Washington torna a fare i conti con le ferite mai rimarginate del 6 gennaio 2021. A riaccendere lo scontro politico è una nomina che sta sollevando interrogativi pesanti all’interno dell’amministrazione federale: il Pentagono ha inserito nei propri ranghi Elias Irizarry, uno dei partecipanti all’assalto a Capitol Hill, oggi destinato a un ruolo nell’ambito delle operazioni speciali e dell’antiterrorismo.
Irizarry, 25 anni, non è un nome qualunque nella galassia dei protagonisti di quella giornata che ha segnato uno spartiacque nella storia recente degli Stati Uniti. Pur non essendo stato accusato di violenze dirette contro le forze dell’ordine, aveva ammesso il proprio coinvolgimento nei disordini e per questo era stato condannato a una pena di 14 giorni di carcere. Successivamente, come molti altri imputati, aveva beneficiato della grazia concessa da Donald Trump, un atto politico che continua a dividere profondamente il Paese.
La novità, rivelata dal Washington Post, riguarda ora il suo ingresso nell’Ufficio per le Operazioni Speciali e i Conflitti a Bassa Intensità del Dipartimento della Difesa, una struttura cruciale che si occupa di missioni ad alto rischio: operazioni antiterrorismo, liberazione di ostaggi, protezione di sedi diplomatiche e interventi in contesti ostili. Un perimetro operativo delicatissimo, che richiede standard elevatissimi in termini di affidabilità, discrezione e sicurezza.
Ed è proprio su questo punto che si concentra la tempesta politica. Secondo diverse fonti interne al Pentagono, la nomina avrebbe generato malumori e perplessità tra funzionari e analisti, che si interrogano sull’opportunità di affidare responsabilità così sensibili a una figura con un precedente legato a quello che molti considerano il più grave attacco alle istituzioni democratiche americane degli ultimi decenni.
La difesa ufficiale non si è fatta attendere. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha definito Irizarry “un patriota qualificato”, sottolineando come si tratti di una nomina di natura politica. Resta tuttavia aperta una questione cruciale: quella delle autorizzazioni di sicurezza. Non è chiaro, infatti, in base a quali valutazioni il giovane abbia ottenuto l’accesso a informazioni e ambienti altamente sensibili, requisito imprescindibile per incarichi di questo livello.
Il caso Irizarry non è isolato. Già nel 2025 aveva fatto discutere la nomina di Jared Wise, ex agente dell’Fbi coinvolto nei fatti del 6 gennaio e accusato di aver incitato la folla contro le forze dell’ordine, a consigliere presso il Dipartimento di Giustizia dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Episodi che, nel loro insieme, delineano una tendenza destinata ad alimentare ulteriori tensioni nel dibattito pubblico americano.
A cinque anni da Capitol Hill, la linea di confine tra riconciliazione politica e riscrittura delle responsabilità resta più fragile che mai.
