12 Ottobre 2026, lunedì
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Tregua fragile sul Golfo: Trump concede due settimane, Iran apre a Hormuz

Stop condizionato alle operazioni militari e primi spiragli diplomatici: Pechino spinge per la de-escalation, Islamabad pronta a ospitare negoziati diretti. Israele aderisce con riserva.

Una pausa armata, carica di condizioni e diffidenze reciproche, si affaccia sullo scacchiere mediorientale. Donald Trump ha deciso di concedere altre due settimane prima della scadenza dell’ultimatum all’Iran, subordinando lo stop ai bombardamenti a un gesto concreto e immediato da parte di Teheran: l’apertura “completa, immediata e sicura” dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli equilibri energetici globali.

L’annuncio è arrivato direttamente dal presidente statunitense attraverso il suo social Truth, in un messaggio che combina disponibilità negoziale e fermezza strategica. La risposta iraniana, a sorpresa, è stata positiva. Secondo fonti diplomatiche, determinante sarebbe stato l’intervento in extremis della Cina, che ha esercitato pressioni sugli ayatollah affinché imboccassero la via della de-escalation. Il via libera allo stop temporaneo sarebbe stato approvato dalla guida suprema Mojtaba Khamenei, segnale di un possibile riposizionamento tattico della Repubblica islamica.

Non mancano, tuttavia, le tensioni interne alla narrazione ufficiale iraniana. La televisione di Stato ha definito la mossa della Casa Bianca una “ritirata umiliante”, lasciando trasparire una volontà di non cedere sul piano simbolico mentre si esplorano margini di dialogo. Un equilibrio delicato, che potrebbe trovare una prima verifica già nei prossimi giorni: Islamabad si candida infatti a ospitare il primo round di colloqui diretti tra Washington e Teheran, un evento che segnerebbe un passaggio significativo dopo anni di scontri indiretti e diplomazia intermittente.

Nel mosaico della tregua entra anche Israele, che – secondo fonti dell’amministrazione americana citate dalla CNN – avrebbe accettato di sospendere le operazioni militari contro obiettivi iraniani per favorire il negoziato. Ma da Tel Aviv emergono segnali meno lineari: media locali parlano di un governo colto di sorpresa dalla svolta americana, pur formalmente allineato. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha infatti precisato che la tregua “non vale per il Libano”, introducendo un elemento di ambiguità che potrebbe complicare il quadro regionale.

Sul fronte americano, Trump rivendica con decisione i risultati ottenuti. In un’intervista a Sky News, il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno raggiunto “tutto ciò che volevamo sul piano militare”, definendo l’operazione una “vittoria totale”. Ma l’apertura diplomatica resta condizionata: l’accordo, ha avvertito, è “buono” solo se produrrà risultati concreti. In caso contrario, Washington è pronta a tornare rapidamente all’opzione militare.

Tra aperture e minacce, la tregua si configura dunque come una sospensione carica di incognite. Le prossime due settimane saranno decisive per capire se si tratta dell’inizio di un percorso negoziale o di una pausa tattica prima di una nuova escalation.

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