23 Ottobre 2026, venerdì
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Asti, dalla cocaina all’arsenale di armi: scoperta una piantagione con oltre 1.200 piante di marijuana

Dopo il sequestro di 22 chilogrammi di cocaina e di cinque pistole, l’inchiesta dei Carabinieri si allarga ad altri cinque indagati e conduce a un capannone attrezzato per la coltivazione intensiva di cannabis nel Torinese. Arrestato il presunto custode della struttura, il cui impianto tecnologico richiedeva fino a 100 kWh di energia al giorno.

Dalla cocaina alle armi, fino a una piantagione indoor capace di ospitare oltre 1.200 piante di marijuana. L’inchiesta avviata dai Carabinieri di Asti nel gennaio 2026 continua ad allargare il proprio perimetro investigativo e restituisce un quadro articolato di attività illecite, disponibilità di armi e coltivazione di sostanze stupefacenti su larga scala. L’ultimo sviluppo porta a Coassolo Torinese, dove all’interno di un capannone isolato, in una zona impervia e boschiva, è stata scoperta una struttura attrezzata per la produzione di cannabis. Il bilancio dell’operazione comprende il sequestro di 1.206 piante e l’arresto del presunto custode dell’impianto, un cittadino albanese residente ad Asti.

Il risultato rappresenta una nuova tappa di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Asti e condotta dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei Carabinieri. Gli accertamenti, avviati all’inizio dell’anno per ricostruire le attività di un sodalizio criminale di etnia albanese ritenuto dedito al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi, hanno progressivamente ampliato il quadro delle persone coinvolte e degli ambienti sottoposti a verifica.

Al centro dell’ipotesi investigativa iniziale figuravano soggetti gravitanti attorno a un locale notturno del capoluogo astigiano. Da quel primo filone, gli investigatori sono risaliti a ulteriori persone e a una struttura produttiva clandestina situata nel territorio torinese, confermando la necessità di seguire le diverse diramazioni dell’attività illecita senza limitarsi ai primi sequestri.

Il primo colpo il 20 aprile: 22 chili di cocaina e un arsenale

Il punto di svolta iniziale risale al 20 aprile 2026, quando i Carabinieri arrestarono un cittadino albanese di 47 anni, residente ad Asti. Le perquisizioni effettuate in due immobili nella sua disponibilità portarono al rinvenimento di circa 22 chilogrammi di cocaina, un quantitativo ingente che, secondo la stima degli investigatori, avrebbe potuto alimentare il mercato illecito con decine di migliaia di dosi.

Accanto allo stupefacente emerse un elemento investigativo di particolare rilievo: la presenza di un vero e proprio arsenale. I militari sequestrarono cinque pistole di provenienza furtiva, una delle quali con la matricola abrasa, un silenziatore artigianale e oltre 200 munizioni. Tra queste ultime figuravano anche alcuni proiettili da guerra.

Nello stesso contesto vennero recuperati materiali destinati alla pesatura e al confezionamento della cocaina, strumenti compatibili con la gestione e la preparazione dello stupefacente per la successiva distribuzione.

La combinazione fra un quantitativo considerevole di droga, armi di provenienza furtiva e munizioni di diversa tipologia ha costituito uno dei principali elementi da approfondire nel prosieguo dell’inchiesta. Il valore economico della cocaina sequestrata è stato stimato in diversi milioni di euro, a conferma della rilevanza dell’operazione sul piano del contrasto al mercato degli stupefacenti.

La presenza contemporanea di droga e armi ha inoltre imposto di verificare le eventuali connessioni fra le persone interessate, le modalità di approvvigionamento e la funzione dei diversi immobili utilizzati. Sono proprio questi approfondimenti, secondo la ricostruzione fornita dagli investigatori, ad aver consentito di estendere progressivamente gli accertamenti.

Cinque nuovi soggetti e una rete ancora da ricostruire

L’attività investigativa non si è esaurita con l’arresto di aprile. Il 21 luglio 2026, gli sviluppi dell’indagine hanno portato all’individuazione e alla denuncia di altri cinque soggetti di etnia albanese, ritenuti a vario titolo coinvolti nelle attività illecite oggetto di accertamento.

Il passaggio successivo è arrivato il 20 ottobre, con l’esecuzione di 13 perquisizioni delegate dall’autorità giudiziaria. I controlli hanno interessato persone già individuate dagli investigatori e altri soggetti a esse collegati, estendendosi ad Asti, a diversi comuni della provincia e al territorio di Coassolo Torinese.

La distribuzione geografica delle operazioni restituisce la dimensione territoriale dell’attività investigativa: da Asti, dove erano stati effettuati i primi sequestri, fino a un’area del Torinese in cui si sospettava la presenza di una coltivazione clandestina di marijuana.

Le perquisizioni sono state eseguite con il concorso di diversi reparti dell’Arma. Alle attività hanno partecipato le Squadre operative di supporto del I Reggimento Carabinieri di Moncalieri, le Aliquote di primo intervento di Torino, le unità cinofile specializzate nella ricerca di stupefacenti ed esplosivi e personale del Raggruppamento operativo speciale, con il supporto tecnico necessario allo svolgimento degli accertamenti.

L’intervento congiunto ha consentito di verificare le ipotesi investigative formulate nelle fasi precedenti e di acquisire nuovi elementi. In un’abitazione è stata rinvenuta una quantità non ingente di sostanza stupefacente; in un altro immobile sono state trovate cento munizioni per arma comune da sparo. Per questi episodi, i soggetti interessati risultano indagati.

Sono tuttavia gli accertamenti condotti a Coassolo Torinese ad aver prodotto il risultato più significativo della nuova fase operativa.

Nel capannone isolato una coltivazione da 1.206 piante

In una zona boschiva e difficilmente accessibile del territorio di Coassolo Torinese, i Carabinieri hanno individuato un capannone trasformato in una piantagione indoor di marijuana. La struttura, secondo quanto ricostruito durante l’intervento, era stata attrezzata per garantire alle piante condizioni ambientali favorevoli alla crescita e alla maturazione.

All’interno sono state trovate 1.206 piante di marijuana, presenti in differenti stadi di infiorescenza. Un numero che colloca la coltivazione su una scala ben diversa da quella di una produzione occasionale e che, secondo la stima degli investigatori, corrisponde a un valore sul mercato illecito superiore al milione di euro.

Il ritrovamento ha confermato l’ipotesi investigativa che aveva orientato parte delle perquisizioni verso l’area di Coassolo. Non si trattava, infatti, soltanto di verificare la possibile presenza di stupefacenti, ma di individuare una struttura organizzata per la coltivazione al coperto, dotata delle apparecchiature necessarie a controllare le condizioni ambientali.

Sul posto, con il supporto dei militari della Compagnia Carabinieri di Venaria Reale, è stato sorpreso il presunto custode della piantagione. Si tratta di un cittadino albanese residente ad Asti, arrestato durante l’intervento e successivamente condotto alla Casa circondariale di Ivrea.

La sua presenza all’interno del capannone costituisce uno degli elementi acquisiti nella nuova fase dell’indagine. Restano affidati agli ulteriori accertamenti investigativi la ricostruzione dei ruoli, l’individuazione degli eventuali responsabili dell’organizzazione della coltivazione e la verifica dei collegamenti con gli altri soggetti già individuati.

Illuminazione, ventilazione e riscaldamento: un impianto ad alto consumo

A rendere particolarmente significativa la scoperta non è soltanto il numero delle piante, ma anche l’infrastruttura predisposta per mantenerle in condizioni adeguate alla crescita.

Il capannone era stato dotato di un articolato impianto di illuminazione, ventilazione e riscaldamento. Le apparecchiature consentivano di ricreare artificialmente un ambiente favorevole allo sviluppo delle piante, attraverso il controllo delle condizioni climatiche interne. Un sistema complesso e costoso, la cui presenza suggerisce un investimento organizzativo e materiale rilevante per sostenere la coltivazione.

Il dato energetico fornisce un ulteriore elemento concreto sulle dimensioni dell’impianto. Il personale della rete elettrica nazionale, intervenuto su richiesta dei militari, ha stimato che il sistema illecito di assorbimento dell’energia consumasse quotidianamente tra gli 80 e i 100 chilowattora.

Si tratta di un fabbisogno energetico considerevole, legato all’alimentazione delle apparecchiature utilizzate per illuminare gli ambienti e regolare il microclima. La gestione di una simile struttura richiedeva quindi non soltanto uno spazio adeguato, ma anche impianti in grado di funzionare con continuità.

L’energia rappresenta, in questo contesto, una componente essenziale del processo produttivo. Nelle coltivazioni indoor, infatti, luce artificiale, ventilazione e controllo della temperatura permettono di ridurre la dipendenza dalle condizioni naturali, rendendo possibile una produzione organizzata anche in ambienti non destinati all’attività agricola.

La stima dei consumi costituisce dunque un elemento utile per comprendere le caratteristiche tecniche della struttura individuata. Saranno gli approfondimenti successivi a chiarire ulteriormente le modalità di alimentazione dell’impianto e gli aspetti connessi alla gestione della coltivazione.

Sequestrato anche il capannone

Oltre alle piante, i Carabinieri hanno sottoposto a sequestro il capannone e le attrezzature presenti al suo interno. L’intervento ha così interessato l’intera struttura utilizzata per la coltivazione, sottraendo alla disponibilità degli indagati sia il prodotto vegetale sia gli strumenti predisposti per sostenerne la crescita.

La portata economica dell’operazione emerge dal valore stimato della marijuana, superiore al milione di euro, ma anche dalla complessità dell’impianto necessario a mantenerla in produzione. Il sequestro colpisce pertanto una struttura che, secondo gli elementi raccolti, era stata organizzata per sostenere una coltivazione di dimensioni significative.

Il dato, tuttavia, non consente da solo di stabilire quale fosse la destinazione finale dell’intera produzione, né di attribuire automaticamente a tutti i soggetti già coinvolti nell’inchiesta la gestione della piantagione. Saranno le verifiche sulle relazioni fra gli indagati, sugli eventuali flussi di denaro e sui contatti utili a ricostruire la filiera a chiarire se e in quale misura i diversi episodi siano riconducibili a un’unica organizzazione operativa.

È proprio questo il nodo centrale della fase investigativa attuale: comprendere se la coltivazione individuata nel Torinese costituisse un segmento collegato alle attività già emerse ad Asti e quale fosse il ruolo dei singoli soggetti nella gestione delle diverse attività illecite.

Un’inchiesta che prosegue oltre i sequestri

Dalla prima operazione del 20 aprile alle perquisizioni del 20 ottobre, l’indagine ha attraversato più fasi, ciascuna delle quali ha consentito di aggiungere nuovi elementi al quadro iniziale. Prima i 22 chilogrammi di cocaina e le armi, poi l’individuazione di altri cinque soggetti e, infine, la scoperta della coltivazione indoor con oltre 1.200 piante.

La sequenza degli interventi mostra il carattere progressivo dell’attività investigativa, che non si è limitata a intervenire sui singoli ritrovamenti, ma ha cercato di ricostruire le relazioni fra le persone e i luoghi interessati dagli accertamenti.

Il contrasto al traffico di stupefacenti richiede infatti di affiancare al sequestro delle sostanze la ricostruzione delle strutture che ne rendono possibile la produzione, l’approvvigionamento e la distribuzione. Quando, come in questo caso, emergono anche armi e munizioni, diventa altrettanto importante verificare la natura dei collegamenti fra i diversi elementi e la loro eventuale funzione all’interno delle attività contestate.

L’operazione conferma l’impegno del Comando provinciale dei Carabinieri di Asti nel contrasto al traffico di droga, alla detenzione illegale di armi e ai fenomeni criminali connessi. Il lavoro investigativo prosegue ora per approfondire le responsabilità individuali, ricostruire gli eventuali rapporti fra i soggetti coinvolti e verificare l’effettiva estensione delle attività illecite emerse.

Il sequestro della piantagione rappresenta un risultato operativo di rilievo, ma non coincide con la conclusione dell’inchiesta. Restano da chiarire l’organizzazione della coltivazione, i canali attraverso i quali la produzione avrebbe potuto raggiungere il mercato clandestino e gli eventuali collegamenti con il traffico di cocaina e con la disponibilità di armi accertati nelle precedenti fasi.

Come per ogni procedimento penale, le responsabilità delle persone indagate dovranno essere accertate nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza e delle garanzie previste dalla legge.

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