23 Ottobre 2026, venerdì
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Ex Ilva, il verdetto di Milano riaccende l’emergenza Taranto

La Corte d’Appello di Milano conferma il blocco dell’area a caldo. Ora il nodo non è soltanto giudiziario: servono una strategia industriale, investimenti e garanzie occupazionali per evitare che l’emergenza di Taranto si trasformi in un arretramento strutturale della siderurgia italiana.

La sentenza della Corte d’Appello di Milano sul blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva riporta al centro una questione che ormai trascende i confini della vertenza aziendale. Il futuro degli impianti di Taranto riguarda infatti la capacità dell’Italia di conservare una base siderurgica adeguata alle esigenze della propria manifattura, in una fase nella quale sicurezza degli approvvigionamenti, competitività industriale e transizione energetica sono diventate parti della stessa partita.

La Corte ha confermato il blocco, respingendo il ricorso di Acciaierie d’Italia. Una decisione che impone di fare i conti con i vincoli legati alla tutela della salute e dell’ambiente, ma che allo stesso tempo rende ancora più urgente una risposta sul piano industriale.

È su questo terreno che interviene Antonio Misiani, responsabile Economia e finanze nella segreteria nazionale del Pd, secondo il quale il pronunciamento dei giudici rappresenta anche il risultato di «quattro anni di inerzia» da parte del Governo. Il riferimento è alla lunga sequenza di ipotesi, piani e possibili soluzioni che, a giudizio del dirigente dem, non hanno finora prodotto una prospettiva industriale sufficientemente solida.

Il problema, però, è ormai più grande della gestione della singola vertenza. Un impianto siderurgico di queste dimensioni non può essere considerato soltanto in funzione della propria capacità produttiva: attorno all’acciaio ruota una parte significativa della filiera manifatturiera italiana, dalla meccanica all’automotive, dalla componentistica alla cantieristica. La perdita di capacità produttiva nazionale avrebbe quindi conseguenze che andrebbero ben oltre Taranto.

Il fattore tempo diventa perciò determinante. Più si prolunga l’incertezza, maggiore è il rischio che il deterioramento degli impianti, la perdita di competenze e la fuga di investimenti rendano più complesso e costoso qualsiasi progetto di rilancio. È questo il punto sul quale la politica industriale deve intervenire prima che l’emergenza diventi irreversibile.

Per Misiani, la risposta deve partire da un’assunzione piena di responsabilità da parte dello Stato. Il Pd chiede la convocazione immediata di un tavolo a Palazzo Chigi, garanzie sul fronte occupazionale e soprattutto un piano industriale credibile, capace di tenere insieme tre obiettivi: continuità produttiva, tutela della salute e decarbonizzazione.

È una combinazione tutt’altro che semplice. La siderurgia europea è chiamata a ridurre drasticamente l’impatto ambientale della produzione proprio mentre deve affrontare costi energetici, concorrenza internazionale e una crescente pressione sui margini. Per l’Italia, dunque, la transizione dell’acciaio non può limitarsi alla chiusura o alla riduzione degli impianti più problematici. Deve tradursi in investimenti, tecnologie e nuovi processi produttivi in grado di mantenere nel Paese una capacità industriale strategica.

In questa prospettiva, la decarbonizzazione può diventare non soltanto un vincolo, ma una leva di modernizzazione. A condizione, però, che sia sostenuta da capitali adeguati, tempi industrialmente realistici e una governance capace di accompagnare la trasformazione. È qui che il ruolo pubblico torna centrale: non necessariamente per sostituirsi al mercato, ma per orientare e rendere possibili investimenti che, nelle condizioni attuali, difficilmente potrebbero essere sostenuti senza un forte quadro di garanzie.

Il coinvolgimento delle grandi società a partecipazione pubblica, richiesto da Misiani, si inserisce in questo scenario. L’obiettivo dovrebbe essere costruire una filiera industriale in grado di sostenere la siderurgia nella transizione, evitando che la necessità di ridurre le emissioni finisca per coincidere con la progressiva perdita di capacità produttiva nazionale.

Anche l’occupazione è parte integrante di questa equazione. Le migliaia di lavoratori direttamente e indirettamente coinvolti nella crisi dell’ex Ilva non rappresentano soltanto un problema sociale da gestire attraverso ammortizzatori e misure temporanee. Sono una componente del capitale industriale del Paese: competenze, professionalità e conoscenze che rischiano di disperdersi se la transizione non viene accompagnata da un progetto produttivo concreto.

La vera sfida, dunque, è trasformare una crisi ormai cronica in un progetto di reindustrializzazione. Taranto può diventare il banco di prova della capacità italiana di coniugare siderurgia e decarbonizzazione, produzione e ambiente, capitale pubblico e investimenti privati. Ma per riuscirci occorre una direzione industriale chiara e soprattutto una decisione politica.

La sentenza di Milano restringe ulteriormente i margini per il rinvio. Dopo anni di gestione emergenziale, il Governo è chiamato a definire quale acciaio vuole produrre l’Italia, con quali tecnologie, con quali investimenti e con quale ruolo nella catena manifatturiera europea.

Per questo, nella lettura di Misiani, non bastano più gli annunci. «Servono scelte, non slogan». La questione dell’ex Ilva è arrivata al punto in cui la politica industriale deve finalmente assumersi il peso delle proprie decisioni.

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