Mentre il prezzo del carburante torna a pesare con forza sui bilanci di famiglie e imprese, il Partito democratico prova a costruire un unico filo narrativo attorno alle principali emergenze del Paese: il costo della vita, la tenuta dei servizi pubblici, la sanità, il lavoro e la sicurezza dei territori. Un’agenda che, nelle parole dei suoi esponenti, dovrebbe avere la precedenza rispetto alle questioni istituzionali e alle riforme politiche che impegnano governo e maggioranza.
A mettere in cima alla lista il caro carburanti è Antonio Casella, coordinatore nazionale dei Circoli Pd Trasporti. Il punto di partenza sono i numeri del 7 ottobre: il prezzo medio nazionale del self service ha raggiunto 2,040 euro al litro per la benzina e 2,261 euro per il gasolio. In autostrada, il diesel arriva mediamente a 2,287 euro al litro.
Non si tratta, secondo Casella, soltanto di una voce di spesa per gli automobilisti. L’aumento del gasolio attraversa l’intera economia e finisce nei bilanci delle imprese di autotrasporto, ma anche in quelli degli enti locali. Regioni e Comuni devono infatti sostenere servizi come l’assistenza domiciliare, il trasporto sociale e gli scuolabus, attività nelle quali il carburante costituisce un costo difficilmente comprimibile.
La critica politica si concentra dunque sulla distanza tra le emergenze quotidiane e le priorità dell’esecutivo. Casella contesta in particolare la scelta di dedicare una parte significativa dell’agenda alla legge elettorale mentre, a suo giudizio, il Paese avrebbe bisogno di un intervento «serio, strutturale e immediato» sul costo dei carburanti.
Il tema, nella lettura del Pd, non è soltanto quello del prezzo alla pompa. È la capacità dello Stato di proteggere il potere d’acquisto, sostenere chi produce e impedire che l’aumento dei costi si trasformi in un ulteriore indebolimento dei servizi pubblici. «Il Paese reale non può aspettare», è la sintesi della posizione di Casella.
Università telematiche, il nodo della regolamentazione
Dai trasporti all’università, il Pd sposta il fuoco sulla relazione tra politica, interessi economici e regole del sistema accademico. Alfredo D’Attorre, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale del partito, interviene dopo l’inchiesta della Procura di Napoli sul gruppo Multiversity, precisando anzitutto il necessario rispetto della presunzione di innocenza per tutti gli indagati.
La questione politica sollevata da D’Attorre riguarda però il peso che, secondo il Pd, alcune università telematiche private avrebbero acquisito nel dibattito pubblico e legislativo. Una capacità di condizionamento che, nella sua ricostruzione, si sarebbe accompagnata a rapporti stretti tra i proprietari di alcuni atenei e settori dell’attuale maggioranza.
Da qui l’accusa di una «deregulation» che avrebbe caratterizzato le scelte del governo Meloni. Nel mirino finisce anche il cosiddetto decreto Bandecchi, emanato dalla ministra Anna Maria Bernini, che secondo D’Attorre avrebbe dimezzato rispetto al precedente decreto Messa il numero di docenti richiesto agli atenei telematici per mantenere attivi i corsi di laurea.
Il Pd guarda inoltre al possibile ampliamento degli esami a distanza, invitando la ministra a non procedere con un ulteriore provvedimento in questa direzione. La proposta alternativa indicata da D’Attorre è una regolamentazione più rigorosa delle università telematiche, accompagnata da un’inversione della politica di finanziamento dell’università pubblica e dalla revisione della riforma dei concorsi.
Sul fondo resta una questione più ampia: quale modello di università vuole il Paese e quale equilibrio deve esistere tra sistema pubblico e operatori privati. Per il Pd, il tema si intreccia direttamente con la qualità della ricerca, la formazione e la capacità delle istituzioni accademiche di restare sottratte a logiche di potere e convenienza politica.
Campi Flegrei, i sindaci a Roma chiedono di essere ascoltati
Sul territorio il dossier più delicato riguarda invece i Campi Flegrei. Sandro Ruotolo, componente della segreteria del Pd, prende posizione alla vigilia dell’arrivo a Roma dei sindaci del territorio, annunciato insieme alle comunità che da mesi convivono con l’emergenza del bradisismo.
Qui la richiesta del Pd è soprattutto politica: ascoltare chi amministra quotidianamente i territori interessati e chi vive direttamente le conseguenze dell’emergenza.
Il governo si appresta a varare un nuovo provvedimento destinato, secondo Ruotolo, ad avere conseguenze rilevanti sulla vita di migliaia di persone, sulle abitazioni e sulle prospettive di sicurezza di un’intera area. Il precedente decreto, sostiene il dirigente dem, si è rivelato insufficiente.
La posizione del Pd è quindi che prima di approvare nuove misure l’esecutivo debba confrontarsi con i sindaci e con le comunità. Una richiesta che Ruotolo collega al diritto costituzionale di manifestare pacificamente, ma soprattutto al diritto dei cittadini di conoscere e comprendere le decisioni che incidono sul loro futuro.
Il punto, in questo caso, non è soltanto la gestione tecnica del rischio vulcanico. È il rapporto tra istituzioni centrali e territori in una situazione di emergenza prolungata. «C’è bisogno di dialogo tra governanti e governati», sostiene Ruotolo.
Caporalato, la catena dello sfruttamento non si ferma al caporale
Ancora più radicale è l’allarme sul lavoro agricolo e sul caporalato. L’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere sullo sfruttamento dei braccianti tra Villa Literno e Mondragone riporta Ruotolo a un luogo che appartiene anche alla memoria della sua esperienza politica e personale.
Il dirigente dem ricorda la «piazza degli schiavi» di Villa Literno, dove gli immigrati africani attendevano all’alba di essere scelti dai caporali per una giornata di lavoro. Evoca la figura di Jerry Masslo, sudafricano fuggito dall’apartheid e ucciso nel 1989, la cui morte rappresentò uno dei momenti di maggiore choc nella storia recente dello sfruttamento dei lavoratori migranti in Italia.
Quasi quarant’anni dopo, secondo Ruotolo, il problema non può essere considerato archiviato.
I dati evocati sono quelli di giornate lavorative fino a quattordici ore, sette giorni su sette, con compensi che possono arrivare a 80 centesimi a cassetta. Ma per il Pd la questione non può essere ridotta alla figura del caporale.
Il caporale, sostiene Ruotolo, è soltanto l’anello più visibile di una filiera nella quale entrano imprese, intermediari e committenti. Per questo la repressione dovrebbe seguire l’intera catena economica, rafforzando i controlli e colpendo chi trae profitto dal lavoro nero.
C’è poi il problema della possibilità per i lavoratori di denunciare senza subire il ricatto della clandestinità. Nel Casertano, osserva Ruotolo, lo sfruttamento si è intrecciato per decenni con l’economia illegale e con il potere dei clan, ma non è sufficiente attribuire tutto alla criminalità organizzata.
È proprio qui che si concentra la denuncia politica: lo sfruttamento può sopravvivere anche dentro l’economia legale quando la ricerca del profitto prevale sulla dignità del lavoro.
Sanità, il Pd punta sul 7,1 per cento del Pil
L’altro grande fronte è quello della sanità pubblica. Marian Sereni, responsabile Salute e sanità nella segreteria nazionale del Pd, interviene sul rapporto della Fondazione Gimbe 2026 e indica nel finanziamento del Servizio sanitario nazionale uno dei terreni decisivi dello scontro politico.
Secondo la lettura fornita da Sereni, l’Italia resta il Paese del G7 che investe meno nella sanità e si trova sempre più distante dalla media europea e OCSE. A questa situazione, sostiene, si aggiungono crescenti disuguaglianze sociali e territoriali e un aumento della povertà sanitaria, con 5,8 milioni di persone che rinunciano a prestazioni sanitarie.
La risposta proposta dal Pd passa dall’obiettivo di portare la spesa sanitaria al 7,1 per cento del Pil, indicato come livello della media europea. Non soltanto più risorse, però. Sereni lega l’incremento del finanziamento a una serie di riforme strutturali.
Il primo punto è il personale. Servirebbe un piano straordinario di assunzioni, insieme a retribuzioni adeguate, formazione, percorsi di carriera e incentivi per rendere attrattive le posizioni nelle aree più svantaggiate. A questo si aggiunge una diversa organizzazione del lavoro, capace di favorire la conciliazione tra vita professionale e personale.
Il secondo tema è il rapporto tra pubblico e privato. Le risorse aggiuntive, nella proposta del Pd, dovrebbero essere indirizzate al miglioramento delle strutture e dei servizi pubblici, mentre la programmazione nazionale e regionale dovrebbe partire dai bisogni sanitari delle comunità e definire su questa base il ruolo complementare del privato convenzionato.
La trasformazione demografica rende poi necessario ripensare il rapporto tra ospedale e territorio. Una popolazione più anziana, l’aumento delle cronicità e la crescita delle fragilità richiedono, secondo Sereni, maggiore prevenzione, assistenza di prossimità e integrazione tra servizi sanitari e sociali.
In questo quadro il Pd richiama l’attuazione del DM 77 e il funzionamento delle Case della Comunità, con il coinvolgimento dei medici di medicina generale e delle diverse professioni sanitarie e sociosanitarie in équipe multidisciplinari.
Un capitolo specifico riguarda infine la salute mentale, soprattutto tra adolescenti e giovani. Il principio indicato da Sereni è che l’accesso alle cure non possa dipendere né dal reddito né dal luogo di residenza.
Dalla benzina alla sanità, la stessa domanda
Carburanti, università, Campi Flegrei, caporalato e sanità sono dossier molto diversi tra loro. Nella strategia comunicativa del Pd, tuttavia, finiscono per comporre un’unica accusa: quella di una politica che dovrebbe tornare a misurarsi con le condizioni materiali delle persone.
Il prezzo del gasolio diventa così la fotografia della pressione sui bilanci familiari, aziendali e pubblici. L’università telematica diventa il terreno della battaglia sulle regole e sulla trasparenza. Il bradisismo rappresenta la distanza che può aprirsi tra decisioni centrali e comunità locali. Il caporalato riporta in primo piano la fragilità del lavoro e la persistenza di forme di sfruttamento che sembravano appartenere a un’altra epoca. La sanità, infine, mette in discussione la capacità dello Stato di garantire diritti essenziali in modo uniforme sul territorio nazionale.
È questa la cornice nella quale il Partito democratico colloca le proprie critiche al governo Meloni. Una cornice costruita attorno a una parola chiave: priorità.
La domanda posta dai dirigenti dem è se l’agenda politica debba concentrarsi anzitutto sulle riforme istituzionali oppure sulle emergenze che incidono ogni giorno sulla vita degli italiani. La risposta del Pd è netta: prima vengono il lavoro, il costo della vita, la salute, i servizi pubblici, la sicurezza dei territori e la dignità delle persone.
Una linea che punta a trasformare questioni apparentemente separate in un’unica fotografia del Paese: quella di un’Italia che chiede allo Stato di essere presente non soltanto quando si discutono le regole della politica, ma soprattutto quando aumentano i costi, si indeboliscono i servizi e le fragilità sociali diventano più difficili da ignorare.
