14 Ottobre 2026, mercoledì
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Meloni alza il tono sulla guerra, ma il nodo è il ruolo dell’Europa: «Non siamo guerrafondai». E sfida Trump sul petrolio russo

Dalle sanzioni a Mosca alla sicurezza nel Mediterraneo, fino al bilancio comunitario, la premier traccia la linea italiana in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Critica l’intesa americana sul carburante russo, chiede un mandato comune per la diplomazia europea sull’Ucraina e rivendica nuove risorse per la difesa. Nei corridoi di Palazzo Madama, tuttavia, la polemica sui presunti «guerrafondai» solleva una domanda: a chi sta rispondendo davvero la presidente del Consiglio?

Le parole scelte da Giorgia Meloni al Senato, alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, restituiscono l’immagine di un governo che vuole presentarsi come interlocutore pragmatico sul piano internazionale, custode degli interessi nazionali nei negoziati europei e deciso a respingere le accuse di militarismo sul fronte interno. Ma dietro la sequenza di dichiarazioni sulla Russia, sull’Ucraina, sul Medio Oriente e sulla difesa si intravede una questione politica più ampia: quale peso intende esercitare l’Italia nella costruzione della linea europea, in un momento in cui le divisioni tra gli alleati occidentali rischiano di indebolire la capacità negoziale del continente?

Nelle comunicazioni a Palazzo Madama, la presidente del Consiglio affronta i principali dossier della riunione dei Ventisette con un messaggio che tiene insieme continuità atlantica, sostegno a Kiev, richiesta di maggiore protagonismo europeo e difesa delle scelte economiche del governo. Il passaggio più netto riguarda l’intesa sul carburante russo annunciata dal presidente americano Donald Trump. Ma è nella polemica contro chi descriverebbe l’esecutivo come «guerrafondaio» che Meloni lascia emergere anche una precisa esigenza politica: sottrarre la discussione sulla difesa alla contrapposizione tra sicurezza e spesa sociale, rivendicando per il governo il diritto di definire le priorità senza accettare le contestazioni dell’opposizione.

Il carburante russo e il rischio di indebolire la pressione su Mosca

«L’intesa sul gasolio russo annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è una scelta che considero molto rischiosa». È questo uno dei passaggi più significativi dell’intervento della premier, che individua nell’eventuale alleggerimento delle restrizioni sul carburante russo un problema non soltanto economico, ma soprattutto strategico.

La distinzione proposta da Meloni è precisa. L’impennata dei prezzi dei carburanti, sostiene, sarebbe riconducibile principalmente alla guerra in Iran e non al conflitto in Ucraina. Di conseguenza, intervenire sulle misure contro Mosca per attenuare le conseguenze di una crisi energetica che ha altre origini rischierebbe di produrre un risultato incerto, a fronte di conseguenze politiche molto più prevedibili.

Il ragionamento della presidente del Consiglio si sviluppa su tre livelli. Il primo è quello della legittimazione internazionale: un’intesa che favorisca le entrate russe potrebbe essere interpretata come un segnale di normalizzazione nei rapporti con il Cremlino, mentre proseguono gli attacchi contro le città ucraine. Il secondo riguarda le risorse finanziarie: maggiori entrate per Mosca possono tradursi in una maggiore capacità di sostenere lo sforzo bellico. Il terzo, forse il più rilevante, concerne la credibilità delle sanzioni occidentali.

La pressione economica, nella strategia sostenuta da Meloni, non rappresenta un obiettivo autonomo, ma uno strumento per indurre Vladimir Putin a negoziare. Se quello strumento viene indebolito senza una contropartita diplomatica verificabile, il rischio è che la disponibilità al compromesso venga premiata prima ancora che produca risultati sul terreno.

È una critica che chiama direttamente in causa Washington. La premier non mette in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti, ma segnala che le scelte americane possono entrare in contraddizione con la linea finora perseguita dagli stessi Paesi occidentali, Stati Uniti compresi. L’unità dell’Occidente, insomma, non può essere soltanto una formula diplomatica: deve tradursi in una strategia coerente.

Resta, naturalmente, da valutare quale sia il contenuto effettivo dell’intesa annunciata da Trump, quali condizioni preveda e quali effetti concreti possa produrre sui mercati e sulle entrate russe. La posizione espressa dalla presidente del Consiglio è anzitutto una valutazione politica del rischio. Il suo punto centrale, tuttavia, è difficilmente eludibile: se l’obiettivo dichiarato è portare Mosca al tavolo negoziale, ogni allentamento della pressione dovrebbe essere accompagnato da garanzie credibili e da risultati diplomatici misurabili.

Ucraina, l’Europa non può limitarsi a osservare

Sul conflitto ucraino Meloni difende la strategia del sostegno occidentale e respinge la rappresentazione di una Russia inarrestabile. «I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino», afferma, richiamando le limitate conquiste territoriali russe dall’inizio dell’anno e le perdite subite nel mese di settembre.

La premier attribuisce alla resistenza ucraina e al sostegno dei Paesi occidentali un ruolo decisivo nel contenere l’avanzata russa. Da questa premessa deriva la sua conclusione: mantenere il sostegno a Kiev non significa voler prolungare la guerra, ma cercare di creare le condizioni perché Mosca accetti un negoziato serio.

È qui che Meloni individua la frattura politica che attraversa il dibattito italiano ed europeo. «Nessuno in quest’aula vuole la guerra, tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi».

La formula ha una sua efficacia politica perché sposta il confronto dalle intenzioni dichiarate ai mezzi ritenuti più adatti a raggiungere l’obiettivo. Il problema, però, è stabilire se e a quali condizioni il sostegno militare, economico e politico all’Ucraina possa tradursi in una prospettiva negoziale concreta. La resistenza sul campo può rafforzare la posizione di Kiev, ma non garantisce da sola l’apertura di un tavolo né, tantomeno, un accordo.

La questione diventa ancora più delicata quando la premier affronta il ruolo delle principali potenze europee. Francia, Germania e Regno Unito, riuniti nel formato E3, hanno sviluppato un coordinamento diplomatico che, secondo Meloni, rischia di lasciare ai margini gli altri Paesi dell’Unione.

La sua richiesta è esplicita: se le tre capitali ritengono di poter gestire la questione ucraina con maggiore efficacia, dovrebbero farlo «con un mandato ufficiale dato da tutti». In alternativa, i Ventisette dovrebbero individuare una figura autorevole, sostenuta da un mandato comune, capace di portare al tavolo negoziale la voce dell’intera Europa.

È un passaggio che rivela una contraddizione strutturale della politica estera comunitaria. L’Unione europea dispone di un peso economico considerevole, sostiene finanziariamente e politicamente Kiev e partecipa alla definizione delle sanzioni contro Mosca. Eppure fatica a trasformare queste risorse in una rappresentanza diplomatica unitaria. Le iniziative delle singole capitali possono essere rapide e incisive, ma rischiano di produrre una somma di posizioni nazionali anziché una strategia comune.

Meloni pone quindi una questione legittima: chi parla a nome dell’Europa quando si tratta di definire le condizioni della pace? La risposta, tuttavia, non può esaurirsi nella richiesta di un mandato formale. Occorre chiarire quale linea negoziale l’Unione intenda sostenere, quali compromessi consideri accettabili e quali garanzie ritenga indispensabili per impedire che un accordo si trasformi in una tregua precaria.

Il protagonismo europeo non si misura soltanto con la presenza di un rappresentante al tavolo, ma con la capacità di arrivarci avendo una posizione condivisa e strumenti sufficienti a sostenerla.

Difesa, la replica preventiva alle accuse dell’opposizione

La parte più direttamente rivolta alla politica interna arriva quando Meloni affronta il tema delle risorse destinate alla difesa e della maggiore flessibilità prevista in ambito europeo per le spese legate alla sicurezza.

La premier sostiene che tali margini consentano di mobilitare risorse aggiuntive rispetto a quelle ordinariamente consentite dai parametri comunitari. Non si tratterebbe, nella sua ricostruzione, di sottrarre denaro alla sanità, alla scuola o ai servizi pubblici, perché le somme destinate alla difesa attraverso quella maggiore flessibilità non sarebbero comunque disponibili per altri impieghi.

«Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, risorse distratte dai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo», dichiara, accusando inoltre gli avversari di incoerenza per avere sostenuto, quando erano al governo, un aumento delle spese militari di circa 15 miliardi di euro, in piena pandemia e prima dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina.

Il richiamo al passato è funzionale a una strategia argomentativa riconoscibile: Meloni cerca di dimostrare che il rafforzamento della difesa non costituisce una scelta ideologica esclusiva della destra, ma una priorità già condivisa, in circostanze diverse, da forze politiche oggi collocate all’opposizione.

La replica, però, non chiude la questione. Il rapporto tra sicurezza e spesa sociale non si risolve soltanto attraverso la classificazione contabile delle risorse. Anche quando la flessibilità europea consente di ampliare i margini di spesa, restano da valutare le conseguenze complessive sulle finanze pubbliche, la sostenibilità degli impegni nel tempo e le priorità da finanziare con risorse limitate.

Dire che una spesa aggiuntiva per la difesa non comporta automaticamente un taglio a ospedali e scuole è diverso dal sostenere che il suo impatto sul bilancio sia irrilevante. La distinzione merita di essere mantenuta, soprattutto in una fase in cui i governi europei sono chiamati a conciliare investimenti militari, crescita economica, transizione energetica, welfare e vincoli di bilancio.

Anche il confronto con le scelte compiute dagli esecutivi precedenti richiede precisione. Per valutare la coerenza delle diverse forze politiche occorre considerare non soltanto l’ammontare degli stanziamenti, ma anche le finalità, i tempi, gli impegni assunti e il contesto strategico nel quale sono stati decisi.

La durezza del linguaggio usato dalla premier rivela comunque una preoccupazione politica evidente. Il governo non vuole che la discussione sulla difesa venga incorniciata come uno scontro tra chi investe nella sicurezza e chi tutela i servizi pubblici. Meloni intende rivendicare entrambe le dimensioni, presentando il rafforzamento militare come una condizione necessaria per proteggere gli interessi nazionali e contribuire alla stabilità internazionale.

La domanda che resta aperta è come tradurre questa impostazione in scelte verificabili: quali capacità militari sviluppare, quali obiettivi perseguire, con quali costi e attraverso quali meccanismi di controllo parlamentare.

Israele e Libano, l’Italia cerca uno spazio diplomatico

Dal fronte ucraino a quello mediorientale, la presidente del Consiglio prova a delineare un ruolo italiano che non si limiti al sostegno delle iniziative altrui.

«Crediamo in una pace vera tra Israele e Libano», afferma, ricordando che l’Italia ha già ospitato diverse tornate negoziali e dichiarandosi disponibile a farlo nuovamente. Meloni esprime fiducia nella disponibilità della leadership libanese a sottoscrivere un accordo giusto e duraturo con Israele e propone di sostenere questo percorso attraverso un’iniziativa franco-italiana per il dopo Unifil.

L’obiettivo indicato è rafforzare le forze armate libanesi, mettendole nelle condizioni di esercitare concretamente la sovranità dello Stato su tutto il territorio nazionale. Il riferimento alla missione delle Nazioni Unite apre una questione centrale per gli equilibri regionali: come evitare che un eventuale ridimensionamento della presenza internazionale lasci un vuoto di sicurezza e favorisca nuove escalation.

Il rafforzamento delle istituzioni libanesi è un obiettivo di lungo periodo, ma la sua realizzazione dipende da condizioni politiche e operative tutt’altro che scontate. Non basta aumentare la dotazione di mezzi e capacità militari. Servono istituzioni legittimate, risorse adeguate, una catena di comando funzionante e un contesto nel quale le autorità statali possano esercitare effettivamente la propria sovranità.

L’iniziativa franco-italiana potrebbe offrire un contributo, purché venga inserita in un quadro diplomatico condiviso con le parti interessate e con gli attori internazionali coinvolti. La pace, in questo caso, non può essere ridotta a una sospensione delle ostilità: richiede garanzie di sicurezza, un’intesa politica sostenibile e un percorso che restituisca allo Stato libanese la capacità di governare il proprio territorio.

La disponibilità italiana a ospitare nuovi negoziati rappresenta un elemento di continuità con il ruolo diplomatico che Roma cerca di esercitare nel Mediterraneo. La prova sarà trasformare la disponibilità politica in un’iniziativa capace di produrre risultati, senza confondere l’annuncio di un ruolo con l’effettiva possibilità di incidere sugli equilibri regionali.

Iran, Golfo e libertà di navigazione: una questione europea

Il Medio Oriente non si esaurisce nel rapporto tra Israele e Libano. Meloni richiama anche la necessità di un maggiore impegno europeo per la sicurezza delle rotte marittime, a partire dal rafforzamento della missione Aspides, guidata dall’Italia e sostenuta, secondo la premier, da un numero limitato di Paesi.

«Servono più navi e servono ora», sottolinea, indicando nella libertà di navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb un interesse vitale per l’Europa.

Il riferimento è strategico. La sicurezza marittima non riguarda soltanto la protezione delle navi commerciali, ma investe la continuità delle catene di approvvigionamento, i costi dell’energia e la stabilità dei mercati. Quando le rotte vengono minacciate o rese più rischiose, le conseguenze possono propagarsi rapidamente dai trasporti ai prezzi delle materie prime, fino alle attività produttive e ai consumatori.

In questo quadro, la richiesta di rafforzare Aspides assume un significato che supera la dimensione strettamente militare. Se l’Europa considera essenziali quelle rotte, deve essere pronta a sostenere con risorse adeguate la protezione della navigazione. Non può rivendicare un interesse strategico e affidarne la tutela soltanto a pochi Stati membri.

Al tempo stesso, l’aumento delle capacità navali deve essere accompagnato da una definizione chiara dei compiti, delle regole operative e degli obiettivi della missione. La presenza militare può contribuire a contenere le minacce e a proteggere il traffico commerciale, ma non sostituisce la diplomazia necessaria ad affrontare le cause delle crisi regionali.

La situazione in Iran e nel Golfo, richiamata tra i temi del Consiglio europeo, rende ancora più evidente l’intreccio tra sicurezza, energia e politica estera. Le tensioni nella regione possono influire sul mercato dei carburanti e, indirettamente, sulle scelte economiche dei governi europei. È anche per questo che Meloni collega la crisi mediorientale alla sua critica dell’intesa americana sul carburante russo: le risposte a una crisi non dovrebbero produrre effetti strategici contrari agli obiettivi perseguiti su un altro fronte.

Il filo conduttore è la richiesta di una politica europea più consapevole dei propri interessi. La questione è se i Ventisette riusciranno a tradurla in un impegno operativo condiviso, evitando che la responsabilità della sicurezza ricada sempre sugli stessi Paesi.

Il bilancio europeo e il confine tra compromesso e convenienza nazionale

L’ultimo grande dossier affrontato dalla premier è quello del bilancio comunitario, entrato, secondo la sua valutazione, nella fase più delicata del negoziato.

La presidenza irlandese e le istituzioni europee avrebbero indicato l’obiettivo di raggiungere un accordo entro la fine dell’anno. Meloni non contesta in linea di principio questa scadenza, ma pone una condizione: la necessità di un’intesa non deve prevalere sulla qualità dei suoi contenuti.

«Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia».

È una dichiarazione che richiama la tradizionale dialettica tra interesse nazionale e compromesso comunitario. Ogni bilancio europeo è il risultato di una trattativa nella quale si confrontano priorità, contributi finanziari, criteri di distribuzione delle risorse e obiettivi strategici. Per un governo, difendere la posizione del proprio Paese significa cercare di ottenere condizioni sostenibili e benefici coerenti con gli impegni assunti.

Ma la questione decisiva è capire che cosa significhi, in concreto, un accordo «giusto per l’Italia». La valutazione non può limitarsi al saldo tra quanto Roma versa al bilancio europeo e quanto riceve. Deve considerare anche gli effetti delle politiche comunitarie sulla competitività delle imprese, sulle infrastrutture, sull’agricoltura, sulla coesione territoriale, sulla sicurezza energetica e sulla capacità di affrontare le trasformazioni economiche.

Un’intesa europea può richiedere concessioni reciproche. Rifiutare qualsiasi compromesso in nome della convenienza nazionale rischia di rendere impossibile l’accordo; accettarlo soltanto per rispettare una scadenza può invece tradursi in un risultato poco soddisfacente nel lungo periodo. La linea indicata dalla premier si colloca tra questi due estremi, almeno nelle intenzioni.

Resta da vedere quali saranno le priorità italiane al tavolo negoziale e quali margini di flessibilità Roma sarà disposta a concedere agli altri partner. La fermezza dichiarata è una posizione di partenza, non ancora il risultato di una trattativa. E la capacità di difendere l’interesse nazionale si misura anche nell’abilità di costruire alleanze, individuare convergenze e ottenere risultati che da soli sarebbero più difficili da conseguire.

La polemica sui «guerrafondai» e il messaggio rivolto alla politica italiana

C’è infine un passaggio che merita di essere letto oltre il contenuto letterale. Quando Meloni afferma che chi descrive il governo come «guerrafondaio» mente sapendo di farlo, la premier non si limita a difendere la necessità degli investimenti militari. Introduce nell’intervento una contrapposizione morale, attribuendo ai suoi critici non soltanto un errore di valutazione, ma una deliberata distorsione della realtà.

È una scelta retorica energica, che può rafforzare il rapporto con il proprio elettorato, ma che rischia anche di irrigidire il confronto pubblico. Sulla sicurezza, sulla guerra e sulle risorse da destinare alla difesa esistono differenze legittime di giudizio. Si può condividere l’obiettivo di proteggere il Paese e, al tempo stesso, contestare una determinata strategia militare, chiedere maggiore trasparenza sugli stanziamenti o dubitare dell’efficacia di singole decisioni.

Definire ogni critica come una menzogna significa restringere lo spazio del dissenso proprio su questioni che richiederebbero il massimo livello di confronto parlamentare. La sicurezza nazionale è un tema troppo rilevante per essere affidato esclusivamente alla contrapposizione tra chi sarebbe responsabile e chi agirebbe in malafede.

Nei corridoi di Palazzo Madama, inoltre, il tono della premier invita a una considerazione più sottile. Nessuno, tra le voci politicamente più rilevanti, sembra aver bisogno di definire letteralmente il governo «guerrafondaio» perché il confronto sulla difesa diventi aspro. Il termine evocato da Meloni finisce così per occupare il centro della scena anche in assenza di un bersaglio preciso e riconoscibile a cui attribuire l’accusa.

Viene spontaneo richiamare il celebre principio latino «Excusatio non petita, accusatio manifesta»: una giustificazione non richiesta può apparire come un’accusa involontariamente rivolta a sé stessi. Naturalmente, il detto non dimostra le intenzioni della presidente del Consiglio, né basta da solo a spiegare le ragioni della sua scelta comunicativa. Suggerisce, però, una domanda politica legittima: perché sentire l’urgenza di respingere con tanta veemenza un’accusa che, almeno in quei termini, non appare necessariamente al centro del confronto?

La risposta può trovarsi nella volontà di anticipare le critiche, consolidare il consenso e presentare il governo come bersaglio di una rappresentazione ingiusta. Ma proprio qui si misura la differenza tra una comunicazione politica efficace nel breve periodo e una leadership capace di reggere il peso delle proprie decisioni. La prima individua avversari e contraddizioni; la seconda spiega obiettivi, costi, risultati e responsabilità.

Resta poi una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra la rivendicazione dell’interesse nazionale e l’effettiva autonomia della politica italiana. Meloni chiede che l’Europa non si faccia dettare l’agenda da poche capitali, critica una scelta di Trump quando la ritiene rischiosa e rivendica condizioni favorevoli per l’Italia nel bilancio comunitario. Sono tutte posizioni che, in linea di principio, possono esprimere una legittima difesa degli interessi nazionali.

Il giudizio politico, tuttavia, non può fermarsi alle dichiarazioni di autonomia. Deve verificare quanto le scelte concrete siano coerenti con gli interessi italiani, quanto spazio Roma riesca a ritagliarsi nelle alleanze e quanto il governo sia disposto a sostenere le proprie posizioni anche quando divergono da quelle dei partner più influenti. È su questo terreno che si misura la distanza tra l’affermazione di una sovranità politica e la sua effettiva capacità di incidere.

Il rischio, altrimenti, è che il richiamo all’interesse nazionale diventi una formula buona per ogni circostanza: per rivendicare autonomia quando conviene, per giustificare l’allineamento quando è politicamente utile e per sottrarre le decisioni al vaglio di un confronto più approfondito. Il rapporto con gli Stati Uniti, con le istituzioni europee e con le altre capitali non può essere valutato soltanto sulla base delle dichiarazioni pubbliche, ma attraverso gli impegni assunti e i risultati conseguiti.

In questo senso, la celebre battuta attribuita a Massimo D’Azeglio, «Io son io, voi siete un c…o», può diventare una chiave di lettura polemica della comunicazione politica: la rivendicazione di una posizione privilegiata, nella quale il giudizio del governo sulle proprie scelte tende a prevalere sulle obiezioni altrui. È una suggestione letteraria, non una prova di un atteggiamento personale. Ma restituisce il rischio di una politica nella quale l’autorità si afferma più attraverso la delegittimazione dei critici che attraverso la forza degli argomenti.

La critica a Meloni può spingersi oltre, sostenendo che l’esecutivo appaia particolarmente sensibile agli interessi organizzati e alle posizioni delle destre internazionali. Per trasformare questa valutazione in un giudizio fondato, però, servono fatti, decisioni e riscontri concreti. Non basta evocare una subordinazione ai poteri economici o un allineamento ideologico: occorre mostrare in quali scelte si manifestino, quali interessi siano favoriti e quali costi ricadano sul Paese.

È proprio questa verifica che il dibattito pubblico dovrebbe pretendere, anziché accontentarsi di slogan contrapposti.

La prova dei fatti comincia dopo il discorso

Le comunicazioni al Senato disegnano una linea politica ambiziosa. Meloni vuole un’Europa più presente nella diplomazia sull’Ucraina, critica l’intesa americana sul carburante russo, chiede un rafforzamento delle capacità navali nel Mediterraneo allargato, propone un ruolo franco-italiano per sostenere la sovranità libanese e rivendica un negoziato sul bilancio comunitario che non sacrifichi gli interessi nazionali alla fretta.

Sono obiettivi diversi, ma collegati da una stessa esigenza: dimostrare che l’Italia non intende limitarsi a seguire le decisioni degli altri. La coerenza di questa impostazione, tuttavia, dovrà essere verificata nei passaggi successivi, quando alle parole dovranno corrispondere iniziative diplomatiche, impegni finanziari e risultati negoziali.

Sul fronte ucraino, la questione sarà la capacità europea di contribuire a una pace credibile senza indebolire preventivamente la propria posizione. Sul Medio Oriente, conteranno le risorse effettivamente messe a disposizione e la possibilità di sostenere un accordo che restituisca al Libano una sovranità concreta. Sul piano economico, sarà necessario chiarire quali condizioni Roma intenda ottenere nel bilancio europeo e come concili la maggiore spesa per la difesa con gli altri obiettivi pubblici.

E, sul terreno interno, resterà da capire se la polemica sui «guerrafondai» servirà a chiarire le scelte del governo oppure finirà per trasformare un confronto legittimo sulle priorità nazionali in una nuova occasione di scontro.

La pace non si misura dalla forza con cui la si invoca, ma dalla credibilità delle condizioni che si è capaci di costruire. La sicurezza non si dimostra soltanto con gli stanziamenti, ma con la loro efficacia. L’autonomia nazionale, infine, non coincide con la durezza delle dichiarazioni, ma con la capacità di influenzare le decisioni altrui senza rinunciare ai propri interessi.

È su queste tre prove, più che sulle formule pronunciate a Palazzo Madama, che si giudicherà la linea di Meloni. E sarà il confronto con i risultati, non con gli avversari evocati nel discorso, a stabilire se la fermezza rivendicata dalla premier si tradurrà in una maggiore capacità dell’Italia di contare in Europa e nello scenario internazionale.

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