La guerra in Medio Oriente entra nella sua terza settimana e si trasforma sempre più in un conflitto ad alta intensità, dove attacchi mirati, ritorsioni incrociate e strategie geopolitiche si intrecciano in una spirale che appare, al momento, fuori controllo.
Nella notte, un missile balistico lanciato dall’Iran ha colpito il sobborgo di Ramat Gan, nell’area metropolitana di Tel Aviv, provocando la morte di due persone, decedute in seguito alle gravi ferite riportate. L’impatto ha segnato uno degli episodi più significativi dell’ultima offensiva iraniana, arrivata come risposta diretta alle recenti operazioni israeliane contro i vertici della Repubblica islamica.
Poche ore prima, infatti, Teheran aveva confermato l’uccisione di Ali Larijani, presidente del Consiglio di Sicurezza nazionale e figura centrale del sistema politico iraniano dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Nell’attacco è rimasto ucciso anche il figlio di Larijani, insieme a Gholamreza Soleimani, comandante delle forze paramilitari Basij. Un colpo durissimo per l’establishment iraniano, che ha immediatamente innescato la promessa di vendetta da parte dei vertici militari.
Sul piano operativo, Israele sembra aver alzato ulteriormente il livello dello scontro. Secondo fonti ufficiali, un raid mirato avrebbe preso di mira Ismail Khatib, ministro dell’Intelligence iraniano, figura chiave nei governi guidati prima da Ebrahim Raisi e poi da Masoud Pezeshkian. Le autorità israeliane mantengono il riserbo sull’esito dell’operazione, ma le prime valutazioni indicano che Khatib potrebbe essere stato ucciso.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno intensificato la loro presenza militare nella regione. Il Comando centrale americano ha reso noto di aver colpito diverse postazioni missilistiche lungo la costa iraniana, in prossimità dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. Un’azione che segna un coinvolgimento sempre più diretto di Washington nel conflitto al fianco di Israele.
La tensione si estende anche al Libano, dove due raid israeliani hanno colpito il centro di Beirut nelle prime ore del mattino. Secondo il ministero della Salute libanese, il bilancio provvisorio è di almeno sei morti e 24 feriti. L’attacco riapre il fronte settentrionale e alimenta il rischio di un allargamento regionale del conflitto.
Intanto, dal fronte diplomatico emergono segnali che lasciano intravedere scenari post-bellici ancora tutti da definire. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha indicato la necessità, una volta terminata la guerra, di rinegoziare le regole di navigazione nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo, ha spiegato, sarebbe quello di garantire il passaggio sicuro delle navi attraverso un nuovo protocollo condiviso dai Paesi rivieraschi, introducendo condizioni più stringenti in uno dei punti nevralgici del commercio mondiale.
Ma per ora, ogni prospettiva di stabilizzazione resta lontana. Sul terreno, parlano le armi. E il conflitto continua a consumarsi tra attacchi mirati, rappresaglie e una crescente pressione internazionale, mentre il Medio Oriente si avvicina pericolosamente a una crisi ancora più ampia.
