A cura di Daniele Cappa
Il concerto dedicato a Fabrizio De André si trasforma, almeno per qualche minuto, in un confronto politico. Succede all’Agnata, la storica tenuta di Faber in Gallura, dove Diodato è protagonista di un omaggio organizzato da Time in Jazz in collaborazione con la Fondazione De André. Tra il pubblico c’è anche Matteo Salvini, seduto accanto a Dori Ghezzi. Una presenza che non passa inosservata e che provoca la contestazione di una ragazza.
La giovane si alza e, dopo aver rivolto ad alta voce i propri complimenti a Diodato, aggiunge una frase destinata a far discutere: non se la sente di restare ad assistere al concerto «vista la presenza di un individuo». Il riferimento è chiaramente al vicepremier e leader della Lega. La contestazione, raccontata sui social dall’ex senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Cotti, presente alla serata, coinvolge indirettamente anche Dori Ghezzi, accusata dalla ragazza di aver accolto Salvini.
È a quel punto che la padrona di casa interviene. Dori Ghezzi sale sul palco e prende le difese del vicepremier, rivendicando le proprie idee di sinistra ma anche la necessità del confronto e del dialogo. Un intervento che prova a riportare la serata sul terreno della musica e della memoria, ma che finisce inevitabilmente per alimentare la discussione.
A smorzare la tensione ci pensa Diodato. Il cantautore, vincitore del Festival di Sanremo nel 2020, ricorda di essere un ospite e di non avere alcun titolo per «cacciare» qualcuno dal concerto. Poi affida alla musica di De André un messaggio tutt’altro che neutro: «Speriamo che la musica di De André illumini un po’ di più anche la nostra classe politica». Una frase accolta dagli applausi del pubblico.
Ma la vera seconda parte della vicenda arriva sui social, quando interviene Alice De André, nipote di Fabrizio. E il tono cambia radicalmente.
«La riflessione del giorno inizia da una cosa che trovo quasi comica», esordisce. Il bersaglio è la presenza di Salvini in prima fila a un concerto dedicato al nonno. «Io non so esattamente cosa sia riuscito a capire dei testi di mio nonno», scrive, sostenendo che tra le idee e i valori del cantautore e quelli del leader leghista ci sarebbe una distanza difficilmente colmabile.
Ma per Alice De André il punto non è soltanto la presenza di Salvini. È soprattutto il modo in cui quella presenza è stata accolta e, successivamente, discussa.
La nipote di Faber rovescia infatti la prospettiva della polemica. Se oggi De André è diventato, a suo giudizio, una sorta di «santino nazionale», celebrato trasversalmente e trasformato in patrimonio comune, il rischio è quello di dimenticare proprio la parte più scomoda della sua eredità: quella di un artista che nei suoi testi metteva in discussione il potere, le convenzioni, l’ipocrisia e il conformismo.
Da qui la difesa della spettatrice che aveva contestato Salvini. «Una ragazza che contesta un politico ad un concerto di De André non è fuori luogo», sostiene Alice, definendola «forse una delle cose più coerenti» accadute durante la serata.
Nel suo intervento non risparmia neppure il pubblico, accusato di aver reagito alla presenza del ministro con quello che definisce un «silenzio educato». Un atteggiamento che, secondo lei, sarebbe stato assai lontano dallo spirito di suo nonno.
«Mio nonno del silenzio educato se ne faceva molto poco», scrive. E arriva quindi alla provocazione più forte: «Mio nonno avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che c***o ci faceva lì».
Una frase che sintetizza il cuore della polemica: quanto è possibile separare l’opera di De André dalle sue posizioni, dalle sue provocazioni e dalla sua radicale insofferenza verso il potere? E soprattutto: può un artista diventare patrimonio di tutti senza che, insieme alle sue canzoni, vengano accolte anche le idee scomode che quelle canzoni contenevano?
Alice De André chiude il suo intervento con un’altra citazione, questa volta da La domenica delle salme: «Il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni. Auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni».
