Il giallo di Pietracatella si sposta sempre più sul terreno delle tracce digitali. Non soltanto testimonianze, rapporti personali e ricostruzioni degli ultimi giorni di vita di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, ma anche computer, server scolastici e interrogativi lasciati da alcune ricerche online sulla ricina. È lungo questa direttrice che si stanno concentrando gli accertamenti della Procura, impegnata a ricostruire la dinamica del duplice avvelenamento e a individuare eventuali responsabilità.
Quattro istituti scolastici del Molise sono finiti al centro delle verifiche informatiche, in ragione dei collegamenti professionali con persone che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, sarebbero entrate nel perimetro degli approfondimenti investigativi. Tre figure, in particolare, vengono indicate come oggetto di attenzione: Monia, descritta come una persona particolarmente vicina a Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara; Michele, marito di Monia; e una parente di Gianni, indicata come una possibile cugina.
Si tratta di elementi da collocare nel quadro di un’indagine ancora in corso. L’esistenza di accertamenti su determinate persone o luoghi non equivale a una prova di coinvolgimento nel delitto, né consente di attribuire responsabilità prima delle necessarie verifiche giudiziarie.
Quattro scuole, una pista informatica
La mappa degli accertamenti attraversa quattro istituti, ciascuno con un collegamento specifico rispetto alle persone o alla vicenda oggetto dell’inchiesta.
Il primo è l’istituto agrario di Riccia, dove Michele lavora come tecnico di laboratorio e dove è presente una serra. La struttura è stata sottoposta a verifiche informatiche per acquisire dati utili alla ricostruzione delle connessioni di rete. La presenza della serra costituisce un elemento del contesto investigativo, ma non dimostra, di per sé, alcun rapporto con l’eventuale reperimento o utilizzo della sostanza tossica.
Sempre a Riccia si trova il liceo scientifico nel quale Monia avrebbe insegnato. Un terzo istituto è il liceo classico di Campobasso, frequentato da Sara e dalla sorella maggiore Alice, diplomatasi nel luglio scorso. Infine, gli accertamenti interessano il liceo Silvio Di Lalla di Casacalenda, dove una parente di Gianni Di Vita lavora come insegnante di sostegno.
Il denominatore comune è la possibilità di verificare se, attraverso le reti informatiche di queste strutture, siano state effettuate ricerche riconducibili a persone, dispositivi o connessioni di interesse investigativo.
È un lavoro che richiede precisione. Un indirizzo di rete, una cronologia di navigazione o una sessione registrata da un server possono offrire indicazioni importanti, ma non identificano automaticamente chi abbia utilizzato un dispositivo. In un ambiente scolastico, dove più utenti possono condividere la stessa infrastruttura, gli investigatori devono distinguere le connessioni collettive dagli accessi individuali, verificare gli orari e confrontare i dati con ulteriori elementi indipendenti.
La sfida, dunque, non consiste soltanto nel trovare una traccia, ma nello stabilire a chi sia effettivamente riconducibile e quale significato possa assumere all’interno della ricostruzione complessiva.
La ricina e le domande che conducono al web
Uno dei filoni più delicati dell’inchiesta riguarda alcune presunte ricerche pubblicate sulla piattaforma Reddit a partire dall’agosto 2025. Secondo quanto riportato nelle ricostruzioni giornalistiche, un utente avrebbe posto domande sulla ricina presentandosi come uno scrittore interessato a sviluppare una vicenda narrativa.
Le richieste avrebbero riguardato le caratteristiche del veleno, la sua possibile estrazione dai semi di ricino e gli effetti letali dell’esposizione. Tra le domande riportate compare anche un riferimento all’eventualità che un personaggio immaginario uccida utilizzando semi di ricino schiacciati.
L’aspetto che gli investigatori intendono chiarire non è soltanto il contenuto delle domande, ma la loro eventuale relazione con gli eventi successivi. Secondo le informazioni diffuse, l’account sarebbe rimasto inattivo nei giorni prossimi alla morte delle due donne, per poi tornare a pubblicare il 5 gennaio, circa dieci giorni dopo la tragedia, con quesiti sulla persistenza delle tracce della ricina e sulla possibilità di rilevarla attraverso un’autopsia.
Se confermata nella sua sequenza temporale e nei suoi dettagli, questa attività potrebbe rappresentare un elemento significativo. Ma anche in questo caso occorre separare il dato digitale dalla sua interpretazione: una domanda inquietante non dimostra, da sola, che chi l’ha formulata abbia preparato un avvelenamento o conosca le persone coinvolte.
Il passaggio decisivo sarà stabilire se esistano collegamenti verificabili tra l’account, i dispositivi esaminati, gli accessi registrati nelle reti scolastiche e le persone che gli inquirenti stanno cercando di identificare.
La verifica dovrà inoltre considerare la possibilità che un account sia stato utilizzato da soggetti diversi dal suo titolare, che una connessione sia passata attraverso infrastrutture condivise o che i dati disponibili non consentano un’attribuzione univoca. Sono distinzioni tecniche che, in un caso di questa gravità, possono fare la differenza tra un indizio da approfondire e una conclusione non sufficientemente fondata.
All’Agrario nessun computer sequestrato: acquisiti i dati del server
Le prime verifiche all’istituto agrario di Riccia si sono concluse intorno alle 17 di lunedì. Al termine delle operazioni, secondo quanto riferito da Giovanni Alfonso, consulente informatico nominato dalla difesa di Gianni Di Vita, nessun computer sarebbe stato materialmente portato via.
Gli accertamenti avrebbero riguardato invece i dati conservati su un server centralizzato, attraverso il quale viene gestita l’infrastruttura di rete dell’istituto.
«Nulla è stato portato via fisicamente, sono stati acquisiti dei dati da un server centralizzato che gestisce le connessioni di rete», ha spiegato il consulente, precisando che non sarebbero stati analizzati singolarmente i dispositivi presenti nella scuola, proprio perché le connessioni vengono gestite da un sistema centralizzato dotato di firewall interno.
Il patrimonio informatico dell’istituto comprende 71 computer. Il fatto che nessuno sia stato sequestrato non significa, tuttavia, che gli accertamenti non abbiano prodotto acquisizioni utili. I dati del server possono contenere informazioni sulle connessioni e sulla gestione del traffico di rete, la cui effettiva portata dovrà essere valutata attraverso successive analisi tecniche.
La distinzione è rilevante anche sul piano investigativo. Acquisire i dati di un’infrastruttura di rete non equivale necessariamente a recuperare l’intera cronologia di navigazione di ogni singolo computer. La quantità e la qualità delle informazioni disponibili dipendono dai sistemi utilizzati, dalle configurazioni adottate, dai registri effettivamente conservati e dai tempi di archiviazione.
L’analisi dovrà quindi chiarire quali informazioni siano state registrate, per quanto tempo siano rimaste disponibili e se possano essere confrontate con le tracce relative alle ricerche sulla ricina.
Gli accertamenti proseguiranno al liceo scientifico di Riccia. Le verifiche negli altri istituti serviranno ad ampliare il quadro, mettendo in relazione i dati acquisiti nei diversi ambienti informatici.
Il matrimonio, i rapporti personali e l’ipotesi di un bersaglio diverso
Accanto alla pista digitale resta centrale la ricostruzione dei rapporti personali che circondavano la famiglia. Secondo le indiscrezioni circolate sulla stampa, l’indagine avrebbe preso in considerazione anche le difficoltà del matrimonio tra Antonella e Gianni Di Vita.
La donna, stando a quanto riferito, avrebbe manifestato l’intenzione di separarsi dal marito in un contesto segnato da presunte relazioni extraconiugali. Si tratta di circostanze che, qualora confermate, potrebbero contribuire a delineare il quadro dei rapporti familiari, ma che non costituiscono automaticamente una spiegazione del delitto.
La Procura avrebbe raccolto nel corso dei mesi numerose testimonianze, con oltre duecento audizioni citate nelle ricostruzioni giornalistiche. Un’attività ampia, che suggerisce la necessità di confrontare versioni, ricostruire frequentazioni e verificare eventuali incongruenze, senza isolare un singolo elemento dal resto del materiale investigativo.
Tra gli scenari riferiti da alcuni quotidiani ce n’è uno particolarmente delicato: la possibilità che Antonella e Sara siano state avvelenate per errore e che il bersaglio inizialmente ipotizzato fosse lo stesso Gianni Di Vita.
È un’ipotesi che, se effettivamente presente negli atti investigativi, cambierebbe radicalmente la prospettiva del caso. Non si tratterebbe più soltanto di individuare chi possa aver avuto un movente contro le due vittime, ma di comprendere se l’azione fosse destinata a un’altra persona e, in tal caso, per quale ragione madre e figlia siano state esposte alla sostanza tossica.
Al momento, tuttavia, questa ricostruzione va considerata per ciò che è: uno scenario investigativo riportato dalla stampa, non una conclusione accertata. Per verificarlo sarebbero necessari riscontri concreti sulla preparazione dell’avvelenamento, sulle modalità di esposizione alla ricina e sulla sequenza degli eventi che hanno preceduto la morte delle due donne.
Il movente, per quanto importante, non può sostituire la prova materiale. Allo stesso modo, l’esistenza di rapporti personali complessi non autorizza a trasformare sospetti o indiscrezioni in responsabilità individuali.
La prova digitale dovrà incontrare quella scientifica
L’inchiesta si trova ora davanti a un passaggio in cui competenze diverse sono chiamate a convergere. Da un lato, gli accertamenti informatici dovranno stabilire l’origine e la natura delle eventuali ricerche online, ricostruendo gli accessi e individuando, ove possibile, gli utilizzatori effettivi. Dall’altro, gli elementi digitali dovranno essere confrontati con i risultati medico-legali, con le testimonianze e con ogni altro riscontro raccolto dagli investigatori.
La ricina è una sostanza altamente tossica presente nei semi della pianta di ricino. In un caso di sospetto avvelenamento, l’accertamento della causa della morte e la ricostruzione delle modalità di esposizione richiedono valutazioni scientifiche specialistiche. Anche la ricerca di eventuali tracce deve essere interpretata alla luce dei limiti dei metodi analitici e delle condizioni in cui i campioni sono stati raccolti e conservati.
Le ricerche online, se attribuite correttamente e collocate nel loro contesto, potrebbero contribuire a ricostruire conoscenze, interessi o intenzioni. Non possono però dimostrare da sole che una determinata sostanza sia stata procurata, preparata o somministrata da chi ha effettuato quelle ricerche.
Per questo gli investigatori dovranno evitare scorciatoie interpretative e verificare ogni passaggio della possibile catena di responsabilità. La solidità dell’impianto accusatorio dipenderà dalla capacità di collegare dati apparentemente distinti attraverso riscontri autonomi e convergenti.
Un’indagine che cerca risposte, non soltanto un nome
La vicenda di Pietracatella resta segnata da interrogativi fondamentali: chi ha avuto accesso alla ricina, come sia stata eventualmente utilizzata, quale fosse il bersaglio dell’azione e se le tracce digitali possano condurre a una ricostruzione attendibile dei fatti.
Le quattro scuole rappresentano, in questa fase, luoghi in cui cercare risposte tecniche. I server possono conservare informazioni, gli accessi possono offrire una sequenza temporale e gli account online possono lasciare indizi. Ma nessuno di questi elementi, preso isolatamente, è sufficiente a spiegare un duplice omicidio.
La pista informatica potrebbe rivelarsi decisiva se consentirà di trasformare una serie di interrogativi in collegamenti verificabili. Oppure potrebbe ridimensionare alcune ipotesi, dimostrando che determinate tracce non sono attribuibili alle persone inizialmente considerate.
È proprio questa la funzione dell’accertamento giudiziario: verificare, distinguere e ricostruire, senza confondere la plausibilità di uno scenario con la sua dimostrazione.
Mentre proseguono le verifiche sui sistemi informatici degli istituti molisani, il giallo di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita resta dunque aperto. La risposta non dipenderà dal numero dei sospetti né dalla forza suggestiva delle ipotesi, ma dalla capacità degli investigatori di stabilire che cosa sia realmente accaduto e di sostenerlo con prove controllabili.
