5 Ottobre 2026, lunedì
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Yemen, 1.122 attacchi contro gli Houthi. E il petrolio torna a correre

Le forze governative rivendicano 1.747 combattenti Houthi uccisi e 364 sistemi distrutti o danneggiati. Ma mentre sul terreno si continua a combattere, dalle rotte energetiche del Medio Oriente arriva un segnale quasi paradossale: le esportazioni di greggio hanno superato in più giornate i livelli precedenti alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

La guerra nello Yemen continua a produrre numeri da bollettino militare, mentre il mercato del petrolio sembra impegnato in un’altra partita. Da una parte le bombe, i lanciatori e i centri di comando messi nel mirino. Dall’altra milioni di barili che continuano a trovare la strada verso i mercati internazionali. È una delle contraddizioni più evidenti di una regione nella quale la normalità, evidentemente, ha imparato a convivere con l’emergenza.

Le forze governative yemenite hanno rivendicato 1.122 attacchi contro postazioni degli Houthi in diverse aree del Paese. A fornire il bilancio è stato il portavoce delle forze armate, Majid Abdullah al Nuzaili, secondo cui le operazioni hanno colpito soprattutto postazioni di artiglieria, sistemi lanciarazzi e strutture di comando.

Il bilancio comunicato dalle autorità è pesante: 1.747 combattenti Houthi uccisi e 364 mezzi e sistemi distrutti o danneggiati. Numeri che vanno letti, come sempre accade in un contesto di guerra, come rivendicazioni della parte che li diffonde e non come un bilancio indipendentemente verificato.

Il dato politico e militare, però, resta significativo. Lo Yemen continua a essere uno dei punti più delicati dell’instabile scacchiere mediorientale, con gli Houthi al centro di una crisi che non riguarda soltanto il conflitto interno yemenita. Le tensioni si riflettono direttamente sulla sicurezza delle rotte marittime e, di conseguenza, sul commercio internazionale.

Ed è proprio qui che entra in scena il petrolio.

Il paradosso dei barili

Mentre gli attacchi alle navi mantengono elevata la pressione sulle rotte della regione, le esportazioni di greggio dal Medio Oriente non sembrano intenzionate a rallentare. Anzi.

Secondo i dati provvisori di Kpler, alla fine di settembre le esportazioni hanno superato in quattro giorni su sette i livelli registrati prima della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In alcuni di quei giorni i flussi hanno raggiunto tra 19,5 e 22,5 milioni di barili al giorno, contro una media precedente al conflitto di circa 18 milioni di barili quotidiani.

Tradotto dal linguaggio delle statistiche a quello della geopolitica, il messaggio è piuttosto chiaro: la guerra può rendere più rischioso trasportare il petrolio, ma non è detto che riesca a fermarlo.

È una caratteristica ricorrente delle crisi mediorientali. Le mappe si riempiono di zone rosse, le compagnie marittime ricalcolano le rotte, gli assicuratori fanno i conti con il rischio e i mercati attendono il prossimo sviluppo. Nel frattempo, i terminal continuano a caricare.

Naturalmente, il dato sulle esportazioni non significa che le tensioni siano irrilevanti. Al contrario. Un flusso superiore ai livelli prebellici può riflettere una combinazione di fattori, dalle esigenze dei produttori alle dinamiche della domanda, dalle scorte alle strategie commerciali. E soprattutto non cancella il rischio che un nuovo episodio militare possa modificare rapidamente il quadro.

La guerra che non chiude il rubinetto

Lo Yemen rimane così dentro una crisi regionale molto più ampia. Gli Houthi, le operazioni delle forze governative, gli attacchi alle navi e la sicurezza delle rotte energetiche fanno parte dello stesso mosaico, anche se ciascun tassello risponde a logiche proprie.

Il punto è che oggi il Medio Oriente sembra capace di offrire contemporaneamente due immagini apparentemente incompatibili. Quella di una regione sottoposta a una pressione militare crescente e quella di un sistema energetico che, almeno per ora, riesce a mantenere e in alcuni casi persino ad aumentare i propri flussi.

È il curioso paradosso di questa guerra: più instabilità sul terreno, ma non necessariamente meno petrolio sui mercati.

E mentre nello Yemen si continua a contare ciò che viene distrutto e chi viene ucciso, nei terminal petroliferi si continua a contare soprattutto ciò che parte. Barile dopo barile, nave dopo nave. La guerra rallenta la geopolitica, ma per il momento non è riuscita a mettere il mercato energetico in pausa.

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