Lavitola resta in carcere. È questa, per ora, la risposta più netta arrivata dalla magistratura nella vicenda dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Il gip di Roma ha respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dalla difesa dell’imprenditore, ritenendo non credibile, o comunque non sufficientemente sostenuta da elementi verificabili, la ricostruzione fornita durante l’interrogatorio di garanzia.
Lavitola ha ammesso un punto decisivo: di essere stato il mandante dell’azione intimidatoria. Ha però tentato di ridimensionarne portata, modalità e finalità. Secondo la sua versione, l’obiettivo non sarebbe mai stato quello di far esplodere un ordigno davanti alla casa del giornalista, ma semplicemente di mandare un segnale: quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta di Ranucci, a Pomezia.
Una sorta di avvertimento, dunque. Non una bomba.
Eppure, nella notte dell’attentato, furono utilizzati esplosivi collocati sulle autovetture in prossimità dell’abitazione. Un salto di livello che, secondo il giudice, rende particolarmente difficile accettare la tesi di un’esecuzione autonoma da parte degli autori materiali.
La confessione che non convince il gip
È proprio qui che si concentra uno dei passaggi più pesanti dell’ordinanza.
Il gip definisce le dichiarazioni di Lavitola “fumose”, “assolutamente generiche” e prive di elementi concreti suscettibili di riscontro. Non soltanto: il movente indicato dall’imprenditore viene giudicato inverosimile e in contraddizione con una parte delle risultanze investigative.
Lavitola ha raccontato di essere venuto a conoscenza, poco prima dell’attentato, di un presunto progetto omicidiario ai danni di Ranucci riconducibile all’intelligence israeliana. Secondo la sua ricostruzione, la minaccia sarebbe stata collegata a un’inchiesta di Report su una vicenda riguardante un cantiere navale.
Preoccupato per l’amico, avrebbe quindi deciso di organizzare l’azione intimidatoria con un intento, nella sua versione, quasi paradossale: provocare un innalzamento delle misure di sicurezza attorno al giornalista e proteggerlo così da un pericolo maggiore.
Una spiegazione che non persuade il giudice.
Non solo perché, osserva il gip, mancherebbero riscontri concreti a questa presunta minaccia, ma anche perché la ricostruzione presenta una contraddizione interna: se l’obiettivo era mettere Ranucci al riparo proprio da quell’ambiente, risulta difficile comprendere perché Lavitola avrebbe poi sollecitato un giornalista di Report a cercare i responsabili dell’attentato nello stesso contesto dal quale, secondo la sua versione, avrebbe voluto proteggere il conduttore.
Dalla pistola alla bomba: il nodo delle responsabilità
C’è poi un altro elemento che pesa nella decisione di mantenere Lavitola in carcere.
L’imprenditore avrebbe sostenuto di non essere stato a conoscenza delle concrete modalità con cui l’attentato sarebbe stato materialmente eseguito. Il gip, però, ritiene che gli elementi raccolti inducano a escludere che Clesio Tavares abbia agito autonomamente, o comunque senza il preventivo consenso di Lavitola.
È il punto che separa una semplice ammissione di responsabilità da una confessione pienamente circostanziata.
Lavitola riconosce di aver commissionato l’azione, ma cerca di tracciare una linea netta tra il proprio ruolo e l’utilizzo dell’esplosivo. Il giudice, almeno allo stato delle indagini, non considera quella linea sufficientemente credibile.
E proprio la distanza tra ciò che Lavitola ammette e ciò che gli investigatori ritengono di poter ricostruire rappresenta uno dei principali fronti ancora aperti dell’inchiesta.
Il telefono e il computer possono raccontare il resto
Nel frattempo, gli investigatori stanno analizzando il materiale sequestrato sui dispositivi elettronici dell’imprenditore: telefono cellulare e computer.
È un lavoro destinato a proseguire ancora per alcune settimane e potrebbe essere determinante per ricostruire contatti, comunicazioni, spostamenti e rapporti intercorsi prima e dopo l’attentato.
Proprio dagli accertamenti tecnici potrebbe arrivare la necessità di ascoltare Sigfrido Ranucci come persona informata sui fatti. L’eventuale audizione davanti ai pm della Procura di Roma, quindi, non sarebbe imminente: considerati i tempi degli accertamenti sui dispositivi, potrebbe essere calendarizzata non prima di settembre.
Il giornalista, dunque, potrebbe essere chiamato a fornire agli investigatori elementi utili soprattutto alla luce di ciò che emergerà dall’analisi del materiale digitale.
La difesa di Ranucci: “Un amico mai avrebbe potuto arrivare a tanto”
Di fronte agli ultimi sviluppi, l’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci, sottolinea soprattutto il carattere personale della relazione tra il giornalista e Lavitola.
“Sigfrido Ranucci mai avrebbe potuto immaginare, e penso nessuno, che un amico potesse arrivare a tanto”, osserva il penalista, sottolineando come allo sgomento si aggiungano ora interrogativi sul “disegno reale” dell’azione criminale.
Il legale mette inoltre in evidenza la sproporzione tra il movente dichiarato da Lavitola e le modalità dell’attentato: un ordigno ad alto potenziale collocato sulle autovetture, vicino a un’abitazione nella quale, in quel momento, si trovava anche la figlia di Ranucci.
Da qui la domanda centrale: se davvero l’intento fosse stato proteggere il giornalista, perché mettere in atto un’azione capace di esporre lui e la sua famiglia a un rischio così grave?
È una domanda alla quale, al momento, l’inchiesta non ha ancora dato una risposta definitiva.
Una vicenda che ha spaccato la politica
Attorno al caso, intanto, si è consumata anche un’altra partita, tutta politica e mediatica.
La vicenda ha infatti accentuato una frattura già evidente nel dibattito pubblico attorno a Ranucci e a Report. Da una parte, una sinistra che, pur con le cautele imposte da un’inchiesta giudiziaria ancora in corso, ha espresso solidarietà al giornalista e fiducia nell’accertamento dei fatti. Dall’altra, esponenti della destra e una parte della stampa più vicina alle posizioni governative hanno utilizzato gli sviluppi del caso per rilanciare dubbi, insinuazioni e contestazioni nei confronti del conduttore.
È un terreno sul quale occorre muoversi con particolare prudenza: un conto sono le responsabilità penali, che spettano alla magistratura accertare; un altro è il confronto politico sul ruolo del giornalismo d’inchiesta e sulla permanenza di Ranucci alla Rai.
Proprio su questo secondo fronte, però, la vicenda rischia di trasformarsi in qualcosa di più di un semplice caso giudiziario. Il sospetto, avanzato nel dibattito politico e mediatico, è che il fango gettato sul giornalista possa finire per alimentare una strategia finalizzata a renderne più difficile la permanenza in Rai e a favorire, al suo posto, una figura considerata meno scomoda.
È un’ipotesi politica, non un fatto giudiziariamente accertato, e come tale va tenuta distinta dalle risultanze dell’inchiesta. Ma è difficile negare che Report, per la natura delle sue inchieste e per il ruolo di Ranucci, sia da tempo uno dei programmi più esposti nel confronto tra informazione, potere e politica.
Il vero interrogativo resta aperto
La decisione del gip, dunque, non chiude la vicenda. Al contrario, la rende ancora più complessa.
Lavitola resta in carcere perché, secondo il giudice, la sua confessione non basta a chiarire il quadro e soprattutto perché la versione offerta sul movente e sulle modalità dell’attentato non trova, allo stato, adeguati riscontri.
Ora saranno gli accertamenti tecnici, i contatti ricostruiti attraverso telefoni e computer e le ulteriori testimonianze a dover colmare i vuoti.
Resta soprattutto da capire quanto della versione di Lavitola sia realmente accaduto e quanto, invece, sia una ricostruzione costruita per ridimensionare il suo ruolo.
Perché tra l’ordine di “sparare qualche colpo contro un muro” e un attentato con esplosivo davanti alla casa di un giornalista, la distanza non è soltanto tecnica. È la distanza che separa un gesto intimidatorio da un’azione potenzialmente letale.
Ed è proprio quella distanza che, adesso, gli investigatori dovranno ricostruire centimetro dopo centimetro.
