La notizia della scomparsa di Emma Bonino attraversa gli schieramenti e, almeno nelle prime ore, mette in secondo piano appartenenze, rivalità e distanze politiche. Il cordoglio arriva compatto, dalla sinistra al Movimento 5 Stelle, e restituisce il ritratto di una donna che per decenni ha occupato la scena pubblica senza mai adattarsi alle convenienze della scena politica.
Bonino è stata molte cose insieme: radicale, parlamentare, ministra, europeista, militante dei diritti civili, protagonista delle istituzioni e, soprattutto, una combattente. Una definizione che nelle sue vicende politiche non ha mai avuto nulla di retorico. Le sue battaglie sono passate dal corpo delle donne alla libertà individuale, dalla laicità dello Stato ai diritti umani, fino alla dimensione internazionale e alla costruzione europea.
È anche per questo che i messaggi di commiato, pur provenendo da sensibilità diverse, finiscono per convergere su una parola: libertà.
Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, la ricorda come «una delle donne più coraggiose che l’Italia abbia mai avuto», sottolineandone la capacità di non cercare «il consenso facile». Nel suo ricordo c’è soprattutto il valore simbolico di una donna che, per generazioni differenti e oltre le appartenenze politiche, ha dimostrato che si può occupare lo spazio pubblico «senza chiedere il permesso».
Una frase che riassume bene il tratto più riconoscibile della parabola di Bonino: l’ostinazione. Quella stessa ostinazione che l’ha portata a battersi quando molte delle questioni oggi considerate parte del patrimonio dei diritti civili erano invece terreni politicamente e socialmente esplosivi.
Divorzio e aborto, anzitutto. Ma anche eutanasia, fine vita, matrimonio egualitario, antiproibizionismo, laicità dello Stato, pena di morte e disobbedienza civile. Battaglie sulle quali Bonino non si è limitata a prendere posizione: spesso ha scelto di esporsi personalmente, pagando in termini giudiziari, economici, politici e di consenso.
È proprio questa dimensione personale dell’impegno a tornare nei ricordi di chi oggi la saluta.
Per Elly Schlein, la scomparsa di Bonino lascia un vuoto che va oltre la sua comunità politica. La segretaria del Partito democratico parla di una donna che ha incarnato «rigore, serietà, competenza, determinazione, coraggio, passione» e che per tutta la vita si è battuta per i diritti delle persone e dei popoli.
Ma nel messaggio di Schlein c’è anche un’altra Bonino: quella capace di guardare oltre i confini italiani. L’Europa, i conflitti dimenticati, i popoli perseguitati, la difesa della democrazia. Un orizzonte internazionale che ha accompagnato la sua attività politica e che, nella lettura della leader dem, rappresenta una delle sue eredità più attuali.
«Ci ha insegnato che la democrazia è tanto necessaria quanto fragile», scrive Schlein, prima di concludere con parole che assumono il tono di un passaggio di testimone: «Ciao Emma, grazie per tutto quello che ci hai insegnato».
Anche Alessandro Zan, responsabile Diritti nella segreteria nazionale del Pd ed europarlamentare, sceglie di riportare il ricordo al cuore delle battaglie radicali: la libertà individuale.
Bonino, osserva Zan, ha trascorso la propria vita a difendere la possibilità di scegliere: divorziare, decidere sul proprio corpo, decidere sulla propria vita. Una libertà per la quale, ricorda, Bonino «ci ha messo tutto: il corpo, la voce, la faccia».
Ed è proprio qui che il ricordo diventa attualità politica. Perché molte delle questioni sulle quali Bonino si è battuta non appartengono soltanto alla storia degli anni Settanta o Ottanta. Tornano periodicamente nel dibattito pubblico, riproponendo gli stessi interrogativi sul rapporto tra libertà individuale, maggioranze politiche e potere dello Stato.
«La libertà degli altri non è una minaccia alla nostra», sottolinea Zan. «È la misura della nostra libertà».
Un’eredità politica difficile da circoscrivere a una sola area. E forse proprio per questo capace di generare, nel momento dell’addio, un riconoscimento trasversale.
Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche, parla di una donna che ha «attraversato e segnato la storia politica e civile del nostro Paese», ricordando come molte delle sue battaglie siano state intraprese quando apparivano ancora impossibili.
È questo, in fondo, uno dei tratti distintivi della storia di Bonino: arrivare spesso prima del tempo. Entrare nei territori dove il consenso non era garantito e trasformare questioni considerate marginali in grandi temi del dibattito nazionale.
La sua storia politica non è stata lineare, né priva di contraddizioni. È stata invece una storia di battaglie, rotture, solitudini e improvvise convergenze. Una presenza spesso scomoda, proprio perché difficilmente riconducibile alle categorie tradizionali della politica italiana.
Il cordoglio bipartisan di queste ore restituisce dunque una fotografia forse più significativa di molte celebrazioni: quella di una donna che ha potuto essere avversaria, alleata, interlocutrice difficile o compagna di strada, ma raramente irrilevante.
Emma Bonino lascia un pezzo della storia politica e civile italiana. Ma lascia soprattutto una domanda, la stessa che ha attraversato gran parte del suo impegno pubblico: fino a dove deve arrivare la libertà dello Stato e dove, invece, deve cominciare quella dell’individuo?
Per decenni ha scelto di stare dalla parte di quella frontiera. Spesso quando era più facile stare dall’altra.
Ed è forse per questo che oggi, nel momento del commiato, anche chi ha combattuto battaglie diverse dalle sue riconosce il peso della sua storia.
Non soltanto una leader radicale, dunque. Non soltanto una protagonista delle istituzioni. Ma una figura che ha contribuito a spostare, nel corso di una vita intera, il confine di ciò che in Italia poteva essere discusso, rivendicato e infine riconosciuto come diritto.
