25 Ottobre 2026, domenica
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Electrolux, la vertenza si infiamma: Appendino sfida Meloni. «Ora il governo prenda in mano la partita»

Dopo due giorni di confronto tecnico al Mimit, i sindacati annunciano otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti italiani. La deputata M5S: «1.450 famiglie a rischio, Cerreto d’Esi non può chiudere. Serve un vero piano industriale, non il restyling di quello attuale»

La vertenza Electrolux entra in una fase decisiva e, insieme alla tensione negli stabilimenti, cresce la pressione sul governo. Dopo due giorni di confronto tecnico al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il tavolo non sembra aver prodotto quella svolta che lavoratori e sindacati attendevano. La risposta è arrivata con la proclamazione di otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti italiani del gruppo.

Un segnale difficile da ignorare, soprattutto perché arriva mentre sul futuro industriale dell’azienda pesa ancora l’ipotesi di 1.450 esuberi e resta sul tavolo la prospettiva della chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi. È in questo scenario che Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, torna ad attaccare la strategia del governo e chiama direttamente in causa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

«Lo diciamo da mesi: il metodo Urso non funziona», sostiene Appendino, ricordando le iniziative e i presidi organizzati davanti ai cancelli di Solaro e al Mimit. Secondo la parlamentare, il punto ormai non è soltanto la gestione tecnica della vertenza, ma la necessità di un intervento politico ai massimi livelli.

Da qui l’appello rivolto a Meloni: prendere personalmente in mano la trattativa e aprire un confronto diretto con la proprietà di Electrolux. «Cosa deve ancora succedere perché Giorgia Meloni alzi il telefono con la proprietà di Electrolux e si faccia sentire?», domanda la deputata, mettendo in fila i numeri e le conseguenze sociali della crisi: uno sciopero nazionale negli stabilimenti, 1.450 famiglie potenzialmente coinvolte e una fabbrica, quella di Cerreto d’Esi, che rischia di essere cancellata dal perimetro produttivo.

Per Appendino, non c’è più spazio per una gestione attendista. Il prossimo appuntamento, quello nel quale l’azienda dovrà presentare un nuovo piano industriale, diventa quindi il passaggio cruciale per capire se la trattativa potrà cambiare direzione.

La richiesta del Movimento 5 Stelle è netta: il nuovo piano non deve limitarsi a correggere o aggiornare quello già presentato, ma deve cambiare impostazione. Al centro dovranno esserci la salvaguardia dell’occupazione, il mantenimento di Cerreto d’Esi e degli altri stabilimenti e soprattutto investimenti concreti sulla produzione italiana.

«Non ci possiamo permettere di perdere altro tempo», avverte Appendino. E il messaggio politico rivolto all’esecutivo è altrettanto chiaro: la crisi di Electrolux non può essere affrontata come una vertenza industriale ordinaria, perché dietro le cifre ci sono migliaia di lavoratori e interi territori che rischiano di pagare il prezzo delle scelte industriali del gruppo.

Lo sciopero annunciato dai sindacati rappresenta, in questo senso, più di una semplice iniziativa sindacale. È il termometro di una fiducia che si sta consumando. «La pazienza ha un limite», osserva Appendino. «E quel limite si sta avvicinando».

Ora la palla passa al governo. Il prossimo piano industriale dirà se Electrolux intende investire davvero sul futuro della propria presenza produttiva in Italia oppure se la riorganizzazione continuerà a tradursi in ridimensionamenti e perdita di posti di lavoro. Per i lavoratori, il tempo delle rassicurazioni sembra ormai esaurito.

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