A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel mondo – PMI International
C’è un passaggio nella storia dell’innovazione tecnologica che merita di essere osservato con particolare attenzione. Non riguarda soltanto la velocità con cui vengono sviluppati nuovi chip, l’intelligenza artificiale, i robot umanoidi o le infrastrutture spaziali. Riguarda qualcosa di molto più profondo, la progressiva costruzione di filiere tecnologiche autonome, capaci di progettare, produrre, utilizzare e, in prospettiva, collocare nello spazio le proprie infrastrutture.
Il progetto Terafab attribuito a Elon Musk, al di là delle dimensioni e dei numeri che dovranno essere verificati e soprattutto tradotti in concreta realtà industriale, rappresenta bene questa tendenza. L’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dall’esterno attraverso una filiera sempre più integrata, nella quale progettazione dei chip, produzione, sistemi di calcolo, intelligenza artificiale, robotica, energia e infrastrutture spaziali possano essere ricondotti a un unico grande ecosistema tecnologico.
È il concetto della filiera in house portato a una dimensione completamente nuova. Avere dentro la propria organizzazione ciò che serve per essere competitivi significa oggi non soltanto possedere una fabbrica, ma controllare conoscenze, ricerca, progettazione, tecnologia, capacità produttiva, dati e infrastrutture. Significa cercare di non dipendere, nei settori strategici, dalle decisioni di altri soggetti. È una trasformazione che dovrebbe interessare molto da vicino anche l’Europa e l’Italia.
L’Unione europea ha compreso che la dipendenza da fornitori esterni nei settori strategici può rappresentare una vulnerabilità. Il Chips Act e il nuovo Chips Act 2.0 vanno proprio nella direzione di rafforzare ricerca, progettazione, produzione e resilienza della filiera europea dei semiconduttori, riducendo le dipendenze strategiche. L’Italia, a sua volta, sta cercando di costruire una propria capacità industriale e scientifica. Il progetto Silicon Box a Novara, con un investimento previsto di 3,2 miliardi di euro e un sostegno pubblico di 1,3 miliardi, rappresenta un esempio concreto di questa strategia. Parallelamente, il Paese sta rafforzando la ricerca sui semiconduttori, l’intelligenza artificiale e il trasferimento tecnologico tra università, ricerca e imprese.
Ma la vera sfida è molto più grande.
Per decenni la competitività industriale è stata costruita attraverso catene globali del valore. Oggi, invece, la crescente competizione tecnologica sta riportando al centro un concetto che sembrava appartenere al passato, quello dell’autonomia strategica. Chip, energia, intelligenza artificiale, cloud, robotica, telecomunicazioni e spazio stanno diventando elementi di una stessa grande infrastruttura economica. Chi controlla questi elementi possiede una parte importante della capacità di decidere il proprio futuro industriale. Ed è proprio qui che nasce la domanda più importante. Chi governerà questa trasformazione? Una cosa è possedere una tecnologia straordinariamente avanzata. Altra cosa è stabilire quali limiti debba avere il suo utilizzo. Se la capacità tecnologica cresce molto più rapidamente della capacità normativa e istituzionale, il rischio è che il diritto arrivi dopo, quando le decisioni fondamentali sono già state prese.
Immaginiamo un futuro nel quale grandi gruppi privati possano controllare contemporaneamente enormi quantità di capacità di calcolo, reti satellitari, sistemi di intelligenza artificiale, robot umanoidi, infrastrutture energetiche e piattaforme spaziali. Chi stabilirà le regole? Il mercato, i proprietari delle infrastrutture, gli Stati, le organizzazioni internazionali o una nuova forma di governance nella quale pubblico e privato dovranno necessariamente confrontarsi? Non è una domanda contro l’impresa privata e nemmeno contro l’innovazione. È esattamente il contrario. È proprio perché l’innovazione può produrre un valore enorme che occorre costruire un quadro di regole all’altezza della sua potenza. Il vero problema non è fermare il progresso. È impedire che il progresso possa svilupparsi senza una responsabilità proporzionata alla sua capacità di incidere sulla società.
La conquista dello spazio, in questa prospettiva, non è più soltanto una questione scientifica. È destinata a diventare sempre più una questione industriale, economica e geopolitica. Le infrastrutture satellitari, l’energia, le comunicazioni, la robotica, l’intelligenza artificiale e, in futuro, i data center nello spazio possono aprire mercati oggi difficili perfino da immaginare.
L’Italia e l’Europa non possono limitarsi ad assistere a questa trasformazione. Devono parteciparvi da protagoniste. La recente cooperazione italo-francese sulle tecnologie spaziali, l’accesso autonomo allo spazio, le comunicazioni satellitari e l’intelligenza artificiale dimostra che la dimensione europea sta assumendo un ruolo sempre più importante nella costruzione di una capacità tecnologica autonoma. Per l’Italia questa è anche una grande occasione industriale. Il nostro Paese possiede competenze, università, centri di ricerca, imprese manifatturiere e una straordinaria capacità di trasformare la conoscenza in prodotti e servizi. La sfida consiste nel mettere tutto questo sistema in rete, trasformando l’eccellenza spesso frammentata in una vera filiera nazionale ed europea. Non dobbiamo necessariamente costruire una copia di ciò che stanno immaginando i grandi gruppi americani. Dobbiamo costruire una nostra capacità di progettare il futuro. E qui emerge anche l’altra faccia della trasformazione, quella del lavoro. L’intelligenza artificiale e gli umanoidi sostituiranno alcune attività, ma potranno contemporaneamente crearne altre. Cambieranno professioni, competenze, modelli organizzativi e processi produttivi. Il problema non sarà soltanto quanti posti di lavoro verranno eliminati, ma soprattutto quali nuove competenze saranno necessarie e chi avrà la possibilità di acquisirle. Il valore prodotto dalla nuova tecnologia potrà essere enorme. Potranno nascere nuove imprese, nuovi servizi, nuovi mercati e nuove professionalità. Ma questo risultato non sarà automatico. Dipenderà dalla capacità delle istituzioni, della scuola, dell’università e delle imprese di accompagnare la trasformazione e di investire sulle persone. La grande sfida, dunque, non è scegliere tra uomo e tecnologia. È costruire una tecnologia che aumenti le possibilità dell’uomo senza sottrargli la responsabilità delle decisioni fondamentali.
Forse siamo davanti a una delle più grandi trasformazioni della storia economica. Stiamo passando dall’impresa che produce beni all’impresa che tende a controllare l’intera infrastruttura tecnologica necessaria per produrli, elaborarli, distribuirli e svilupparli oltre i confini terrestri.
Il genio umano sta aprendo porte che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza. Ma più aumenta la nostra capacità di trasformare ciò che immaginiamo in realtà, più diventa indispensabile una domanda. Chi stabilisce le regole di ciò che possiamo fare? Il futuro non avrà bisogno soltanto di grandi innovatori. Avrà bisogno di istituzioni capaci di comprendere l’innovazione, di accompagnarla e, quando necessario, di porre limiti condivisi. Perché conquistare nuovi spazi è una straordinaria ambizione dell’umanità. Ma quei nuovi spazi non possono diventare territori senza regole. La vera sfida dei prossimi decenni sarà quindi duplice. Sviluppare la tecnologia con una velocità mai conosciuta prima e, nello stesso tempo, costruire un diritto altrettanto veloce, capace di governarla nell’interesse dell’uomo. Non è più soltanto una questione di tecnologia. È una questione di economia, di sovranità, di responsabilità e, in definitiva, di civiltà.
