A cura di Gilberto Borzini
Rileggevo nelle scorse settimane due grandi autori del novecento: l’uno, Thomas Mann, radicato nella sfera mitteleuropea di lingua tedesca, l’altro Albert Camus, titolare di una indiscutibile francesità linguistica. Il primo scrittore di ampie dissertazioni contenute nel Doctor Faustus, nei Buddenbrock e nella Montagna Incantata, il secondo tagliente e netto nelle definizioni come nelle asserzioni nel suo Straniero, ne la Peste o in Caligola.
Il primo, strutturalmente e mentalmente figlio dell’idealismo hegeliano che si contorce attorno al confronto tra Verità e Giustizia e termina con la dissolvenza dell’individuo nel macro corpo dello Stato e della Storia; il secondo a sua volta figlio di un empirismo illuminista che chiama i Fatti per nome e li affronta in termini di Realtà cogente e agente.
Le sfumature acquarellate da Mann nei suoi personaggi non trovano riscontro nelle incisioni a scalpello dei protagonisti di Camus; le contorsioni filosofiche del primo aprono la strada ai più dannosi “ismi” del novecento, la praticità descrittiva di Camus scende in piazza ad affermare la concretezza del reale.
Si dirà che tra i due autori trascorre mezzo secolo di Storia (e che Storia!), ma la struttura formale di Mann la ritroviamo altrove, a partire dal Tamburo di Latta di Gunter Grass, così come la spietata franchezza di Camus è palese, mezzo secolo dopo, nei romanzi di Houellebecq.
Si tratta quindi di una questione strutturale,di un modello che definisce uno schema.
Il Reno divide Francia e Germania, divide mondi radicalmente divergenti, culture linguistiche che nella loro forma organizzativa anticipano la struttura del filosofare, l’organizzazione del pensiero che dal lessico deriva e al lessico rimanda.
Il Danubio attraversa l’Europa, bagna capitali e tramontati imperi tra loro ostili nei secoli, divide il mondo austroviennese da quello slavo e quello slavo dall’eredità ottomana, divide lingue e le forme ideali dello Stato che le singole lingue aiutano a modellare, separa forme della Fede mantenendo aperte le conflittualità che a Nicea non vennero interamente superate così come il Reno separa Riforma e Controriforma: cattolicesimo, luteranesimo e calvinismo si riflettono sulle acque del Reno, Cristianesimo ortodosso, cattolicesimo e islam su quelle del Danubio.
Molto si potrebbe scrivere anche parlando della Vistola, nei secoli affermato confine ideale tra l’idea di Europa e il concetto di Russia.
Se è corretto affermare, allora, che la struttura dell’organizzazione del pensiero è coerente, e connessa, all’organizzazione del linguaggio ecco che la complessità delle rispettive “weltanshaung” si differenzia attraverso la linguistica e la lingua assume, in quanto rappresentazione del reale, funzione fenomenologica oltre che rappresentativa: il linguaggio è la realtà e l’uso di una specifica lingua è lo strumento per la comprensione della realtà stessa.
La lingua Franca
Nel lontano passato la lingua franca europea era il latino. Il latino era la lingua dell’Impero e serviva per comunicare all’interno dell’impero stesso in funzione di collante non solo idiomatico ma culturale, filosofico e organizzativo. L’Arabo ha la medesima funzione e Maometto ne fu perfettamente consapevole così come Simon Bolivar immaginava di costruire un Impero di Lingua spagnola nell’America che chiamiamo latina.
La Lingua è strumento fondamentale per la definizione di un sistema omogeneo.
Nel sette e ottocento “lingua franca” d’europa era il francese (da cui il nome), parlato come lingua madre dalle diplomazie e dalle aristocrazie dell’intero continente. Con l’avvento della primazia statunitense nel dopoguerra, nel suo primato economico e di cultura dell’intrattenimento, l’inglese è divenuto strutturale e ancora oggi nelle sedute parlamentari d’Europa l’inglese è il linguaggio comune, pur non essendo formalmente alcun Paese anglofono partecipante l’UE.
All’interno dell’UE, poi, al di là delle cortesie progettuali d’uso la conflittualità tra le due sponde del Reno è tuttora importante se non prevalente: definisce “visioni del mondo” e della realtà conflittuali e divergenti, convergendo esclusivamente sulla necessità delle specifiche patrie linguistiche di tutelare in primo luogo, se non esclusivamente, gli interessi rispettivi.
Questo per indicare come tra le necessità prevalenti del continente che vuole proporsi come forza politica omogenea la Lingua Comune, una lingua europea ovunque diffusa come lingua madre, sia necessaria.
Nell’epoca del multilateralismo il confronto si svolge tra imperi omogenei e l’omogeneità corre nella forma linguistica ed espressiva, nella forma culturale che da quella deriva e nella struttura del diritto che su quella è descritta.
Si dirà, e l’economia?
Certo, l’economia: ma anche l’economia è forma organizzata che nasce dall’idea di realtà che il linguaggio costruisce, è rappresentazione dell’organizzazione sociale prima ancora che forma organizzatrice essa stessa.
L’economia dipende dall’idea politica, dall’idea originaria, che deve definire se si debba condividere in base alla necessità, in base all’esistere o in base al merito: tre “visioni del mondo” che diversificano profondamente il modello economico e la struttura sociale e se le parole per costruire la “visione del mondo” sono confuse o creano confusione la definizione politica è dispersiva e disfunzionale.
Il linguaggio, in conclusione, è il “fil rouge” che tiene assieme i concetti fondamentali su cui si costruisce un’identità continentale politica, economica, organizzativa, sociale e culturale.
