Le urne si riaprono in Israele mentre il Paese cerca di fare i conti con le conseguenze di una guerra che ha trasformato la sua sicurezza, diviso la società e rimesso in discussione la leadership politica. Le elezioni legislative rappresentano il primo appuntamento nazionale con le urne dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’evento che ha segnato una frattura profonda nella storia recente israeliana e aperto una lunga stagione di conflitto.
Sono circa 7,3 milioni gli elettori chiamati a scegliere tra 37 partiti. I seggi sono circa 12 mila e resteranno aperti dalle 7 alle 22, ora locale, dalle 6 alle 21 in Italia. La posta in gioco va ben oltre la composizione della prossima Knesset: si tratta di stabilire quale indirizzo politico dovrà guidare Israele in una fase segnata dalle questioni irrisolte della sicurezza, dalla gestione del dopoguerra, dalle divisioni interne e dalla necessità di ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
La sfida a Netanyahu e il fattore Eisenkot
A contendere la guida del Paese a Benjamin Netanyahu è soprattutto Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e figura di riferimento di una proposta politica che punta a intercettare la domanda di cambiamento emersa dopo il 7 ottobre. Secondo gli ultimi sondaggi citati alla vigilia del voto, il suo partito Yashar sarebbe accreditato di 22-23 seggi, mentre il Likud del premier si attesterebbe tra 19 e 21.
Numeri che, se confermati, ridisegnerebbero gli equilibri tra i principali protagonisti della politica israeliana. Ma il dato più importante non riguarda soltanto il confronto tra i due leader. In un sistema parlamentare frammentato, arrivare primi non significa necessariamente poter governare. Il risultato decisivo sarà la capacità di trasformare i seggi conquistati in una coalizione parlamentare sufficientemente ampia e stabile.
È qui che si concentra il vero interrogativo della giornata. Anche un eventuale successo di Eisenkot non garantirebbe automaticamente la formazione di un nuovo esecutivo. Allo stesso modo, Netanyahu potrebbe conservare possibilità di governo se riuscisse a ricomporre il fronte dei partiti disposti a sostenerlo. Il voto, dunque, non si esaurisce nella competizione tra due figure politiche, ma apre una complessa trattativa tra forze con interessi, priorità e linee ideologiche differenti.
Il settimo mandato e il peso degli alleati
Netanyahu affronta le elezioni con l’obiettivo di ottenere un nuovo mandato alla guida del governo, il settimo secondo il quadro politico delineato alla vigilia del voto. Il premier può contare sulla prospettiva di un accordo con gli alleati della destra radicale, tra cui Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, oltre che con le formazioni ultraortodosse, a partire dallo Shas.
Questi partiti rappresentano una componente essenziale del suo potenziale schieramento parlamentare. Il loro peso, tuttavia, costituisce anche uno degli elementi più delicati nella costruzione di una maggioranza. La necessità di soddisfare le richieste dei partner può infatti restringere i margini di manovra del premier, tanto sulle politiche interne quanto sulle scelte strategiche che riguardano la sicurezza e il futuro dei rapporti con i palestinesi.
Per Netanyahu, la sfida consiste quindi in un doppio esercizio: convincere una parte sufficiente dell’elettorato a confermargli la fiducia e dimostrare, al termine dello scrutinio, di poter riunire intorno al Likud una maggioranza parlamentare operativa. Un risultato favorevole sul piano dei seggi, da solo, non sarebbe sufficiente a sciogliere il nodo.
Il rapporto con i partner più intransigenti potrebbe inoltre condizionare la capacità del futuro governo di rispondere alle aspettative di una società attraversata da sensibilità diverse. La sicurezza resta una priorità centrale, ma non è l’unica. Le questioni economiche, il ruolo delle istituzioni, il peso dei partiti religiosi e la ricerca di una prospettiva politica dopo anni di conflitto concorrono a definire il quadro delle scelte che attendono il prossimo esecutivo.
Il 60% favorevole a un governo di unità nazionale
In questo scenario assume particolare rilievo il dato secondo cui circa il 60% degli israeliani si dichiara favorevole a un governo di unità nazionale. È un’indicazione che segnala l’esistenza di una domanda di stabilità e collaborazione tra forze politiche, in un Paese nel quale la contrapposizione tra schieramenti ha alimentato divisioni profonde.
Il consenso verso un esecutivo più ampio, tuttavia, non equivale a un accordo già raggiunto sulle condizioni per realizzarlo. Una maggioranza di cittadini può auspicare una collaborazione tra partiti senza che questi ultimi condividano le priorità, i compromessi e la distribuzione delle responsabilità necessarie per governare insieme.
La distanza tra preferenze dell’elettorato e convenienze delle forze politiche rappresenta uno dei punti più delicati del voto. Un governo di unità nazionale potrebbe offrire una base parlamentare più larga, ma richiederebbe concessioni reciproche e una definizione condivisa degli obiettivi. In assenza di queste condizioni, la frammentazione rischia di riproporsi anche dopo lo scrutinio.
La questione è particolarmente rilevante perché la stabilità politica non costituisce soltanto un obiettivo interno. Le decisioni del prossimo governo avranno ricadute sulle scelte di sicurezza, sulla gestione delle conseguenze della guerra e sui rapporti diplomatici di Israele. La capacità di mantenere una maggioranza coesa sarà quindi determinante per la continuità dell’azione esecutiva.
Affluenza in aumento: il dato delle prime ore
I primi dati sulla partecipazione indicano un avvio sostenuto della giornata elettorale. Alle 10 del mattino, ora locale, aveva votato il 16,7% degli aventi diritto, rispetto al 15,9% registrato alla stessa ora nelle elezioni del 2022. A riferirlo è stata la Commissione elettorale centrale, secondo quanto riportato dai media israeliani.
Il quotidiano The Times of Israel ha sottolineato che, con circa 1,2 milioni di voti già espressi, si tratta del livello di affluenza più alto registrato alle 10 almeno dal 1996.
Il dato suggerisce una partecipazione iniziale significativa, ma va interpretato con cautela. L’affluenza delle prime ore non consente, da sola, di stabilire quale schieramento possa trarne vantaggio. Per comprendere il significato politico della mobilitazione sarà necessario osservare l’andamento complessivo della giornata e, soprattutto, attendere i risultati ufficiali.
In una competizione nella quale ogni seggio può incidere sulla possibilità di formare una coalizione, la partecipazione elettorale assume comunque un peso rilevante. La distribuzione dei voti tra i partiti e la capacità delle diverse aree politiche di mobilitare i propri sostenitori potrebbero risultare decisive nella definizione dei nuovi equilibri parlamentari.
Herzog: «Una festa per la democrazia»
Anche il presidente israeliano Isaac Herzog ha partecipato al voto, recandosi in un seggio nel quartiere Rehavia di Gerusalemme insieme alla moglie Michal.
«È un grande privilegio andare a votare, e sono orgoglioso che io e Michal abbiamo esercitato il diritto fondamentale di ogni cittadino», ha dichiarato ai giornalisti. Herzog ha poi espresso l’auspicio che la giornata rappresenti «una vera festa per la democrazia», aggiungendo che nessuno dovrebbe poterla «rovinare o minare».
Il presidente ha infine richiamato il valore della partecipazione individuale, sottolineando che quello elettorale è «il giorno per andare a fare la differenza».
Le parole di Herzog restituiscono il significato istituzionale di una consultazione che si svolge in un contesto particolarmente difficile. Il voto costituisce un momento di verifica del rapporto tra cittadini e rappresentanti politici, ma anche un passaggio nel quale le tensioni accumulate negli ultimi anni possono trovare una nuova espressione nelle urne.
Il vero risultato si misurerà dopo lo scrutinio
La giornata elettorale si presenta dunque come un confronto aperto, nel quale i numeri iniziali non bastano a delineare con certezza il futuro governo. Il dato attribuito a Eisenkot nei sondaggi segnala una sfida significativa per Netanyahu, ma la distanza tra i due partiti non risolve il problema fondamentale: individuare una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un esecutivo.
Per il premier, la strada passa dalla tenuta del Likud e dalla capacità di mantenere unito il blocco dei partiti alleati. Per Eisenkot, l’eventuale affermazione elettorale dovrebbe tradursi nella costruzione di una coalizione, un passaggio tutt’altro che automatico in un Parlamento frammentato.
Resta poi l’ipotesi di un’intesa più ampia, coerente con la preferenza espressa da una parte consistente dell’opinione pubblica per un governo di unità nazionale. La sua realizzazione dipenderà però dalla disponibilità dei partiti a superare le rispettive linee rosse e a trovare un terreno comune sulle questioni più controverse.
Il rischio di stallo, in definitiva, nasce dalla possibile distanza tra il risultato elettorale e la capacità di tradurlo in una maggioranza. Israele potrebbe trovarsi davanti a una fase di negoziati complessi, nella quale il numero dei seggi conquistati sarà soltanto il primo elemento di una partita politica destinata a proseguire ben oltre la chiusura dei seggi.
Dopo il 7 ottobre e tre anni di guerra, gli elettori sono chiamati a scegliere i propri rappresentanti in un momento in cui la sicurezza, la coesione sociale e la credibilità delle istituzioni restano al centro del dibattito pubblico. Ma la risposta delle urne, qualunque essa sia, dovrà confrontarsi con una seconda domanda: chi sarà in grado di governare il Paese, e con quale maggioranza?
È su questo terreno che si misurerà il significato politico della consultazione. Non soltanto chi otterrà più voti, ma chi riuscirà a trasformare il risultato in un governo capace di durare e di affrontare le questioni che hanno segnato la vita israeliana negli ultimi anni.

