A cura di Gilberto Borzini
Quando nel settembre del ’39 la Germania invase la Polonia il Presidente degli USA Roosvelt, al suo secondo mandato e con l’allettante prospettiva di un possibile terzo mandato ancorché non previsto dalla Costituzione, nicchiava rispetto alla posizione da assumere.
Il primo conflitto mondiale in cui gli USA erano stati tirati per le orecchie e coinvolti controvoglia non aveva lasciato opportunità o positività agli USA che, al contrario, lamentavano alte perdite e alti costi in cambio di poco o nulla, il che rendeva gli isolazionisti ancora più “insulazionisti”.
Inoltre vi erano parecchie difficoltà economiche da superare ancora in corso: dopo la crisi del ’29 il New Deal e le nuove politiche keynesiane avevano appesantito enormemente il debito pubblico e l’economia doveva molto all’industria pesante delle armi che, negli anni ’30, vendeva a tutti i Paesi Europei e a buona parte delle americhe centro meridionali la sua mercanzia.
Il Grande Gioco
Pesavano poi sulle possibili scelte del Presidente la forte presenza irlandese nel tessuto economico, industriale, politico e della stampa statunitense: una presenza irlandese che da sempre guardava con ostilità all’Inghilterra e si mostrava indecisa rispetto alle modalità del sostegno da concedere a Londra, visto anche il fatto che non poca parte dell’intellighenzia americana guardava al nazismo col favore che si offre a chi combatte un nemico comune, la Russia.
Perché era la Russia, già allora, il vero obiettivo da sconfiggere tanto agli occhi americani quanto a quelli inglesi.
Londra era in conflitto con Mosca dai tempi della presenza imperiale in India: Mosca controllava gli accessi all’India dall’Afghanistan impedendo il corso delle merci via terra e obbligando le merci indiane al periplo dell’Africa per raggiungere i porti inglesi, aggravando considerevolmente costi e rischi in capo all’economia britannica.
Londra e gli USA avevano sovvenzionato, e non poco, la rivoluzione tesa a far cadere lo Zarismo e fare implodere la Grande Russia dividendola in infiniti potentati locali, così da poter imporre l’economia liberista. Ma la rivoluzione era riuscita fin troppo bene portando al potere i bolscevichi che detestavano e combattevano il capitalismo liberale di impronta anglofona rappresentato, durante la guerra civile, dai menscevichi.
Per farla breve: Hitler era odioso ma serviva a combattere la Russia e Stalin capì perfettamente che conveniva combattere Hitler, che a sua volta bombardava l’Inghilterra, per evitare che gli USA entrassero in conflitto con la Russia dal Pacifico.
Per Stalin l’alleanza tra USA e Inghilterra in chiave anti hitleriana definiva la sua propria strategia di sopravvivenza.
Nel classico gioco delle tre carte della diplomazia bellica Truman stava alla finestra vendendo armi a tutti, fino a quando non fu il Giappone a trascinarlo di forza nel conflitto, e chissà che nella decisione nipponica non abbia avuto qualche influenza la diplomazia moscovita estremamente interessata a non dover aprire un fronte bellico orientale di vasta portata.
Da Roosvelt a Trump: la politica dello Yo-Yo
Quella che ho cercato di riassumere in modo estremo nel paragrafo precedente, una situazione geopolitica che meriterebbe capitoli e capitoli di spiegazione, non era affatto diversa dalla situazione attuale, quanto meno dalla prospettiva statunitense.
Con l’Ucraina al posto della Polonia e la Russia che gioca la parte che fu tedesca nel ’39, le condizioni di Londra e di Washington sono più o meno le stesse. Entrambe puntano alla frantumazione della Grande Russia in un mosaico di piccoli Stati politicamente orientabili e economicamente governabili, mossa che sembrava riuscita a Bush Jr ai tempi della caduta di El’cin e dei primissimi anni di potere putiniano. Sullo sfondo una Unione Europea non seduta tra i commensali ma piatto forte del menù con i suoi 450milioni di consumatori bisognosi di energia, difesa e informatica.
Così, sull’esempio di Roosvelt, Trump allenta la presenza militare statunitense nella NATO informando gli (ex) alleati che devono provvedere da soli alla difesa, preferibilmente acquistando armi statunitensi.
Così, sull’esempio di Roosvelt, Trump per mezzo (soprattutto) di Londra soffia sul fuoco ucraino obbligando l’UE a svenarsi per contrastare una guerra logorante e di posizione senza concrete possibilità di successo, acquistando armi e energia dagli USA
Così, sull’esempio di Roosvelt, Trump si accorda con Putin per rilevare gli impianti petroliferi di Lukoil bypassando così i divieti commerciali europei e le sanzioni previste, rivendendo agli europei stessi, a prezzo moltiplicato, il petrolio russo etichettato USA.
Così, sull’esempio di Roosvelt, gli USA di Trump guadagnano temporeggiando e vendendo, stimolando e negoziando, imponendo e togliendo, in una politica dello Yo-Yo che agli occhi pragmatici del vecchio continente sembra bizzarra ma bizzarra non è.
Così, sull’esempio di Roosvelt che si accordò con Stalin sulla spartizione dell’Europa, Trump si accorda con Putin nella stessa modalità e nei medesimi obiettivi: ora si tratta solo di capire quanta parte dell’Europa spetterà all’uno e quanta all’altro, e non è irragionevole pensare ad un ritorno del quadro politico europeo precedente il 1989.
