11 Ottobre 2026, domenica
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Trump, Roosevelt e il rapporto con il nemico: quando la geopolitica sacrifica gli alleati

Dalla psicologia del potere ai precedenti della Seconda guerra mondiale, un’analisi delle relazioni tra Washington e Mosca e del ruolo europeo nel nuovo equilibrio internazionale. Il parallelo tra Roosevelt e Trump solleva interrogativi sulla natura delle alleanze, sul peso degli interessi strategici americani e sul rischio che l’Europa si ritrovi a pagare il prezzo delle scelte della Casa Bianca.

A cura di Gilberto Borzini

Nella prima parte, pubblicata il 7 ottobre scorso, abbiamo indicato alcuni elementi ricorrenti tra la politica operata da Franklin Delano Roosvelt tra il secondo e il terzo mandato e quella espressa da D.J. Trump nel presente. Proviamo allora ad approdondire alcune dinamiche comportamentali.

Raymonde de Saussure si dichiarava certo del fatto che solamente la psicoanalisi avrebbe chiarito alcuni misteriosi passaggi della Storia, tanto da scrivere un opuscolo intitolato “psicoanalisi e scienze sociali”. Certo, tutti noi abbiamo letto pagine e pagine relative alla bizzarra e insana relazione corrente tra Hitler e il popolo tedesco, argomento su cui Jung ebbe parecchio da argomentare, evidenziando come la deformazione psichica o caratteriale si manifesti oltremodo contagiosa colpendo trasversalmente notevoli strati compositivi il tessuto sociale; tutti noi abbiamo letto saggi relativi alla psicologia delle masse ed esaltanti passi letterari, a partire da quelli narrati da Elias Canetti, di trasformazione del proprio atteggiamento e comportamento durante la partecipazione ad eventi pubblici, come se ad un tratto la consapevolezza dell’Io individuale cedesse il controllo sulle proprie emozioni ad un Super Io Collettivo.

Molti studiosi si sono poi dedicati alla psiche di Josiv Djugasvili detto Stalin, mentre pochissimi, che io sappia, si sono presi la briga di affrontare eventuali problematiche psicologiche di MaoTse Dong, un signore che sperperò 80 milioni di vite umane in favore della sua ideologia.

Insomma, la politica rappresenta un territorio di caccia molto ampio per chi si occupa di psiche e persino nel nostro Parlamento non sono rari i casi di modestissimi intelletti convinti della propria napoleonicità, ma certamente la questione che massimamente oggi attira l’attenzione è l’operato del Presidente degli Stati Uniti, da non pochi osservatori definito come ambiguo, insolito, pervaso da una discreta megalomania, caratterizzato da un narcisismo affetto da incontinenza.

I rapporti col “nemico”

Sorprende soprattutto, in DJT, l’afflato affettivo che mostra nei confronti delle controparti più rilevanti, non solo con Xi Ping presidente della Repubblica Popolare Cinese, ma anche, e questo sembra più grave, con il nord coreano Kim Jong Un e il russo Vladimir Putin, verso i quali manifesta una sorta di fraterna amicizia se non di adorazione.

Prima di lui lo stesso “capo di imputazione”, l’eccessiva partecipazione solidaristica col nemico, fu addebitata a Roosvelt, quel Franklin Delano snob e di ricchissimi ascendenti che tutti abbiamo appreso iconicamente seduto, riconoscendolo immortalato sulla carrozzina a Yalta tra Churchill e Stalin.

Roosvelt, nei suoi anni, fu il primo Presidente statunitense ad ottenere un terzo mandato candidandosi, con intervento non suo ma della moglie Eleanor, alla Convention di Chicago nel 1940, dopo essere stato furiosamente contestato dai suoi stessi partner politici per un New Deal di stampo keynesiano, messo in atto tra il 33 e il 38, imputato di vera e propria sovversione economica di impronta socialista, forma economica che peraltro non migliorò affatto la condizione sociale dei più svantaggiati visto che si spesero 6 miliardi di dollari (di allora) rimanendo con oltre 10 milioni di disoccupati all’esordio dell’ingresso nella Seconda Guerra mondiale.

Non pochi pensarono, a suo tempo, che la discesa in campo degli USA nella seconda guerra mondiale fosse una forma di rilancio dell’economia industriale statunitense unita all’immediato impiego delle rilevanti risorse umane inoccupate e l’evolvere dei fatti darebbe ragione ai malfidenti.

I giochi attuali di Trump non disegnano un tracciato diverso: il Warfare prende il posto del Welfare e le attrattive proposte dall’arruolamento sembrano preferibili alla disoccupazione di lungo periodo per una larga parte di popolazione in condizioni di disagio economico.

A letto col nemico

Ma il tratto psicologico comune si rileva nelle relazioni politiche.

Roosvelt venne apertamente accusato di “andare a letto col nemico”, avendo affidato al suo braccio destro Harry Hopkins, uomo di raffinata intelligenza tattica devastata da sentimenti di immensa misantropia generati (anche) da un inguaribile tumore allo stomaco, personaggio psicotico e inquietante che il generale R.J.Deane, capo della missione militare americana a Mosca durante la seconda guerra mondiale, accusava di “elargire aiuti americani ai russi con un eccessivo zelo che rasentava il fanatismo” e con “un entusiasmo divenuto così bollente da non poterlo moderare in nessun modo”.

Trump, con Putin, sembra animato dalle medesime ansie e non tiene in alcun conto il monito di Randolph Bourne, commentatore ai tempi di Woodrow Wilson, secondo cui “la guerra è come un elefante selvatico: ci si può salire in groppa ma non si può condurre perché è l’elefante che ti porta dove vuole”.

Lasciare gli alleati al loro destino

Alla fine della Seconda Guerra mondiale Stalin ottenne molto più di quanto fosse lecito aspettarsi e ad accogliere le sue richieste, e financo a migliorare le sue aspettative, furono proprio Roosvelt e il suo consulente Hopkins, mentre Churchill si dovette limitare ad aver escluso la minaccia tedesca alla frontiera, riducendo però sensibilmente il peso politico internazionale inglese.

Talin ottenne mezza Europa, il controllo del Mar Nero, l’accesso al Mediterraneo attraverso la sponda Yugoslava in Adriatico e infinite steppe asiatiche traboccanti energia e materie prime, mentre Londra si apprestava a perdere l’Impero con la dichiarazione di indipendenza indiana nel 1947, un’indipendenza che avvierà lo schema dei Paesi Non Allineati che per decenni farà da sponda alle politiche internazionali sovietiche.

Lo schema replicato

Emerge in questa modalità la medesima situazione che oggi lega il triangolo Trump, Putin e UE: per sostenere Putin Trump fa acquistare la russa Lukoil da investitori americani, superando così i divieti alla vendita di petrolio russo sovrapponendo un marchio statunitense e rivendendo lo stesso petrolio a prezzo maggiorato agli ex alleati europei che, agli occhi degli USA, hanno assunto il ruolo che fu di Churchill ottanta anni fa.

Emergono le medesime forme di relazione politica quando anziché sostenere a pieno regime il conflitto contro la superpotenza avversaria ritira gli aiuti militari all’Ucraina, impone l’acquisto delle armi attraverso la mediazione europea, svincola la presenza statunitense dalle basi NATO in UE, lasciando in sostanza mano libera alle molteplici opzioni militari di quello che dovrebbe essere un regime ostile, definibile almeno come avversario se non nemico, indebolendo il fronte orientale europeo in misura sensibile.

Come Roosvelt abbandonò al suo destino l’alleato inglese alla fine della guerra, pur promettendo retoricamente un’alleanza privilegiata, oggi Trump abbandona l’alleato europeo senza neppure fingere, di questo siamo particolarmente grati, un’ipocrita solidarietà.

Forse perché le forme psichiche dei due presidenti si assomigliano, o forse perché, come affermava Henry Kissinger, gli Stati Uniti non hanno alleati ma solo interessi.

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