24 Ottobre 2026, sabato
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Il copilota sotto accusa: il divieto di volo, la radicalizzazione e i buchi nella rete dei controlli

Secondo il Wall Street Journal, il copilota omanita del volo Flydubai 1073 era stato interdetto al volo dall’Oman per timori legati alla sua radicalizzazione. Eppure aveva trovato posto in cabina e ottenuto l’abilitazione per una delle rotte più sensibili della regione. Ora le autorità cercano di capire che cosa non abbia funzionato nei controlli e, soprattutto, se qualcuno sapesse.

C’è un dettaglio che rischia di pesare più di tutti gli altri nell’inchiesta sul volo Flydubai 1073: il copilota accusato di aver aggredito il comandante e tentato di portare l’aereo in picchiata sarebbe stato già considerato un soggetto problematico dalle autorità del suo Paese.

Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, citando persone informate sui fatti, l’uomo, cittadino omanita, era stato infatti interdetto al volo dall’Oman per preoccupazioni legate a una presunta radicalizzazione ideologica. Nonostante quel divieto, sarebbe successivamente riuscito a essere assunto da Flydubai e a ottenere l’abilitazione necessaria per operare anche sulla rotta tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele.

È qui che l’indagine smette di essere soltanto la ricostruzione di un’aggressione a bordo e diventa una domanda assai più scomoda sulla circolazione delle informazioni tra apparati di sicurezza, autorità aeronautiche e compagnie. Perché un conto è che un pilota venga ritenuto non idoneo a volare. Un altro è che, dopo quella valutazione, possa rientrare dalla porta principale della cabina di pilotaggio di un’altra compagnia.

Il punto, naturalmente, non è stabilire a posteriori che ogni segnale fosse evidente. Le indagini servono proprio a capire quali segnali esistessero davvero, quali fossero stati valutati e soprattutto chi ne fosse a conoscenza.

Il mistero delle informazioni che non viaggiano

Il Wall Street Journal sottolinea un elemento decisivo: non è chiaro se le autorità omanite abbiano comunicato ad altri Paesi o a compagnie aeree le proprie preoccupazioni sul copilota. E non è chiara neppure la natura precisa della presunta radicalizzazione che aveva portato al divieto.

Sono interrogativi tutt’altro che secondari. Nel trasporto aereo, dove il principio della sicurezza si costruisce attraverso una catena di controlli, una falla informativa può essere sufficiente a rendere inutile anche il controllo più rigoroso. Se un’autorità possiede un’informazione rilevante ma questa resta confinata nei propri archivi, il problema non è più soltanto la qualità del controllo. È la capacità del sistema di condividere ciò che sa.

Ed è una questione particolarmente delicata quando si parla di piloti, cioè persone alle quali viene affidata la responsabilità diretta di centinaia di vite.

I controlli ci sono. La domanda è se siano bastati

Un ex membro dell’equipaggio di Flydubai ha riferito che i piloti della compagnia vengono sottoposti a controlli di sicurezza prima di iniziare a operare e a visite mediche almeno una volta all’anno. La compagnia effettua inoltre valutazioni psicologiche interne sugli ufficiali che passano al ruolo di comandante.

Non è però noto se il copilota coinvolto nell’aggressione sia stato sottoposto a una valutazione analoga.

Ed è proprio questo uno dei punti sui quali l’inchiesta dovrà fare chiarezza. Perché la sicurezza dell’aviazione non coincide soltanto con la verifica dell’idoneità tecnica. Un pilota può conoscere procedure, strumenti, aerodinamica e protocolli alla perfezione. Il problema nasce quando il rischio non si presenta sotto forma di un guasto meccanico, ma nella persona seduta accanto al comandante.

Una distinzione tutt’altro che teorica.

Una rotta già considerata sensibile

La vicenda assume un peso ulteriore perché il volo collegava gli Emirati Arabi Uniti a Israele, una tratta che da tempo viene considerata particolarmente sensibile sotto il profilo della sicurezza.

Un funzionario israeliano ha dichiarato che Israele chiede da tempo alle autorità aeroportuali di Dubai di rafforzare le misure di sicurezza sui collegamenti diretti a Tel Aviv. Nel corso dell’anno, inoltre, Israele aveva sospeso per diversi mesi i voli delle proprie compagnie da e per Dubai, citando preoccupazioni di sicurezza nel contesto della guerra contro l’Iran.

In questo scenario, la presenza ai comandi di un pilota sul quale esistevano precedenti valutazioni negative assume inevitabilmente un rilievo particolare. Ma anche qui occorre distinguere ciò che è noto da ciò che è ancora oggetto di accertamento: il fatto che l’uomo operasse su una rotta sensibile non dimostra, da solo, che vi fosse un piano legato specificamente alla destinazione o alla tratta.

L’ombra dell’indottrinamento

A complicare ulteriormente il quadro arrivano le informazioni diffuse da Channel 12 sull’inchiesta condotta dopo l’episodio.

Secondo l’emittente israeliana, gli investigatori avrebbero raccolto elementi secondo cui il copilota sarebbe stato sottoposto a un processo di indottrinamento riconducibile all’ideologia di al-Qaeda. Avrebbe inoltre avuto incontri con figure religiose non meglio precisate nel corso di quello che viene descritto come un percorso di radicalizzazione.

Sono, per ora, elementi investigativi che dovranno essere verificati e contestualizzati dalle autorità competenti. La domanda centrale è capire se l’aggressione sia stata il gesto isolato di un singolo individuo o se esistano altre persone coinvolte, direttamente o indirettamente.

Gli investigatori israeliani, secondo quanto riferito, stanno quindi verificando anche l’eventuale presenza di emulatori o di altri soggetti radicalizzati all’interno di compagnie aeree straniere. L’inchiesta viene trattata con un livello di allerta elevato, come se l’aereo fosse effettivamente precipitato.

Una precauzione comprensibile quando il potenziale bersaglio non è soltanto un velivolo, ma l’intero sistema che dovrebbe impedire a una minaccia interna di arrivare ai comandi.

Il comandante che ha impedito il peggio

Nel frattempo, dalle autorità emiratine è arrivato un riconoscimento al comandante Sumit Mhachar e all’equipaggio del volo.

L’Autorità generale per l’aviazione civile degli Emirati Arabi Uniti ha espresso apprezzamento per il coraggio del comandante e per la condotta dell’equipaggio, sottolineando il ruolo avuto nel fronteggiare l’emergenza.

È un elemento che rischia di passare in secondo piano rispetto alla parte più inquietante della vicenda, ma che racconta l’altra faccia della storia: un tentativo di trasformare un volo di linea in un attacco è stato contrastato proprio all’interno della cabina.

Resta però la domanda che accompagnerà l’indagine molto più a lungo dell’episodio in sé: come è stato possibile che un uomo ritenuto dall’Oman non idoneo a volare per presunti motivi di radicalizzazione sia tornato a sedersi nella cabina di pilotaggio di un aereo passeggeri?

La risposta dirà molto non soltanto sul copilota, ma sulla rete di controlli che avrebbe dovuto intercettarlo prima.

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