25 Ottobre 2026, domenica
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La scuola che cambia: non basta spostare i banchi, bisogna cambiare il modo di imparare

Nuove metodologie, intelligenza artificiale, ambienti flessibili e un rapporto più stretto con imprese, università e territorio: l’Italia ha bisogno di una visione nazionale per trasformare la scuola in un vero investimento strategico per la crescita e la competitività del Paese.

A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International

L’inizio del nuovo anno scolastico rappresenta ogni volta un momento importante per il Paese, ma quello che si apre nel 2026 può diventare qualcosa di più di un semplice ritorno tra i banchi. La scuola italiana sta attraversando una fase di trasformazione che riguarda i programmi, le metodologie didattiche, il rapporto con la tecnologia e, soprattutto, il modo stesso di concepire l’educazione. Le nuove Indicazioni nazionali, l’attenzione alle competenze trasversali, l’ingresso sempre più significativo dell’intelligenza artificiale e il rafforzamento dei rapporti tra scuola, università, ricerca, imprese e territorio indicano una direzione che non può essere ignorata. Ma innovare la scuola non significa semplicemente cambiare la disposizione dei banchi o introdurre qualche nuova tecnologia nelle aule. Significa cambiare il modo di imparare, di insegnare e di costruire il rapporto tra conoscenza e realtà.

In questo senso è interessante guardare anche alle esperienze che stanno nascendo nel nostro Paese, come quella dell’Istituto Comprensivo Statale Simona Giorgi di Milano, che dal prossimo anno scolastico sperimenterà il Modello Organizzativo Finlandese. Non si tratta semplicemente di eliminare le file tradizionali di banchi rivolti verso la cattedra. L’obiettivo è costruire ambienti più flessibili, favorire il lavoro di gruppo, utilizzare spazi diversi dall’aula tradizionale, sviluppare attività laboratoriali, integrare maggiormente le discipline e introdurre forme di apprendimento più partecipative. È un cambiamento che riguarda prima di tutto una diversa idea di scuola, nella quale lo studente non è soltanto colui che ascolta e ripete, ma diventa protagonista del proprio percorso di apprendimento.

L’esperienza finlandese può quindi rappresentare uno stimolo importante, ma non deve diventare un modello da copiare in maniera automatica. L’Italia ha una propria storia educativa, una propria cultura, un patrimonio straordinario di arte, letteratura, scienza, manifattura, creatività, design e capacità imprenditoriale. La sfida non è diventare finlandesi, ma capire quali principi possono essere adattati alla nostra realtà e utilizzati per costruire una scuola più moderna senza perdere ciò che rende unica la nostra identità culturale. Una scuola capace di conservare il valore della conoscenza e, allo stesso tempo, di collegarla alle competenze necessarie per affrontare una società profondamente cambiata.

Per questo anche lo spazio nel quale si apprende deve essere ripensato. L’aula non può più essere considerata l’unico luogo nel quale avviene la formazione. Laboratori, biblioteche, musei, parchi, università, centri di ricerca, luoghi della cultura e imprese possono diventare ambienti nei quali sviluppare conoscenze ed esperienze. L’apprendimento può avvenire dentro e fuori dalla scuola, attraverso esperienze concrete, attività interdisciplinari, confronto e collaborazione. La tecnologia può contribuire a rendere questo processo ancora più ricco, ma non può sostituire la relazione umana che rimane il cuore dell’educazione.

Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più importanti della trasformazione. Prima ancora di modificare gli ambienti, occorre preparare le persone che nella scuola lavorano. La formazione deve partire dai dirigenti scolastici, perché sono loro a dover guidare il cambiamento organizzativo e culturale, e deve coinvolgere in maniera permanente gli insegnanti. Ma non può fermarsi a loro. Anche il personale amministrativo, tecnico e ausiliario deve essere accompagnato in questo processo, perché una scuola moderna richiede una comunità professionale capace di condividere una nuova visione e di lavorare insieme.

La formazione degli insegnanti, in particolare, non può essere considerata un adempimento occasionale. Se chiediamo ai docenti di utilizzare nuove metodologie, di lavorare per competenze, di gestire classi più collaborative, di utilizzare strumenti digitali e di confrontarsi con l’intelligenza artificiale, dobbiamo metterli nelle condizioni di farlo. La qualità della scuola dipenderà sempre più dalla qualità della preparazione di chi vi opera.

Lo stesso discorso vale per l’intelligenza artificiale. Non dobbiamo avere paura della tecnologia, ma neppure considerarla una soluzione automatica ai problemi della scuola. L’intelligenza artificiale può aiutare a personalizzare l’apprendimento, sostenere gli studenti, offrire nuovi strumenti agli insegnanti e ampliare enormemente l’accesso alle informazioni. Ma proprio per questo diventa ancora più importante insegnare ai giovani a verificare le informazioni, distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, ragionare, porre domande e sviluppare autonomia di giudizio. La tecnologia deve amplificare l’intelligenza umana, non sostituirla.

La scuola del futuro dovrà inoltre attribuire un valore sempre maggiore alle competenze trasversali. Saper comunicare, lavorare in gruppo, affrontare un problema, assumersi responsabilità, gestire un progetto, utilizzare consapevolmente gli strumenti digitali e sviluppare capacità critica sono competenze che accompagnano una persona per tutta la vita. Non sono alternative alla conoscenza, ma rappresentano il modo attraverso il quale la conoscenza può trasformarsi in capacità concreta.

Ed è proprio su questo terreno che diventa fondamentale rafforzare il rapporto tra scuola e mondo produttivo. Per troppo tempo abbiamo considerato la scuola e l’impresa come due realtà separate, affidando alla prima il compito di formare e alla seconda quello di utilizzare le competenze formate. Oggi questo schema non è più sufficiente. I giovani devono poter conoscere il mondo del lavoro prima di entrarvi, comprendere come nasce un prodotto, come funziona un’impresa, come si affronta un mercato, come si sviluppa un’innovazione e quali competenze vengono richieste dalle professioni che stanno nascendo.

Le imprese, a loro volta, devono assumersi una responsabilità maggiore nei confronti della formazione. Devono aprire le proprie porte agli studenti, mettere a disposizione competenze, laboratori, professionalità ed esperienze, collaborare con le scuole e contribuire alla costruzione di percorsi realmente collegati alla trasformazione economica e tecnologica. Non per trasformare la scuola in un luogo al servizio delle imprese, ma per creare un rapporto virtuoso nel quale conoscenza, lavoro e innovazione possano incontrarsi.

In questa prospettiva, la scuola deve diventare sempre più parte integrante della comunità. Una comunità educante non è composta soltanto da dirigenti, docenti e studenti, ma comprende famiglie, istituzioni, università, imprese, professionisti, associazioni e territorio. È attraverso questa rete che un ragazzo può comprendere che ciò che studia non è separato dalla realtà, ma serve a interpretarla e, possibilmente, a cambiarla.

È per questo che considero la trasformazione della scuola una questione strategica per l’intero Paese. Come rappresentante del mondo imprenditoriale, ritengo necessario rivolgere alle istituzioni un appello preciso: la scuola deve tornare al centro di una strategia nazionale di sviluppo. Non può essere considerata soltanto una voce di spesa o un settore da amministrare, ma deve essere riconosciuta come il principale investimento strategico del Paese. Investire nella formazione significa investire nella competitività delle nostre imprese, nell’occupazione dei giovani, nell’innovazione e nella capacità dell’Italia di affrontare le grandi trasformazioni economiche e sociali che ci attendono.

Chiediamo quindi al Governo, al Parlamento, alle Regioni e a tutti gli attori del sistema educativo di aprire già da questo anno scolastico un grande Piano nazionale per la Scuola Italiana del Futuro. Un piano concreto, pluriennale e misurabile, capace di sostenere le scuole che vogliono sperimentare nuovi modelli didattici e organizzativi, finanziare la formazione permanente di dirigenti e docenti, favorire la riqualificazione degli ambienti scolastici, promuovere un utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale e rafforzare il collegamento strutturale tra scuole, università, ricerca, imprese e territorio.

Le esperienze già avviate in Italia, compreso il Modello Organizzativo Finlandese, non devono essere né celebrate acriticamente né liquidate come semplici esperimenti. Devono essere monitorate, valutate e messe a disposizione dell’intero sistema scolastico. Se funzionano, devono poter essere replicate. Se presentano criticità, devono essere corrette. L’innovazione vera nasce dalla capacità di sperimentare, misurare e migliorare.

Ma questo impegno deve coinvolgere anche il mondo delle imprese. Non possiamo chiedere alla scuola di preparare i giovani al futuro se il mondo produttivo rimane fuori dalla scuola. Le imprese devono aprire le proprie porte agli studenti, mettere a disposizione competenze, laboratori, testimonianze e professionalità, contribuendo a far conoscere ai ragazzi il valore del lavoro, dell’innovazione, dell’intraprendenza e della responsabilità.

Allo stesso modo, la scuola deve aprirsi maggiormente al territorio e alle sue energie migliori. Perché una comunità educante non è fatta soltanto di aule e insegnanti, ma di famiglie, istituzioni, università, imprese, professionisti, associazioni e cittadini. È questa rete che può restituire alla scuola il ruolo centrale che deve avere nella costruzione del futuro.

Il nostro appello è dunque semplice e concreto: facciamo partire dalle scuole italiane una nuova stagione di sperimentazione, formazione e collaborazione. Diamo a ogni istituto la possibilità di costruire, nel rispetto delle proprie caratteristiche, un progetto di scuola più aperta, flessibile, tecnologica, laboratoriale e collegata alla realtà. Misuriamo i risultati e valorizziamo le esperienze che dimostrano di aumentare la partecipazione, le competenze e il successo formativo dei nostri ragazzi.

L’Italia non ha bisogno dell’ennesima riforma della scuola scritta soltanto sulla carta. Ha bisogno di una visione e di un impegno nazionale. La Scuola Italiana del Futuro deve cominciare oggi e deve essere una responsabilità condivisa di istituzioni, dirigenti, docenti, famiglie, imprese e società civile.

Come Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International siamo pronti a fare la nostra parte, mettendo a disposizione delle istituzioni e delle scuole il patrimonio di competenze, relazioni e conoscenze del mondo imprenditoriale, per costruire nuovi ponti tra formazione, innovazione e lavoro.

Perché il futuro dell’Italia non si decide soltanto nei palazzi delle istituzioni, nei laboratori di ricerca o nelle aziende. Si decide ogni mattina, entrando nelle nostre scuole. E se vogliamo un’Italia più competitiva, più innovativa e più capace di offrire opportunità ai propri giovani, dobbiamo avere il coraggio di cominciare da lì. Adesso.

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