La diplomazia globale accelera nell’ultima giornata del G7 sulle rive del Lago di Ginevra, tra segnali di disgelo sul fronte ucraino e nuove prospettive in Medio Oriente. Resta sul tavolo, ancora possibile ma non confermata, l’ipotesi di un nuovo faccia a faccia tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un contesto in cui i contatti informali sembrano moltiplicarsi più rapidamente dei risultati concreti.
Proprio sul conflitto in Ucraina, Trump ha rivelato di aver avuto un colloquio diretto con il presidente russo Vladimir Putin. Un contatto che, pur senza dettagli operativi, segna un passaggio significativo: il leader americano ha ribadito la necessità di arrivare a un’intesa, assicurando il proprio impegno personale nel favorire una soluzione negoziata. Non solo aperture, però. Da Washington arrivano anche segnali di possibile irrigidimento: gli Stati Uniti potrebbero infatti tornare a imporre sanzioni sul petrolio russo, una leva economica che rischia di riaccendere tensioni nei mercati energetici globali.
Parallelamente, il dossier mediorientale si impone come uno dei temi centrali del vertice. Cresce l’attesa per la firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, prevista venerdì a Lucerna. I leader del G7 hanno accolto con favore l’intesa, sottolineando come sia stata raggiunta sotto la guida “ferma” di Trump e grazie al sostegno dei Paesi mediatori. Nel documento finale, i Paesi del G7 esprimono la disponibilità a contribuire all’attuazione dell’accordo, indicando anche strumenti concreti per garantirne la stabilità.
Tra questi, un ruolo chiave viene attribuito all’iniziativa di difesa multinazionale guidata da Francia e Regno Unito, considerata essenziale per ristabilire la sicurezza nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è duplice: da un lato facilitare la ripresa del traffico marittimo, dall’altro proteggere le navi commerciali e rassicurare gli operatori del settore, anche attraverso meccanismi di verifica sulla rimozione delle mine.
Se a Evian si discute di equilibri globali, a Parigi la diplomazia assume contorni più simbolici – e controversi. La cena prevista questa sera alla Reggia di Versailles tra il presidente francese Emmanuel Macron e Donald Trump ha infatti acceso un acceso dibattito politico. Le critiche, soprattutto da parte della sinistra francese, si concentrano sui fasti dell’evento, giudicati fuori luogo in un momento segnato da tensioni internazionali e difficoltà economiche.
A difendere la scelta dell’Eliseo è intervenuta la presidente dell’Assemblea nazionale, Yael Braun-Pivet, che ha rivendicato il valore simbolico dell’iniziativa: “Oggi bisogna parlarsi e Versailles è il simbolo della Francia”. Una linea che trova eco anche nelle letture storiche: secondo lo storico Fabien Oppermann, Macron ha ormai trasformato la reggia in una vera e propria estensione diplomatica dell’Eliseo, elevandola a icona politica ed economica della nazione.
Il programma della serata prevede l’arrivo di Trump alle 19:15, seguito dalla visita alla mostra “Versailles e l’indipendenza americana”, prima del banchetto ufficiale. Un contesto che sembra fatto su misura per il presidente statunitense, il quale non ha nascosto il proprio entusiasmo per l’invito. “Mi piacciono i bei posti. Versailles non è oro placcato, è roba seria”, ha commentato con soddisfazione, alludendo al suo noto gusto per il lusso.
Reduce dai festeggiamenti per il suo 80esimo compleanno – celebrato con un grande evento nei giardini della Casa Bianca – Trump ha scherzato anche sugli orari serrati del viaggio: la serata parigina lo costringerà a ripartire a notte fonda, ma senza troppi rimpianti. “Non sono un grande dormiglione”, ha detto.
Tra negoziati, annunci e simboli, il G7 di Evian si chiude così sospeso tra diplomazia concreta e scenografie politiche, in un equilibrio fragile che riflette le incertezze dell’attuale ordine internazionale.
