessero operato correttamente nel corso delle proteste. Doveva verificare se, nei confronti di Siher, sussistessero gli elementi necessari per convalidare il fermo e disporre la custodia cautelare in carcere.
La differenza è tutt’altro che formale. La misura cautelare non è una sanzione anticipata e la sua applicazione non può dipendere dalla gravità generale del clima politico o dalla necessità di offrire una risposta simbolica alla rabbia collettiva. Richiede presupposti specifici, valutati da un giudice sulla base degli atti.
Definire «vergognosa» una decisione può certamente appartenere alla dialettica politica. Ma quando la critica assume i toni di una delegittimazione personale o istituzionale, il rischio è che il confronto si sposti dal merito del provvedimento alla pretesa che la magistratura debba produrre risultati conformi alle aspettative dell’esecutivo.
È una dinamica che accompagna da tempo il rapporto tra Giorgia Meloni e la magistratura. Ogni volta che una decisione giudiziaria si rivela sgradita al governo, la tentazione di trasformare il dissenso sul singolo provvedimento in uno scontro più generale con i giudici torna a manifestarsi. Non tutte le critiche della premier sono per questo prive di fondamento, né ogni divergenza può essere liquidata come un attacco all’autonomia della magistratura. Ma la ripetizione di questo schema alimenta un interrogativo politico inevitabile: quanto spazio resta per il riconoscimento dell’autonomia del giudice quando le sue valutazioni contraddicono la linea dell’esecutivo?
La magistratura non è immune da errori, e i suoi provvedimenti possono essere criticati, impugnati e sottoposti agli strumenti di controllo previsti dall’ordinamento. È precisamente questo il funzionamento di uno Stato costituzionale. Ciò che non può diventare normale è l’idea che una decisione sia legittima soltanto quando coincide con la posizione del governo e sospetta, o addirittura vergognosa, quando se ne discosta.
Il punto non è sottrarre i giudici al giudizio pubblico. È evitare che la pressione politica finisca per presentare l’autonomia della giurisdizione come un ostacolo all’azione dello Stato, anziché come una delle garanzie che distinguono il potere regolato dal potere senza contrappesi.
Appendino: «Meloni ha paura delle piazze»
Di segno opposto la reazione di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che ha accusato la premier di criminalizzare le proteste e di attaccare la magistratura quando le decisioni giudiziarie non corrispondono alle aspettative del governo.
«Prima hai provato a demonizzare quelle piazze, additando come colpevole e violento chiunque sia sceso in piazza a manifestare. Poi hai trovato il colpevole, il capro espiatorio da sbattere in prima pagina, il mostro, Youssef, che infatti è stato incarcerato. Poi però è stato liberato da un giudice, allora che fai? Eccolo lì, arriva il video in cui attacchi la magistratura», ha dichiarato Appendino sui propri canali social.
La parlamentare ha quindi accusato Meloni di avere paura delle mobilitazioni giovanili e del malcontento che attraversa diverse categorie di lavoratori. Nel suo intervento ha citato autotrasportatori alle prese con il caro carburanti, tassisti, pescatori e lavoratori coinvolti nelle crisi aziendali, sostenendo che le proteste rappresentino una contestazione sempre più ampia della narrazione governativa.
«Tu hai paura di quei giovani che scendono in piazza e chiedono un futuro», ha affermato la deputata, allargando il confronto oltre il caso Siher e inserendolo in una più generale critica alle politiche economiche e sociali dell’esecutivo.
Le parole di Appendino appartengono, naturalmente, alla polemica politica. Ma individuano un punto che il caso giudiziario rende particolarmente evidente: la necessità di non confondere la condanna delle violenze con la criminalizzazione indiscriminata del dissenso.
La posizione della premier e quella della deputata M5S sono contrapposte. Per Meloni, la liberazione dell’indagato rappresenta una risposta inaccettabile a fatti che hanno messo a rischio l’ordine pubblico. Per Appendino, l’attacco al gip dimostra invece la tendenza del governo a delegittimare le proteste e a contestare la magistratura quando questa non conferma la ricostruzione politica dell’esecutivo.
Entrambe le posizioni devono essere ricondotte al loro contesto. La prima esprime un giudizio politico sulla sicurezza e sull’efficacia dell’azione repressiva; la seconda denuncia il rischio di una sovrapposizione tra dissenso sociale e responsabilità penale. La decisione giudiziaria, invece, si fonda sulla valutazione degli elementi disponibili e sui requisiti richiesti per limitare la libertà personale.
Il vero nodo: la magistratura non può essere un’appendice del governo
Il caso Siher riporta alla luce una questione che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato. La sicurezza pubblica è un dovere fondamentale delle istituzioni, così come lo è la tutela del diritto di manifestare. Nessuno dei due principi può cancellare l’altro, e nessuno può essere utilizzato per anticipare una responsabilità penale che deve essere accertata attraverso le procedure previste dalla legge.
Le piattaforme digitali hanno modificato profondamente il modo in cui si organizzano le proteste. Un canale Telegram può raggiungere migliaia di persone, coordinare appuntamenti, diffondere indicazioni operative e favorire una mobilitazione in tempi rapidissimi. Può anche essere utilizzato per promuovere condotte illegali. Per questo il ruolo degli amministratori deve essere valutato con attenzione, senza presumere né l’innocenza sulla base della natura digitale dello strumento né la colpevolezza per la semplice presenza di messaggi problematici.
Nel caso in esame, la gip ha ritenuto che gli elementi sottoposti alla sua attenzione non giustificassero la convalida del fermo e la custodia cautelare. Ha valorizzato la natura dei contenuti effettivamente pubblicati, l’assenza di un sostegno documentato alle proposte violente formulate da altri utenti e il carattere prevalentemente difensivo del vademecum diffuso nel gruppo.
La decisione non chiude necessariamente ogni accertamento investigativo e non rappresenta un’assoluzione definitiva. Stabilisce, però, che la libertà personale non può essere sacrificata sulla base di un’associazione generica tra l’indagato e il contesto in cui si sono verificate le violenze.
È qui che la polemica di Meloni incontra il limite proprio di ogni potere politico. Il governo può chiedere indagini rigorose, pretendere che i responsabili dei reati siano perseguiti e criticare le decisioni che ritiene sbagliate. Non può, tuttavia, trasformare il proprio giudizio politico nel parametro di legittimità delle decisioni giudiziarie.
L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo dei giudici, ma una garanzia per tutti i cittadini, compresi quelli che protestano contro il governo e quelli che non ne condividono le posizioni. Vale soprattutto nei momenti in cui una decisione è impopolare, provoca indignazione o si scontra con la richiesta di una risposta immediata.
La vicenda di Siher, dunque, non riguarda soltanto la posizione di un ricercatore e il futuro di un’inchiesta. Riguarda il modo in cui una democrazia affronta le proprie tensioni: se attraverso la verifica dei fatti e il rispetto delle competenze istituzionali oppure attraverso la contrapposizione tra chi governa e chi è chiamato a controllare l’applicazione della legge.
Le devastazioni devono essere perseguite. Le eventuali responsabilità individuali devono essere accertate. Le manifestazioni devono svolgersi nel rispetto delle regole e chi commette reati deve risponderne. Ma proprio perché questi obiettivi sono essenziali, non possono essere affidati alla semplificazione della polemica politica.
La fermezza dello Stato si misura nella capacità di perseguire i responsabili, non nella pretesa che ogni giudice confermi le aspettative del governo. E l’autorevolezza delle istituzioni non si rafforza delegittimando una decisione sgradita, ma dimostrando di saper convivere con l’autonomia di chi è chiamato ad applicare la legge.
È una lezione che vale per il caso Siher e, più in generale, per un rapporto tra politica e magistratura che in Italia continua a essere attraversato da tensioni profonde. Quando il potere esecutivo reagisce a una decisione giudiziaria con l’indignazione e l’attacco frontale, la domanda non dovrebbe essere soltanto se il giudice abbia ragione o torto. Dovrebbe essere anche se il sistema istituzionale sia ancora disposto a riconoscere che nessun potere, nemmeno quello che gode del consenso elettorale, può pretendere di avere l’ultima parola su ogni decisione che lo riguarda.
