25 Ottobre 2026, domenica
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Il Paradosso progressista: Il ritorno alle urne e il vuoto della politica

Tre milioni di italiani tornano a votare: più che il referendum, è il segnale di una frattura profonda tra cittadini e rappresentanza. E di una possibile ripartenza.

LA RIFLESSIONE

A cura di Gilberto Borzini

I conti sono presto fatti: più o meno tre milioni di italiani hanno sollevato i glutei dal divano e sono tornati, dopo anni di astensione, a votare. Domandarsi perché prima non lo facessero è molto più importante che cercare le motivazioni del voto referendario.

Dopo il crollo dell’URSS (1989), il campo socialista mondiale rimase orfano; mentre, dopo la tempesta giudiziaria italiana (Mani Pulite, 1992-93), a rimanere orfano fu l’intero arco politico sommariamente indicato come liberal-progressista.

Quando i socialisti scoprirono il capitale

Sconfitta l’idea di un’economia non capitalista, i nuovi attori del campo progressista abbracciarono l’identità economica liberista, trasformando il concetto di “unità mondiale dei lavoratori” in quello di “globalizzazione economica”, fondendosi rapidamente con le élite finanziarie e divenendone portavoce e protagonisti.

Paradossalmente furono proprio le figure del cosiddetto progressismo — da Blair a Renzi, passando per Obama — a seppellire l’idea di un’alternativa socialdemocratica e popolare a uno sviluppo ipertrofico del capitale finanziario, così come la primazia della politica sull’economia.

In Italia, fu l’azione del nuovo PD a mettere all’angolo la tradizione sindacale e a spuntare le armi dei rappresentanti del mondo del lavoro, affermando normative palesemente favorevoli ai datori di lavoro. Non diversamente si espressero i governi cosiddetti “tecnici” che, in virtù del “ce lo chiede l’Europa”, definirono privatizzazioni tese a ridurre il controllo dello Stato e a favorire nuove oligarchie e potentati.

Se il campo socialista venne travolto dalla passione per la finanza, non andò meglio al settore liberale, sepolto dagli interessi privati dell’autoproclamato fondatore di un nuovo centrodestra.

Dalla politica al brand

Gradualmente, nel volgere di un trentennio, l’idea stessa di popolo si è affievolita, in un processo di trasfigurazione che ha visto affermarsi e dissolversi concetti come cittadini, elettori e, infine, consumatori. Anche la politica si è trasformata: uno scontro tra brand diversi, supermercati concorrenti che offrono gli stessi prodotti sotto marchi differenziati.

Una trasformazione così radicale che oggi, se ascoltiamo qualcuno appellarsi a studenti, lavoratori e pensionati, ci sembra di sentire un vecchio nastro registrato.

Così, mentre i partiti si trasformavano in brand — ciascuno intento a lanciare slogan pubblicitari affiancando al proprio logo il volto del leader — il popolo elettore si percepiva sempre più disconnesso da una politica intenta a favorire se stessa: tra nomine, appalti, presidi di potere e persino corruttele, dimentica delle necessità reali.

L’ultima menzogna del potere, però, ha determinato una reazione. Affermare, gridando, che quella riforma avrebbe risolto i gravi problemi della giustizia e attribuire all’eventuale sconfitta referendaria un imponente afflusso di briganti, lestofanti, assassini e tagliagole dall’ostile mondo esterno è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Perché magari il popolo si astiene, ma fesso non è.

La campanella squilla

Accade allora che, improvvisamente ringalluzziti dall’esistenza di una platea potenzialmente favorevole, gli esponenti di quello che si vuole campo progressista avvertano l’esigenza di “ascoltare la gente” e comprenderne le problematiche per stilare un programma di governo.

Parole che dovrebbero far imbestialire il popolo, provocare una reazione dirompente, un insulto universale. Perché non è accettabile che i “progressisti” debbano solo adesso “ascoltare la gente”, ammettendo implicitamente che finora non lo hanno fatto: sono stati distanti, hanno parlato del sesso degli angeli, discusso di lana caprina, spacciato tiepide riflessioni per vibranti proteste.

Questo è ciò che, fino a ieri, ha fatto l’ala progressista: una discussione sui canoni del potere, sulla forma e sull’etichetta, spesso ignara dei contenuti e, talvolta, persino collusa con le modalità gestionali di poteri e denari. Quelle stesse modalità che hanno contribuito ad affossare la sanità pubblica a favore del privato, l’istruzione pubblica a vantaggio dei brand universitari, l’edilizia pubblica a beneficio della speculazione.

Le tematiche

Se i CUP ostacolano la prenotazione di visite pubbliche favorendo convenzioni e privati, si configura una violazione del diritto costituzionale del cittadino a disporre di una sanità pubblica e accessibile, e a ciò dovrebbero corrispondere responsabilità precise e sanzioni adeguate.

Questo potrebbe essere un punto di partenza: i diritti costituzionali che garantiscono l’erogazione dei servizi pubblici vanno affermati, ribaditi e sostenuti, contrastando chi opera in senso opposto.

L’edilizia crea lavoro e sviluppa l’economia: serve edilizia pubblica, serve il recupero di fabbricati, serve trasformare immense aree demaniali abbandonate in nuove opportunità abitative.

L’impresa che crea occupazione va sostenuta; quella che licenzia via WhatsApp va contrastata. E chi delocalizza dopo aver ricevuto fondi pubblici deve restituire quanto ottenuto.

Al cittadino spetta dignità: il salario deve rispondere a questo diritto.

Molto semplicemente: il popolo votante ha difeso la Costituzione. E se il campo progressista vuole affermarsi alle prossime elezioni, non deve fare altro che assumere su di sé il compito di renderne concreto e operativo il contenuto.

Uno Stato che non sia solo legislatore, ma anche garante e controllore di un modello economico capace di redistribuire risorse e generare dignità.

Lavoro e occupazione, salari adeguati, servizi pubblici funzionanti e accessibili: questo chiedono i cittadini. E la prossima partita politica si giocherà su questi, mai superati, temi.

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