5 Ottobre 2026, lunedì
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Ricina, il giallo di Pietracatella si riapre: confronto in Questura tra Gianni Di Vita e un’amica

Nuovo passaggio investigativo nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara. L’ex sindaco è in Questura da oltre tre ore. Il faccia a faccia arriva dopo i primi risultati degli esami eseguiti a Berlino, che non avrebbero rilevato nei campioni di sangue di Di Vita e della sorella di Sara evidenze di esposizione alla ricina. Il giallo di Pietracatella non smette di produrre domande. E, mentre gli accertamenti scientifici sembrano ridimensionare una delle ipotesi che aveva attraversato l’inchiesta, la Procura di Larino compie un nuovo passo sul fronte investigativo.

Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara Di Vita, le due donne morte lo scorso dicembre in circostanze riconducibili a un avvelenamento da ricina, è da oltre tre ore negli uffici della Questura. Secondo quanto si apprende, l’uomo sarebbe stato sottoposto a un confronto con una donna, sua amica. Un passaggio al quale prendono parte la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Squadra Mobile Marco Graziano.

Il confronto arriva all’indomani di un altro elemento destinato a entrare nel complesso mosaico dell’inchiesta: da Berlino sono infatti giunti i primi risultati degli esami effettuati sui campioni di sangue prelevati lo scorso primo luglio a Gianni Di Vita e ad Alice, sorella di Sara.

Gli accertamenti erano stati affidati agli specialisti del Robert Koch Institute, uno dei principali istituti tedeschi di riferimento anche per lo studio delle sostanze tossiche. L’obiettivo indicato dalla Procura di Larino era preciso: verificare, attraverso la ricerca di eventuali anticorpi, se nei due soggetti vi fossero tracce compatibili con una precedente esposizione alla ricina.

Per il momento, la risposta degli esperti tedeschi non sembra fornire quella conferma. Nei campioni analizzati, secondo quanto comunicato agli investigatori, non sono emerse evidenze di un’esposizione alla sostanza.

Un risultato che, naturalmente, dovrà essere letto nel quadro complessivo degli accertamenti e non equivale da solo alla chiusura di una delle piste investigative. La ricerca di eventuali tracce di esposizione a una sostanza tossica a distanza di mesi è infatti un’operazione particolarmente complessa, proprio per la natura dei fenomeni biologici che si intendono individuare.

La scelta di rivolgersi al Robert Koch Institute nasce anche da questa esigenza. Gli esperti tedeschi dispongono di metodologie avanzate che possono consentire di cercare eventuali segnali di esposizione anche quando è trascorso molto tempo dall’episodio sospetto.

Il dato arrivato dalla Germania sembra inoltre muoversi nella stessa direzione degli accertamenti già condotti nei mesi scorsi dal Centro antiveleni di Pavia. Una convergenza che potrebbe contribuire a restringere il campo delle ipotesi sull’origine dei malori accusati da Di Vita.

La sua vicenda personale, del resto, era finita inevitabilmente dentro l’inchiesta proprio per quanto accaduto nelle ore drammatiche successive al Natale. Mentre le condizioni di Sara e della madre Antonella precipitavano rapidamente fino alla morte, anche Gianni Di Vita aveva accusato un malore, al punto da rendere necessario il ricovero allo Spallanzani di Roma.

La circostanza aveva aperto l’ipotesi che anche l’uomo potesse essere stato esposto alla stessa sostanza che, secondo gli elementi raccolti nell’indagine, avrebbe provocato la morte delle due donne. Ora i primi risultati degli esami berlinesi sembrano indebolire questa eventualità, pur lasciando agli investigatori il compito di valutare ogni elemento nel suo insieme.

Ed è proprio in questo scenario che assume particolare rilievo il confronto avvenuto oggi in Questura.

Più che una semplice tappa formale, il faccia a faccia tra Di Vita e la donna che gli investigatori hanno ascoltato potrebbe rappresentare un momento delicato dell’attività investigativa. Gli inquirenti stanno infatti ricostruendo rapporti, circostanze e avvenimenti che precedettero e seguirono la morte di Antonella e Sara, cercando di individuare eventuali contraddizioni o elementi ancora rimasti sullo sfondo.

Il fascicolo, dunque, continua a muoversi su due binari paralleli: da una parte la ricerca scientifica di una risposta, affidata anche a laboratori specializzati e a tecniche sofisticate; dall’altra l’attività investigativa tradizionale, fatta di testimonianze, verifiche, ricostruzioni e confronti.

Il risultato degli esami di Berlino aggiunge per ora un tassello, ma non consegna una soluzione. E il confronto in Questura racconta che l’indagine è tutt’altro che ferma.

Nel giallo di Pietracatella, la scienza sembra aver cancellato una possibile traccia. Gli investigatori, intanto, continuano a cercarne un’altra.

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