Assisi, ottocento anni dopo, continua a fare una cosa piuttosto scomoda: costringe il presente a guardarsi allo specchio. E lo specchio, questa volta, non restituisce un’immagine particolarmente rassicurante.
Nel giorno della Festa nazionale di San Francesco, celebrata al Sacro Convento nell’ottavo centenario della morte del santo, Sergio Mattarella ha scelto di non consegnare Francesco alla rassicurante categoria delle figure universalmente amate e universalmente innocue. Nessuna cartolina francescana, dunque. Nessun santo ridotto a patrono della buona coscienza, dell’ecologia gentile e dei buoni sentimenti.
Il presidente della Repubblica ha riportato Francesco dentro il conflitto del nostro tempo. E lo ha fatto con una frase che pesa come un macigno: in alcune parti del mondo, ha osservato, «si tornano a benedire le armi» e a porre gli eserciti «sotto insegne religiose».
È difficile immaginare un cortocircuito più evidente con il messaggio del santo di Assisi.
Francesco, ha ricordato Mattarella, insegna che non esiste colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio. Una frase che, pronunciata mentre il mondo continua a consumare guerre, minacce, riarmi e retoriche nazionaliste, assume inevitabilmente il sapore di un richiamo politico, pur restando rigorosamente dentro il terreno istituzionale e morale.
Perché Francesco, in fondo, è scomodo proprio per questo. Non fu semplicemente un uomo mite. Fu un uomo radicale. E la radicalità, a distanza di otto secoli, è ancora una pessima notizia per chiunque preferisca trasformare i grandi insegnamenti morali in soprammobili commemorativi.
La spada deposta e la pace da conquistare
Mattarella ha insistito su un punto essenziale: il coraggio non coincide con la forza delle armi. Al contrario, nella prospettiva francescana, è coraggioso chi depone la spada per parlare di pace.
Non è una distinzione secondaria. In un’epoca nella quale la parola sicurezza viene spesso pronunciata insieme alla parola riarmo, Francesco introduce un’altra grammatica. La sua non è la pace dei convegni, quella che si pronuncia quando tutto va bene e nessuno rischia nulla. È una scelta che pretende una trasformazione personale, prima ancora che diplomatica o geopolitica.
Mattarella ha parlato di «guerre insensate e crudeli», di violenza, manipolazione e arroganza. E ha invocato la capacità di Francesco di «convertire le menti indurite dall’odio».
La parola conversione, in questo contesto, è forse la più importante. Non riguarda soltanto la fede. Riguarda il modo in cui una società decide di considerare l’altro: avversario, nemico, bersaglio oppure essere umano.
Ed è qui che il santo di Assisi smette di appartenere soltanto alla storia religiosa e torna a interrogare la storia contemporanea.
La vera provocazione: vivere senza inginocchiarsi davanti al denaro
C’è poi un altro Francesco, forse meno celebrato nelle commemorazioni ufficiali ma altrettanto destabilizzante: quello che mette in discussione il rapporto tra ricchezza e valore.
Il giovane figlio di un mercante avrebbe potuto seguire la strada già tracciata dalla famiglia, quella del commercio e del benessere. Scelse invece di rovesciare completamente la gerarchia delle cose.
Mattarella ha definito la povertà francescana una «rottura concreta con l’idolatria del denaro».
Idolatria è una parola forte. E proprio per questo funziona.
Perché Francesco non proponeva semplicemente di avere meno. Metteva in discussione l’idea che avere di più significasse automaticamente essere di più. Una provocazione che, otto secoli dopo, conserva una sorprendente capacità di disturbare un mondo nel quale il valore delle persone viene spesso misurato attraverso patrimoni, consumi, visibilità e potere d’acquisto.
Il punto non è, naturalmente, immaginare una società contemporanea organizzata secondo i modelli economici del Duecento. Sarebbe una caricatura. Il punto è chiedersi se una civiltà possa continuare a chiamare progresso un sistema nel quale l’accumulazione è diventata troppo spesso un fine anziché uno strumento.
Francesco non offriva una ricetta economica. Offriva qualcosa di più radicale: un criterio di giudizio.
Il Creato non è un magazzino
Anche l’ecologia francescana, ha sottolineato Mattarella, rischia di essere banalizzata se viene ridotta alla figura del santo che parlava agli uccelli e ammansiva il lupo.
Il problema, ha spiegato il capo dello Stato, è molto più profondo.
Nel mondo di Francesco non esistevano le dimensioni della crisi ambientale che oggi conosciamo: il riscaldamento globale, l’inquinamento delle acque e dell’aria, la devastazione delle foreste, il consumo indiscriminato delle risorse. Eppure il santo aveva già intuito qualcosa che oggi facciamo molta fatica a comprendere: l’uomo non è proprietario assoluto della natura.
L’acqua, nella visione francescana, è «utile et humile», «pretiosa et casta». Il lupo non è semplicemente un animale da eliminare perché rappresenta una minaccia. È una creatura con cui occorre ristabilire un rapporto.
Sembra una lezione antica. In realtà è una delle più moderne.
Il nodo non è proibire all’uomo di utilizzare la natura. È impedire che l’utilizzo diventi sfruttamento, e che lo sfruttamento venga poi travestito da diritto naturale dell’uomo a prendere tutto ciò che può prendere.
Anche qui Francesco rovescia una gerarchia: l’uomo non è misura unica di ogni cosa.
La santità che non offre soluzioni facili
C’è infine il paradosso che Mattarella ha voluto mettere al centro della sua riflessione.
Francesco non fu un leader politico nel senso moderno del termine. Non elaborò un programma per riformare lo Stato, non costruì un progetto economico, non propose una teoria della giustizia sociale. Non offrì al mondo una piattaforma elettorale, e forse è proprio questo il motivo per cui, dopo otto secoli, continua a parlare a persone molto diverse tra loro.
Chiese di vivere in povertà, pace e letizia. Chiese di servire i poveri e gli ammalati. Chiese di riconoscere la dignità dell’altro e di guardare al Creato senza la presunzione del padrone.
Una risposta semplice? Tutt’altro.
Le risposte semplici sono quelle che non costano nulla. Quella di Francesco, invece, costava moltissimo: chiedeva di cambiare se stessi.
Ed è probabilmente questa la ragione per cui Francesco è diventato una delle figure più conosciute e amate della storia universale. Non perché abbia reso il mondo più comodo, ma perché ha continuato a ricordargli che potrebbe essere diverso.
Il santo che oggi torna a disturbare
La lezione consegnata da Mattarella ad Assisi, allora, va oltre la celebrazione dell’anniversario.
Francesco torna utile al presente proprio quando il presente sembra averne meno voglia. Quando la pace viene considerata un ideale nobile ma poco pratico. Quando le armi vengono presentate come necessarie e, in qualche caso, persino benedette. Quando la ricchezza viene scambiata per misura del successo. Quando il Creato viene trattato come un conto corrente dal quale prelevare senza preoccuparsi del saldo.
È qui che il messaggio di Assisi diventa nuovamente politico nel senso più alto del termine, pur senza trasformare Francesco in ciò che non fu.
Il presidente della Repubblica non ha chiesto di tornare al Duecento. Ha chiesto, piuttosto, di non dimenticare ciò che il Duecento può ancora insegnare al nostro secolo.
E forse la vera provocazione di San Francesco è proprio questa: ricordarci che il progresso non consiste soltanto nel possedere strumenti sempre più potenti, ma nel diventare abbastanza saggi da non usarli contro noi stessi.
Ottocento anni dopo, il santo che scelse di deporre la spada continua dunque a porre una domanda molto contemporanea: quanto siamo davvero civili, se abbiamo imparato a costruire armi sempre più sofisticate ma non ancora a smettere di usarle?
Ad Assisi, almeno per un giorno, la risposta non è sembrata affatto scontata.
