24 Settembre 2026, giovedì
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Legge elettorale, prove di equilibrio nella maggioranza: Forza Italia apre alle preferenze, ma il voto segreto spariglia i giochi

Tra mediazioni interne, nodi irrisolti e pressing delle opposizioni, il cantiere della riforma elettorale entra nella fase decisiva. Tajani assicura spazio alle donne, Meloni chiede trasparenza, mentre Montecitorio si prepara a votazioni ad alto tasso di incertezza.

La partita sulla nuova legge elettorale si gioca su un terreno scivoloso, dove equilibri politici e tecnicismi normativi si intrecciano. E se la maggioranza prova a tenere il punto sull’impianto complessivo della riforma, emergono crepe significative proprio su uno dei temi più sensibili: il meccanismo di selezione dei candidati.

Forza Italia, al termine di un confronto interno definito “ampio”, sceglie una linea pragmatica. Pur non sottoscrivendo la proposta avanzata da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc sulle modalità di composizione delle liste, il partito guidato da Antonio Tajani annuncia il proprio sostegno all’emendamento sulle preferenze. Una scelta che, nelle parole del deputato Paolo Emilio Russo, riflette uno “spirito di collaborazione” volto a preservare la tenuta della coalizione.

Dietro la formula diplomatica, tuttavia, resta una divergenza politica non marginale. Il tema delle preferenze, cavallo di battaglia di Fratelli d’Italia, continua a dividere gli alleati, sospesi tra l’esigenza di garantire maggiore rappresentatività e il timore di perdere il controllo sulle candidature.

A complicare ulteriormente il quadro interviene la questione della rappresentanza di genere. Tajani riconosce apertamente una criticità nella legge, che non prevede garanzie stringenti sulla parità. Ma rilancia assicurando un impegno politico diretto: “Le donne avranno ampia rappresentanza nelle nostre liste”, promette, chiamando in causa anche la responsabilità dei vertici del partito.

Sul fronte opposto, le opposizioni alzano il livello dello scontro procedurale. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra chiedono e ottengono il voto segreto su una parte consistente del provvedimento. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, concede lo scrutinio segreto su circa metà degli emendamenti e sugli articoli principali, aprendo così la porta a possibili sorprese in Aula.

Una decisione che introduce un elemento di imprevedibilità politica non trascurabile. Il voto segreto, per sua natura, può favorire dissensi interni difficili da intercettare pubblicamente, mettendo alla prova la compattezza della maggioranza. Non a caso, Giorgia Meloni si schiera per lo scrutinio palese, evocando la necessità di una “operazione verità” che renda trasparenti le posizioni dei parlamentari.

Nel merito, la riforma mantiene una struttura proporzionale corretta da un premio di maggioranza significativo: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che superi il 42% dei voti. In assenza di tale soglia — o in caso di esiti divergenti tra i due rami del Parlamento — scatterebbe un sistema proporzionale puro.

Resta però aperto il nodo delle liste bloccate, che il centrodestra aveva inizialmente previsto sia nei collegi plurinominali sia nei listini circoscrizionali. Proprio su questo punto si inserisce la proposta di modifica: introdurre un elenco di sette candidati, lasciando agli elettori la possibilità di esprimere preferenze (a partire dal secondo nome), con vincolo di alternanza di genere.

Un compromesso ibrido, che tenta di bilanciare controllo politico e apertura alla scelta degli elettori, ma che non convince tutti. Anche perché, secondo alcune interpretazioni, l’attuale impianto potrebbe esporre la legge a rilievi di costituzionalità.

In questo contesto, il percorso parlamentare si annuncia tutt’altro che lineare. Tra mediazioni interne alla maggioranza, pressing delle opposizioni e incognite procedurali, la riforma elettorale si conferma terreno di scontro cruciale. Non solo per le regole del voto, ma per gli equilibri politici che quelle regole finiranno inevitabilmente per ridisegnare.

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