5 Ottobre 2026, lunedì
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Sánchez manda la Spagna alle urne: il duello con la destra si sposta al 29 novembre

Il premier socialista scioglie le Cortes con nove mesi di anticipo e trasforma la crisi politica in un referendum sul suo governo. Dopo la bocciatura dei decreti sulla casa, Sánchez accusa l’opposizione di aver paralizzato il Paese e sfida gli elettori: «O si arretra con l’ultradestra o si avanza».

Pedro Sánchez ha scelto la strada più rischiosa, che in politica è spesso anche quella più semplice da spiegare: restituire la parola agli elettori. Il presidente del Governo spagnolo ha annunciato dalla Moncloa lo scioglimento anticipato delle Cortes e convocato le elezioni per il 29 novembre, con nove mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza della legislatura.

Non è soltanto una data sul calendario elettorale. È il punto di approdo di una settimana nella quale il governo socialista ha misurato, ancora una volta, quanto sia diventato stretto lo spazio politico nel quale Sánchez è costretto a muoversi. Da una parte una maggioranza parlamentare fragile, costruita attraverso alleanze spesso complicate. Dall’altra un’opposizione che il premier descrive senza troppi giri di parole come la peggiore della storia democratica spagnola.

Il detonatore è stato il voto di venerdì 2 ottobre, quando il Parlamento ha bocciato due decreti sulla crisi abitativa predisposti dall’esecutivo dopo la forte mobilitazione sociale seguita allo sfratto, a Madrid, di Maricarmen Abascal, 87 anni. I provvedimenti avrebbero dovuto rappresentare una risposta politica a una questione diventata ormai una delle più sensibili del Paese: il diritto alla casa in una Spagna nella quale il costo degli alloggi continua a pesare soprattutto sulle fasce più vulnerabili.

A far saltare i decreti è stata una combinazione parlamentare tutt’altro che irrilevante. Junts per Catalunya ha votato insieme al Partito Popolare e a Vox, nonostante il governo avesse negoziato con gli indipendentisti catalani parte del contenuto dei provvedimenti. Una fotografia abbastanza nitida della difficoltà con cui Sánchez è costretto a governare: alleanze necessarie, ma mai definitive; interlocutori indispensabili, ma pronti a trasformarsi in avversari quando il pallottoliere parlamentare lo consente.

Il voto ha avuto un effetto che va oltre l’aula parlamentare. Nel fine settimana migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città spagnole. La questione abitativa, già esplosiva, è diventata così il terreno sul quale si sono sovrapposti malcontento sociale e scontro politico.

Sánchez ha deciso di trasformare quella tensione in una sfida elettorale.

«È il momento di scegliere»

Nel suo intervento dalla Moncloa, il premier ha rivendicato i risultati del governo, senza negarne gli errori. Ha però costruito il messaggio attorno a una scelta che, nelle sue intenzioni, dovrebbe essere molto più ampia della semplice conferma o bocciatura dell’esecutivo.

«È tempo di scegliere», è il senso della sua offensiva politica. La Spagna, secondo Sánchez, deve decidere se seguire l’onda dell’estrema destra e «retrocedere» oppure costruire una maggioranza progressista più ampia.

La posta in gioco, nella narrazione del premier, non è dunque soltanto il futuro del Partito Socialista. È il modello di Paese. Sánchez vuole presentare la consultazione del 29 novembre come un bivio tra due Spagne: quella che difende apertura, diritti sociali e politiche progressiste e quella che, a suo giudizio, rischia di consegnarsi all’avanzata della destra e dell’ultradestra.

Un’impostazione volutamente muscolare, che lascia poco spazio alle sfumature. Ma in campagna elettorale le sfumature, del resto, raramente fanno notizia.

Sánchez ha chiesto agli elettori una maggioranza più solida per affrontare le riforme ancora sul tavolo e ridurre le disuguaglianze. L’obiettivo è evidente: trasformare la fragilità parlamentare che ha segnato questa fase di governo in un argomento a favore del governo stesso. Se le riforme si sono inceppate, il ragionamento è che serva più Sánchez, non meno Sánchez.

La lista delle battaglie

Il premier ha dedicato una parte consistente del suo intervento alla rivendicazione dell’azione svolta dal suo esecutivo. Tra i risultati citati ci sono lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’ampliamento dei diritti sociali e la riduzione delle disuguaglianze.

Ma il bilancio politico di Sánchez non si ferma alla politica interna. Il presidente ha ricordato le crisi internazionali e gli sconvolgimenti geopolitici affrontati durante il mandato, sostenendo che il suo governo abbia dovuto misurarsi con «tiranni, tecno-oligarchi e regimi genocidi».

Un lessico che dice molto anche del posizionamento internazionale che Sánchez ha scelto per il suo esecutivo. La Spagna che descrive è quella di un Paese che vuole pesare nel dibattito europeo e globale, difendendo una propria identità progressista e presentandosi come riferimento per la pace, il femminismo e la prosperità.

Il problema, adesso, è convincere gli elettori che questa visione abbia bisogno di altri anni di governo e, soprattutto, di una maggioranza più larga.

L’attacco al Partito Popolare

La parte più dura del discorso è arrivata quando Sánchez ha puntato direttamente il dito contro l’opposizione.

Il premier ha parlato di un Congresso «molto irruente» e ha accusato le forze avversarie di aver messo in discussione persino la legittimità del sistema elettorale, di aver bloccato misure dell’esecutivo e di aver utilizzato il proprio peso nelle amministrazioni regionali e municipali per ostacolare politiche considerate utili ai cittadini.

L’accusa è rivolta soprattutto al Partito Popolare, ma nel mirino finiscono anche Vox e Junts, protagonisti della bocciatura dei decreti sulla casa.

Sánchez ha alzato ulteriormente il tiro evocando anche le «élite economiche e sociali molto potenti», che, a suo giudizio, non si presentano alle elezioni ma cercano comunque di esercitare un’influenza decisiva sul futuro del Paese.

È una contrapposizione classica, quasi da manuale della politica contemporanea: da una parte il governo e il suo progetto di trasformazione sociale, dall’altra un sistema di potere che il premier descrive come interessato a conservarsi. Una narrazione efficace per mobilitare il proprio elettorato, ma destinata inevitabilmente ad alimentare lo scontro con una destra che da tempo punta invece a trasformare Sánchez nel principale bersaglio della propria campagna.

Il voto come resa dei conti

Il 29 novembre, dunque, non sarà soltanto un appuntamento elettorale anticipato. Sarà una resa dei conti.

Sánchez porta alle urne una legislatura segnata da risultati rivendicati, ma anche da una maggioranza parlamentare che troppo spesso ha trasformato ogni provvedimento in una partita a scacchi. L’opposizione arriva al voto con l’obiettivo opposto: dimostrare che il problema non è la mancanza di numeri del governo, ma il governo stesso.

In mezzo c’è una Spagna alle prese con il costo della casa, le disuguaglianze, la polarizzazione politica e una crescente difficoltà a costruire compromessi stabili.

Sánchez ha scelto di anticipare il verdetto. Ora dovrà convincere gli elettori che il suo governo non sia arrivato al capolinea, ma davanti a un bivio.

La destra, naturalmente, racconterà la stessa storia in modo diametralmente opposto: non un bivio per il futuro della Spagna, ma l’occasione per chiudere l’era Sánchez.

Il 29 novembre saranno gli elettori a decidere quale delle due versioni avrà avuto ragione.

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