25 Settembre 2026, venerdì
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L’Unità, la fine di una storia che la sinistra non è riuscita a salvare

Dalla promessa di Gramsci al nuovo stop: fallisce la trattativa tra l’editore Romeo e il Pd. Schlein aveva immaginato di riportare il quotidiano nella casa della sinistra con un’offerta da un milione di euro. L’accordo, però, non è arrivato

«Sarà il giornale della sinistra operaia». Era la promessa di Antonio Gramsci quando, il 12 febbraio 1924, L’Unità arrivò per la prima volta in edicola. Una frase che oggi suona come il frammento di un’altra epoca, ma che racconta più di un secolo di politica, battaglie, divisioni e identità della sinistra italiana.

Adesso quella storia rischia di fermarsi definitivamente.

La vicenda editoriale de L’Unità si è arrestata il 7 luglio scorso. Da allora il sito non viene più aggiornato, mentre il direttore Piero Sansonetti, i tre redattori e un grafico sono stati licenziati. Il giornale resta così sospeso, con una testata dalla storia ingombrante e un futuro che, almeno per ora, non sembra avere una data di ripartenza.

A rendere ancora più significativo l’epilogo è il fallimento della trattativa che avrebbe potuto riportare L’Unità nell’orbita del Partito democratico. L’idea di Elly Schlein era quella di provare a riannodare un filo con il passato, riportando il quotidiano nella casa politica alla quale per decenni era stato indissolubilmente associato. Sul tavolo, secondo quanto emerso nel corso della trattativa, c’era un’offerta di un milione di euro per rilevare la testata.

Ma l’intesa con l’editore Romeo non è stata raggiunta.

E così, mentre la politica discute da anni della necessità di ricostruire un rapporto con il proprio popolo, uno dei simboli più riconoscibili di quella storia rimane senza giornale. Non è soltanto la chiusura di una redazione. È il tramonto di uno strumento che per generazioni ha rappresentato un punto di riferimento politico e culturale, attraversando il fascismo, la Resistenza, la Repubblica, la stagione dei grandi partiti e la loro progressiva trasformazione.

L’Unità aveva già conosciuto altre vite, altre crisi e altre ripartenze. La sua storia recente è stata segnata da chiusure, cambi di proprietà e tentativi di rilancio. Ogni volta, però, la discussione sulla testata finiva per intrecciarsi con una domanda più ampia: che cosa resta oggi dell’identità politica e culturale alla quale quel giornale aveva dato voce?

È questa la domanda che torna adesso, davanti a una redazione svuotata e a una testata che non riesce a trovare un approdo.

Per Gramsci il giornale doveva essere uno strumento di formazione, discussione e organizzazione politica. Un quotidiano capace non soltanto di raccontare la realtà, ma di intervenire nella realtà. Un secolo dopo, il problema è quasi rovesciato: non è più il giornale a cercare un posto nella società, ma una parte della politica a interrogarsi sulla possibilità di restituirgli un ruolo.

La trattativa naufragata tra il Pd e l’editore Romeo consegna così alla sinistra una vicenda che va oltre il destino di una testata. Un giornale può chiudere per ragioni economiche, editoriali o industriali. Ma quando quel giornale porta con sé il nome, la storia e la memoria di una parte rilevante della politica italiana, la sua scomparsa diventa anche una questione di identità.

Per ora resta il silenzio di una pagina web ferma, il lavoro interrotto di una piccola redazione e una testata che attende di sapere se avrà ancora un futuro.

La promessa di Gramsci, intanto, resta scritta nella storia. Il giornale della sinistra operaia non c’è più. E la sinistra, oggi, non è riuscita a riportarlo a casa.

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