19 Ottobre 2026, lunedì
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Radici chimica, lavoro e proteste: l’opposizione attacca il governo

Dalla vertenza industriale alle polemiche sul diritto di manifestare, M5S e Pd denunciano l’assenza di risposte concrete e respingono le accuse di chi vorrebbe equiparare il dissenso agli episodi di violenza. Appendino chiede garanzie occupazionali e ricollocazioni interne, Ruotolo richiama la destra alle proprie responsabilità storiche.

Due fronti diversi, ma un medesimo terreno di scontro politico: la gestione delle tensioni sociali e il rapporto tra istituzioni, diritti e responsabilità. Da una parte la crisi di Radici Chimica, con i lavoratori ancora in attesa di garanzie sul futuro occupazionale e sulle condizioni necessarie a tutelare la sicurezza degli impianti. Dall’altra il confronto sulle manifestazioni di piazza, sul confine tra protesta democratica e violenza e sulle responsabilità della politica nella difesa delle libertà costituzionali. Su entrambi i temi, le opposizioni contestano l’operato del governo e chiedono risposte che vadano oltre le dichiarazioni di principio.

Radici Chimica, il confronto al ministero resta in salita

La vertenza di Radici Chimica continua a non trovare una soluzione condivisa. L’ultimo incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, secondo quanto denunciato dalla deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, non avrebbe prodotto avanzamenti sostanziali, lasciando aperte questioni decisive per i lavoratori e per la gestione delle attività aziendali.

Il nodo non riguarda soltanto il destino dei posti di lavoro, ma anche la capacità dell’impresa di assicurare un’organizzazione adeguata dei turni e condizioni compatibili con le esigenze di sicurezza. È su questo terreno che si concentrano le preoccupazioni espresse dalla parlamentare pentastellata, secondo cui l’azienda non avrebbe ancora fornito garanzie sufficienti sul numero e sulla disponibilità delle posizioni necessarie a coprire i turni e a salvaguardare la sicurezza.

A complicare il quadro è l’assenza di un’intesa sul piano sociale, elemento che rende ancora più incerto il percorso verso una soluzione della crisi. Quando il confronto tra impresa, rappresentanze dei lavoratori e istituzioni non riesce a tradursi in impegni verificabili, il rischio è che l’incertezza si prolunghi, trasferendo sulle persone e sulle loro famiglie il peso di una situazione ancora priva di prospettive definite.

Per Appendino, il passaggio decisivo sarà ora l’incontro tecnico sulla ricollocazione interna, previsto per giovedì 22 ottobre. Da quel confronto, sottolinea la deputata, dipenderà in larga misura la possibilità che il successivo tavolo ministeriale del 27 ottobre possa aprire una fase realmente costruttiva.

La ricollocazione interna assume quindi un ruolo centrale nella trattativa. Non si tratta soltanto di individuare eventuali posizioni alternative, ma di verificare se esistano soluzioni concrete che consentano di tutelare i lavoratori coinvolti, tenendo insieme continuità occupazionale, organizzazione del lavoro e sicurezza. Senza un percorso credibile, il confronto rischia di rimanere confinato alla successione degli incontri istituzionali, senza produrre risultati tangibili.

«Al tavolo di oggi al Ministero sulla crisi Radici Chimica non si è fatto nessun passo avanti e i lavoratori sono giustamente preoccupati», ha dichiarato Appendino in una nota. La parlamentare ha insistito sulla mancanza di garanzie aziendali sufficienti e sull’assenza di un accordo relativo al piano sociale, indicando nell’appuntamento tecnico del 22 ottobre una verifica determinante per le prospettive della vertenza.

La posizione del Movimento 5 Stelle è netta: il prossimo incontro non dovrà limitarsi a registrare le distanze tra le parti, ma dovrà contribuire a chiarire quali soluzioni siano effettivamente praticabili. Anche perché il tavolo del 27 ottobre rischia di perdere credibilità se non sarà preceduto da segnali concreti sul terreno della ricollocazione.

«Noi continuiamo a seguire la vertenza con attenzione: queste lavoratrici e questi lavoratori meritano risposte concrete, non altri rinvii», ha aggiunto Appendino.

È proprio il tema dei rinvii a rappresentare il punto politico della denuncia. Per chi vive direttamente una crisi industriale, ogni passaggio interlocutorio senza risultati alimenta l’incertezza e rende più difficile programmare il futuro. Le garanzie occupazionali, la sicurezza e gli strumenti di tutela sociale non possono restare formule generiche: devono tradursi in impegni chiari, verificabili e sostenuti da un calendario credibile.

La prova, dunque, si sposta sui prossimi appuntamenti. L’incontro tecnico del 22 ottobre dovrà chiarire se esistano le condizioni per costruire una soluzione condivisa, mentre il tavolo ministeriale del 27 ottobre sarà chiamato a misurare la distanza tra le dichiarazioni delle parti e la possibilità di arrivare a un’intesa. Per il Movimento 5 Stelle, soltanto un avanzamento concreto potrà restituire fiducia ai lavoratori e dare sostanza al confronto istituzionale.

Cortei e ordine pubblico, Ruotolo: «Non si criminalizzi il dissenso»

Sul terreno della protesta e dell’ordine pubblico, il confronto assume invece una dimensione apertamente politica. A intervenire è Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale ed europarlamentare del Partito Democratico, che in una nota invita il governo a non sovrapporre il diritto di manifestare agli episodi di violenza e respinge ogni tentativo di trasformare le tensioni nelle piazze in un giudizio generalizzato sul dissenso.

Il punto di partenza della sua posizione è una distinzione che, nella lettura del Pd, deve rimanere irrinunciabile: la violenza va condannata, ma non può diventare il pretesto per delegittimare chi esercita pacificamente un diritto democratico. Una distinzione che chiama in causa non soltanto il comportamento dei manifestanti, ma anche le responsabilità delle istituzioni nella gestione dell’ordine pubblico e nella tutela delle libertà costituzionali.

«La responsabilità dell’ordine pubblico è del governo», afferma Ruotolo, sottolineando che «non si può criminalizzare la protesta, né confondere il diritto democratico a manifestare con gli episodi di violenza, che vanno sempre condannati».

Nella dichiarazione, l’esponente dem rivendica anche la storia del proprio partito e delle tradizioni politiche che hanno contribuito alla sua formazione. La cultura cattolico-democratica, quella socialista e quella comunista, ricorda Ruotolo, hanno conosciuto direttamente la violenza politica e il terrorismo, provenienti sia dall’estrema destra sia dall’estrema sinistra. Una memoria che, nella sua argomentazione, costituisce parte integrante dell’identità democratica del centrosinistra e della sua esperienza nella difesa delle istituzioni repubblicane.

Il richiamo storico non è secondario. Ruotolo lo utilizza per contestare l’idea che il Pd possa essere collocato sul banco degli imputati sul terreno della democrazia e della condanna della violenza politica. Le tradizioni confluite nel partito, sostiene, hanno pagato un prezzo elevato nella difesa della Repubblica e non accettano che questa esperienza venga ignorata o ridimensionata nel dibattito pubblico.

«Per questo respingiamo ogni tentativo di criminalizzare il dissenso e di impartirci lezioni di democrazia», dichiara l’europarlamentare.

La polemica si rivolge quindi direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e agli esponenti di Fratelli d’Italia. Ruotolo invita la destra a confrontarsi con la propria storia politica prima di attribuire agli avversari responsabilità o ambiguità sul terreno democratico. Nel mirino c’è soprattutto la provenienza di una parte degli attuali dirigenti del centrodestra da esperienze politiche che hanno attraversato il Movimento Sociale Italiano e Alleanza Nazionale, formazioni legate a una tradizione che affonda le proprie radici nel neofascismo.

L’europarlamentare precisa, tuttavia, che il richiamo al passato non equivale ad attribuire responsabilità collettive per le vicende storiche. Il suo argomento è un altro: chi pretende di giudicare la solidità democratica degli avversari deve essere disposto ad affrontare con la stessa serietà la propria storia politica.

«Non si tratta di attribuire responsabilità collettive per il passato, ma di ricordare che chi vuole dare lezioni di democrazia agli altri dovrebbe prima dimostrare di aver fatto fino in fondo i conti con la propria storia», conclude Ruotolo.

Il confronto politico tra sicurezza, diritti e responsabilità

Le due vicende si sviluppano su piani differenti e non sono direttamente sovrapponibili. La crisi di Radici Chimica riguarda il futuro di un’attività industriale, la tutela dell’occupazione e la necessità di individuare soluzioni organizzative e sociali sostenibili. La polemica sui cortei investe invece il rapporto tra libertà di manifestazione, prevenzione della violenza e responsabilità delle istituzioni nella gestione dell’ordine pubblico.

A collegarle è però il ruolo attribuito alla politica nel momento in cui emergono tensioni che coinvolgono lavoratori, cittadini e comunità. Nel caso della vertenza industriale, la richiesta è quella di passare dalle interlocuzioni a garanzie verificabili. Nel confronto sulle manifestazioni, la questione è preservare una distinzione netta tra la condanna degli atti violenti e la tutela del dissenso pacifico.

Per il Movimento 5 Stelle, la credibilità dell’azione istituzionale sulla crisi industriale si misurerà sulla capacità di ottenere risposte concrete e di evitare che la trattativa si trasformi in una sequenza di appuntamenti senza esito. Per il Partito Democratico, il governo deve invece dimostrare di saper affrontare le tensioni nelle piazze senza alimentare una criminalizzazione generalizzata della protesta.

Sono richieste diverse, che riflettono le specificità dei rispettivi dossier, ma che convergono su una questione politica più ampia: la distanza tra le dichiarazioni e i risultati. Nel primo caso, saranno gli esiti dell’incontro tecnico del 22 ottobre e del tavolo ministeriale del 27 a indicare se esista uno spazio per una soluzione della vertenza. Nel secondo, il confronto resta legato alla capacità delle forze politiche di tenere insieme la fermezza contro la violenza e il rispetto delle libertà democratiche.

È su questi due terreni che si misureranno le prossime mosse delle parti. A Radici Chimica, i lavoratori attendono garanzie sul futuro e sulla sicurezza. Sul fronte delle manifestazioni, resta aperta la contesa politica sul significato della protesta e sulle responsabilità di chi governa. In entrambi i casi, la sfida è trasformare le contrapposizioni in risposte capaci di reggere alla prova dei fatti.

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