25 Ottobre 2026, domenica
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Cernobbio, Monti contro Vannacci: il fascismo non ha bisogno di essere ricostruito in divisa

L’ex premier accusa il leader di Futuro Nazionale di alimentare la «retorica del fascismo» e la psicologia dell’«Italietta». Vannacci replica: «Difendiamo identità, radici e storia». Ma tra X Mas, braccia tese, linguaggio identitario e uno Statuto che mette la Nazione al centro di tutto, la domanda non è più soltanto se Vannacci si definisca fascista: è quanto della grammatica fascista sia tornato a circolare nella sua proposta politica

A cura di Daniele Cappa

Ci sono discussioni nelle quali le parole contano più delle intenzioni dichiarate. E ce ne sono altre nelle quali, prima ancora delle parole, contano i fatti, i simboli, i richiami storici e ciò che una forza politica mette nero su bianco nei propri documenti.

Il confronto di Cernobbio fra Mario Monti e Roberto Vannacci appartiene alla seconda categoria.

L’ex presidente del Consiglio ha scelto una parola pesante: fascismo. Non per sostenere che Futuro Nazionale abbia già ricostituito il Partito fascista, ma per denunciare quella che considera la riemersione di una sua componente più profonda e insidiosa: la retorica della superiorità nazionale, il vittimismo identitario, la contrapposizione fra italiani e «altri», il culto della forza e la trasformazione dell’orgoglio nazionale in risentimento.

«Ormai sono vecchio, ma combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruzione della retorica del fascismo», ha detto Monti rivolgendosi a Vannacci.

Non è una frase da liquidare come una rissa televisiva.

Perché il punto sollevato dall’ex premier non è se domani mattina Vannacci intenda marciare su Roma. Il punto è assai più serio: che cosa succede quando una cultura politica comincia a ripescare, pezzo dopo pezzo, parole, simboli, suggestioni e categorie appartenute alla storia del fascismo italiano?

Vannacci può negare il fascismo. Ma non può pretendere che gli italiani abbiano perso la memoria

Vannacci sostiene che parlare di fascismo sia «ridicolo», richiama la legge Scelba e affida alla magistratura l’eventuale «patente di non fascisti».

Ma c’è un equivoco di fondo.

La legge può stabilire se esistano gli estremi di un reato. La storia e la politica possono invece interrogarsi sulla natura di una retorica.

Sono due piani diversi.

E se sul piano penale sarà eventualmente la magistratura a pronunciarsi, sul piano politico il cittadino ha tutto il diritto — anzi, il dovere — di osservare i comportamenti, leggere i programmi, ascoltare le dichiarazioni e mettere in relazione ciò che viene detto oggi con ciò che è stato detto ieri.

Ed è qui che la difesa di Vannacci diventa molto meno semplice.

Perché non stiamo parlando di un singolo incidente, di una fotografia rubata o di una parola pronunciata per errore.

La X Mas non era un dettaglio folkloristico

Nel 2024 Vannacci invitò gli elettori a fare una «Decima» sul simbolo della Lega, accompagnando il riferimento con il gesto delle dita a formare una X. Il riferimento alla X Flottiglia Mas, formazione militare che dopo l’8 settembre 1943 si schierò con la Repubblica Sociale Italiana e con la Germania nazista, provocò immediate polemiche. Lo stesso Vannacci precisò successivamente di riferirsi alla Regia Marina e alla Decima precedente all’8 settembre.

Ma anche questa è una questione di memoria.

La X Mas non è un marchio innocuo. Non è una marca di motociclette, non è un numero romano, non è una semplice «decima» scelta per scherzare con gli elettori. La sua storia comprende anche la fase nella quale la formazione si schierò con la Repubblica Sociale e con i nazisti.

Se un leader politico evoca quel simbolo, non può poi pretendere che chi ascolta faccia finta di non conoscere la storia.

E poi ci sono le braccia tese

Il problema diventa ancora più evidente quando il repertorio simbolico si ripresenta.

Nel luglio 2026 Vannacci è stato ripreso a Viareggio mentre, in risposta a una band che suonava «Bella Ciao», faceva un gesto a braccia tese durante quello che le cronache hanno descritto come un balletto; le immagini hanno riacceso la discussione sul saluto romano.

Non serve stabilire, sulla base di un video, cosa passasse nella testa di Vannacci in quel momento. Basta guardare il simbolo e riconoscere il significato che quel gesto porta con sé nella storia italiana.

E soprattutto basta mettere insieme gli episodi.

Prima la «Decima».

Poi le polemiche sui simboli.

Poi le braccia tese.

Poi un linguaggio politico nel quale identità, appartenenza, radici e omogeneità culturale assumono una centralità assoluta.

Il problema non è più il singolo gesto. È la sequenza.

Lo Statuto: qui non servono interpretazioni, basta leggere

Ed è proprio qui che l’argomento di Monti diventa più difficile da liquidare.

Perché lo Statuto di Futuro Nazionale esiste. È pubblico. Ed è firmato politicamente da un movimento che porta il nome di Roberto Vannacci.

Nel documento si legge che il movimento riconosce come proprie radici «l’identità tradizionale italiana», il diritto romano, il pensiero greco, l’«eroismo romano e cavalleresco» e la sintesi della civiltà cristiana. Lo Statuto parla inoltre di identità, storia, tradizione, comunità locali e comune appartenenza alla Nazione italiana.

Nulla di tutto questo, preso isolatamente, è fascismo.

Ed è bene dirlo con chiarezza.

Essere patrioti non significa essere fascisti. Essere conservatori non significa essere fascisti. Difendere la famiglia tradizionale non significa essere fascisti. Criticare Bruxelles non significa essere fascisti.

Ma proprio perché nessuno di questi elementi, singolarmente, basta a definire una cultura fascista, diventa necessario guardare al loro insieme.

E quell’insieme merita una discussione seria.

Il programma di Futuro Nazionale si definisce esplicitamente radicato nella «Tradizione romana e cristiana» e presenta la Nazione come «spazio di esistenza, di sogno e di azione».

L’Europa, intanto, viene descritta da Vannacci come un progetto da radicalmente ridimensionare: a Cernobbio l’ex generale ha sostenuto la necessità di fermare l’integrazione politica europea e di trasformare l’Unione in una piattaforma di cooperazione fra Stati.

Non è fascismo automaticamente.

Ma è una precisa visione nazionalista della politica.

E quando questa visione si accompagna a un immaginario storico nel quale compaiono continuamente simboli e riferimenti che appartengono anche alla storia fascista, è perfettamente legittimo chiedere dove finisca il patriottismo e dove cominci qualcosa d’altro.

Il fascismo non torna necessariamente con la camicia nera

Qui Monti coglie il punto più interessante.

Il fascismo storico non fu soltanto un’uniforme, una marcia o un saluto. Fu una concezione della società e del potere: la subordinazione dell’individuo alla comunità nazionale, la centralità assoluta dello Stato e della Patria, il culto della forza, l’intolleranza verso il pluralismo, la delegittimazione dell’avversario, la costruzione di un «noi» contrapposto a un «loro».

Il fascismo storico fu poi, naturalmente, una dittatura fondata sulla soppressione delle libertà, sulla violenza politica e sulla distruzione dello Stato liberale.

Nessuno può seriamente sostenere che basti un riferimento alla X Mas o un braccio teso per ricostruire automaticamente il fascismo storico.

Ma altrettanto insensato sarebbe sostenere il contrario: che quei simboli siano sempre politicamente neutri.

La memoria democratica serve proprio a questo: a riconoscere i segnali prima che diventino sistema.

La battuta di Monti sull’«Italietta» colpisce nel segno

Quando Monti parla di «psicologia dell’Italietta», non sta semplicemente attaccando il patriottismo di Vannacci.

Sta denunciando un meccanismo politico.

Quello secondo cui l’Italia sarebbe continuamente vittima di Bruxelles, degli stranieri, delle élite, dei poteri internazionali, delle minoranze, della modernità e di un mondo che non riconoscerebbe abbastanza la sua grandezza.

È la politica del risentimento.

Un Paese che non riesce a risolvere i propri problemi può sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa.

E quando la risposta ai problemi economici, sociali e istituzionali diventa «prima gli italiani», la domanda successiva è inevitabile: quali italiani? E chi decide chi è abbastanza italiano?

È qui che la questione dell’identità smette di essere culturale e diventa politica.

«Può dire di essere Paperino»

Vannacci può naturalmente definirsi come vuole.

Può dire di essere nazionalista, sovranista, conservatore, patriota. Può dire di non essere fascista. Può richiamare la legge Scelba. Può sostenere che la sua destra sia semplicemente una destra identitaria e nazionale.

Ma non può pretendere che siano soltanto le sue dichiarazioni a stabilire il significato della sua esperienza politica.

Può anche dire di essere Paperino. Ma non può pretendere che gli italiani siano Paperino insieme a lui quando davanti hanno X Mas, braccia tese, richiami alla tradizione nazionale, una retorica dell’identità spinta fino al confine dell’esclusione e un progetto politico che mette la Nazione al centro assoluto della propria visione.

La questione, dunque, non è stabilire se Roberto Vannacci abbia indossato una camicia nera.

La questione è capire quanto sia necessario indossarla perché una cultura politica possa essere definita fascistoide o neofascista sul piano della retorica e dell’immaginario.

E soprattutto quanto tempo occorra perché la normalizzazione di quei simboli renda normale ciò che la storia italiana ci ha insegnato a riconoscere come pericoloso.

Non è una questione di etichette. È una questione di memoria

Vannacci accusa i suoi critici di vedere fascisti ovunque.

È una replica comoda.

Ma anche l’antifascismo può essere esercitato male: trasformandolo in un’etichetta automatica, buona per chiudere qualsiasi discussione.

Qui, però, il problema è un altro.

Ci sono documenti da leggere. Ci sono dichiarazioni da ascoltare. Ci sono simboli da riconoscere. Ci sono episodi documentati. E c’è una storia che non può essere riscritta ogni volta che diventa politicamente scomoda.

Monti, a Cernobbio, ha scelto di chiamare tutto questo con una parola: fascismo.

Vannacci ha risposto che è «fantascienza».

Forse la vera domanda sta nel mezzo.

Non se Vannacci sia Mussolini — non lo è e il paragone sarebbe storicamente ridicolo — ma se la sua politica stia contribuendo a rendere nuovamente rispettabile una parte dell’immaginario che il fascismo aveva fatto proprio.

Questa domanda non la decide un tribunale.

La decidono la storia, i fatti e soprattutto gli elettori.

E gli elettori, diversamente da quanto qualcuno sembra sperare, la memoria ce l’hanno ancora.

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