Il grido — “Aiuto, non respiro” — resta sospeso come un’eco tragica, ultimo frammento di una serata che doveva essere di festa e si è trasformata in una corsa disperata contro il tempo. Sofia Di Vico, 15 anni, è morta dopo aver accusato un malore improvviso in un ristorante di Ostia, sul litorale romano, dove si trovava a cena con la squadra di basket. Un destino segnato da una reazione allergica alle proteine del latte, tanto nota quanto, ancora oggi, spesso sottovalutata.
Accanto a lei, in quei minuti drammatici, c’era il padre, Fabio Di Vico, commercialista conosciuto a Maddaloni, nel Casertano. È stato lui a intervenire immediatamente, somministrando adrenalina nel tentativo di contrastare lo shock anafilattico. Un gesto rapido, competente, disperato. Ma inutile. Le condizioni della ragazza sono precipitate in pochi istanti, fino al decesso.
Ora resta il silenzio di una famiglia devastata e una richiesta che non è accusa, ma esigenza di chiarezza. “Vogliamo la verità. Chi ha sbagliato, pagherà”, affida il padre alle pagine di la Repubblica, scegliendo parole misurate, lontane da ogni impulso polemico. Non c’è rabbia esibita, ma una determinazione lucida: capire, accertare, evitare che accada ancora.
Fabio Di Vico lo ripete con fermezza: ci sarà un tempo per analizzare ogni dettaglio, ogni eventuale responsabilità. Oggi prevale la fiducia nel lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, che — spiega — dispongono già di elementi investigativi rilevanti, tra registrazioni e documentazione acquisita. Un percorso che dovrà fare luce su quanto accaduto in quei minuti decisivi.
Ma il dolore privato si trasforma rapidamente in un appello pubblico. La morte di Sofia diventa il simbolo di una battaglia più ampia: quella contro la sottovalutazione delle allergie alimentari, in particolare a latte e derivati. “La nostra battaglia ha una sola finalità: che non si ripetano più morti di questo tipo”, dice il padre. Parole che chiamano in causa non solo eventuali responsabilità individuali, ma anche una consapevolezza collettiva ancora insufficiente.
È un tema che riguarda la quotidianità — ristoranti, mense, etichette, formazione — e che troppo spesso emerge solo dopo tragedie irreparabili. La richiesta della famiglia Di Vico è chiara: se ci sono errori, vengano individuati. E chi li ha commessi, ne risponda. Non per vendetta, ma per giustizia e prevenzione.
Nel frattempo, c’è un tempo sospeso, quello del lutto e del ricordo. “Adesso è il momento di omaggiarla”, dice ancora il padre. Sofia era figlia unica, e nel basket aveva trovato il suo spazio, il suo linguaggio, la sua comunità. Aveva scelto quello sport perché, racconta il padre, “è un gioco di squadra, che unisce, che non punta all’individualità”. Un tratto che oggi diventa memoria viva, identità da custodire.
Poi verrà il tempo dell’analisi, delle perizie, delle eventuali colpe. Ma prima, resta la storia di una ragazza e di una famiglia che, nel punto più alto del dolore, prova a trasformare una perdita in responsabilità condivisa. Perché la verità, in casi come questo, non è solo un diritto: è l’unico modo per dare senso a ciò che senso non ha.
