2 Ottobre 2026, venerdì
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Sull’immigrazione l’asse Meloni-Frederiksen: fermezza e retorica nell’Europa inquieta

Dalla destra italiana alla socialdemocrazia danese, una convergenza che riflette le paure del continente. Ma tra allarmi e semplificazioni, la politica rischia di smarrire la misura.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella convergenza tra Giorgia Meloni e Mette Frederiksen sul tema dell’immigrazione. Non è soltanto un fatto politico, ma il segno di un clima europeo che, attraversato da inquietudini diffuse, tende a ricomporsi attorno a parole d’ordine semplici e immediatamente riconoscibili: controllo, sicurezza, identità.

Nel messaggio congiunto affidato ai social, le due leader – espressione di tradizioni politiche lontane – rivendicano la necessità di contrastare un’immigrazione “incontrollata”, individuando in essa una delle principali fonti di pressione sociale e di insicurezza. Il linguaggio è diretto, quasi assertivo, e non lascia spazio a sfumature: si parla di aumento della criminalità, di servizi pubblici sotto stress, di fiducia dei cittadini erosa.

È una rappresentazione che intercetta timori reali, radicati in una parte dell’opinione pubblica europea, e che la politica non può permettersi di ignorare. Tuttavia, il rischio è che la legittima esigenza di governare i flussi si trasformi in una narrazione riduttiva, dove fenomeni complessi vengono ricondotti a schemi elementari, più utili alla costruzione del consenso che alla comprensione dei problemi.

La storia europea, anche recente, insegna quanto sia delicato il confine tra realismo e retorica. Se è vero che l’immigrazione irregolare pone sfide concrete – dalla gestione delle frontiere all’integrazione – è altrettanto vero che l’automatismo tra immigrazione e insicurezza rischia di alimentare una percezione distorta, finendo per accentuare proprio quelle fratture sociali che si vorrebbero sanare.

In questo senso, la posizione espressa da Meloni e Frederiksen appare come il riflesso di una stagione politica in cui la semplificazione diventa cifra dominante. Ma è proprio qui che si misura la responsabilità della leadership: nella capacità di sottrarsi alla tentazione di amplificare le paure e di restituire complessità al discorso pubblico.

Le due premier, forti del consenso che accompagna le loro scelte, dovrebbero forse compiere un passo ulteriore, “scendere dall’albero” della contrapposizione e della retorica per misurarsi con la concretezza delle soluzioni. Perché governare l’immigrazione, in un’Europa interconnessa, non significa soltanto alzare barriere o irrigidire le norme, ma costruire politiche comuni, rafforzare i canali legali, intervenire sulle cause profonde dei flussi e promuovere percorsi di integrazione efficaci.

Il punto non è negare le criticità, ma evitare che esse diventino il perno di una narrazione permanente dell’emergenza. La politica, quando indulge nella demagogia, ottiene spesso risultati immediati; ma raramente costruisce risposte durature.

Creare panico, alla lunga, non paga. E un’Europa che voglia restare fedele alla propria storia non può limitarsi a difendersi: deve saper comprendere, governare e, soprattutto, non smarrire la misura.

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