La riforma della legge elettorale supera l’ultimo passaggio alla Camera e diventa legge. L’Aula di Montecitorio ha approvato il provvedimento con 227 voti favorevoli e 164 contrari, chiudendo un iter parlamentare segnato da modifiche, ripensamenti e dal passaggio particolarmente delicato del voto segreto. La maggioranza ha retto anche in questa fase, confermando i numeri necessari per portare a compimento una riforma destinata a incidere sulle prossime elezioni politiche.
Il voto di Montecitorio rappresenta il terzo passaggio parlamentare dopo le modifiche introdotte dal Senato. Il testo torna dunque alla Camera in una versione diversa rispetto a quella uscita dal primo esame dei deputati, soprattutto su due punti destinati a incidere concretamente sulla competizione elettorale: l’introduzione delle preferenze, mantenendo i capilista bloccati, e l’innalzamento della soglia delle firme richieste alle forze politiche che non hanno rappresentanza parlamentare.
È proprio la partita sulle preferenze ad avere accompagnato gran parte del percorso della riforma. A luglio, infatti, Montecitorio aveva bocciato l’emendamento che ne prevedeva l’introduzione. Il Senato ha successivamente modificato l’impianto, inserendo nel testo la possibilità per gli elettori di esprimere la propria scelta sui candidati, mentre resta il meccanismo dei capilista bloccati. Una soluzione che interviene quindi sulla modalità di selezione degli eletti senza cancellare completamente la componente di scelta affidata ai partiti attraverso la definizione delle liste.
Il secondo elemento riguarda invece l’accesso alla competizione elettorale. Per le forze politiche che non sono già presenti in Parlamento viene aumentato il numero delle firme necessarie per poter presentare le proprie liste. È una modifica che tocca direttamente le condizioni di ingresso nella competizione e che, di conseguenza, assume un peso particolare per i partiti e i movimenti privi di una rappresentanza parlamentare.
Il passaggio più delicato
Ma il dato politico della giornata non è soltanto nei numeri della votazione finale. Il passaggio più osservato è stato quello del voto segreto, una modalità che, per sua natura, sottrae il comportamento del singolo parlamentare alla verifica pubblica e può rendere più incerto l’esito di un provvedimento sostenuto dalla maggioranza.
Il risultato, in questo caso, non ha prodotto sorprese in grado di modificare il percorso della riforma. La maggioranza ha tenuto e il provvedimento ha superato anche questo snodo. Il voto segreto, tuttavia, ha rappresentato un banco di prova significativo perché ha consentito di verificare la tenuta parlamentare della coalizione in una fase nella quale la legge elettorale, per il suo stesso contenuto, assume inevitabilmente un rilievo che va oltre il normale confronto tra maggioranza e opposizione.
La legge elettorale, del resto, non è una riforma come le altre. Stabilisce le regole attraverso cui il consenso raccolto nelle urne viene trasformato in rappresentanza parlamentare. Per questo ogni modifica alle modalità di candidatura, alla scelta degli eletti e ai requisiti per partecipare alla competizione finisce per incidere sugli equilibri della futura contesa politica.
Dalle Camere alle urne
Con l’approvazione definitiva si chiude dunque il percorso parlamentare del provvedimento. Il testo arrivato alla Camera dopo le modifiche del Senato ha trovato i numeri per il via libera conclusivo, mettendo fine a un iter nel quale uno degli elementi centrali è stato proprio il confronto sulla possibilità per gli elettori di incidere sulla scelta dei candidati attraverso le preferenze.
L’impianto che entra in vigore combina così due meccanismi differenti: da una parte la permanenza dei capilista bloccati, dall’altra l’introduzione delle preferenze. Ne deriva un sistema nel quale una parte delle candidature resta determinata a monte dalle forze politiche, mentre per gli altri candidati interviene la scelta degli elettori.
È questo il punto sul quale si concentrerà ora l’attenzione del dibattito politico. La legge non si limita infatti a ridisegnare una procedura parlamentare, ma stabilisce le regole con cui partiti, candidati ed elettori si confronteranno nella prossima competizione elettorale.
Il voto finale di Montecitorio consegna intanto un dato netto: 227 deputati hanno votato a favore, 164 contro. La riforma supera così l’ultimo ostacolo parlamentare e passa dalla dimensione delle trattative tra i partiti a quella, molto più concreta, dell’applicazione delle nuove regole.
