9 Ottobre 2026, venerdì
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Kent, caduta di un falco Maga: dimissioni tra sospetti, accuse e isolamento

Dalla fedeltà assoluta a Trump alla rottura insanabile: il capo dell’antiterrorismo lascia tra polemiche su Israele, ombre di fughe di notizie e una parabola personale segnata dalla tragedia

La fine è arrivata con una lettera pubblicata sui social, ma il destino di Joe Kent era già scritto da settimane nei corridoi del potere. Il direttore del National Counterterrorism Center ha rassegnato le dimissioni denunciando l’impossibilità morale di sostenere una nuova escalation militare in Iran. Una presa di posizione che ha avuto l’effetto di una detonazione politica, ma che non ha colto di sorpresa la Casa Bianca, dove l’ex fedelissimo era ormai considerato un corpo estraneo.

La reazione del presidente Donald Trump è stata immediata e tranchant: “È un debole”. Parole che segnano plasticamente la rottura tra due figure che, fino a pochi mesi fa, apparivano inseparabili. La parabola di Kent racconta infatti l’ascesa e il rapido declino di uno dei volti più rappresentativi dell’universo Maga.

Veterano delle Forze Speciali con undici missioni operative e un passato nella Central Intelligence Agency, Kent era stato nominato nel febbraio 2025 e confermato dal Senato pochi mesi dopo. La sua figura era diventata simbolica per l’ala più radicale del trumpismo: difensore delle tesi sulle elezioni del 2020 e sostenitore della narrazione dei rivoltosi del Assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021 come “prigionieri politici”.

Eppure, dietro l’immagine del combattente ideologico, si accumulavano crepe sempre più profonde.

La ferita personale e le accuse contro Israele

La biografia di Kent è segnata da un trauma che ne ha influenzato visione e retorica. Nel 2019, sua moglie Shannon, crittografa della Marina, rimase uccisa in un attentato dell’ISIS a Manbij, nel nord della Siria: un attacco suicida che colpì personale americano e costò la vita a quattro cittadini statunitensi.

Nella lettera di dimissioni, Kent rilegge quella tragedia con parole destinate a far discutere, sostenendo che la moglie sarebbe morta in una guerra “fabbricata da Israele”. Non solo: nel documento accusa apertamente lo Stato ebraico di aver trascinato gli Stati Uniti nel conflitto in Iraq del 2003, rilanciando una tesi controversa e ampiamente smentita dalla storiografia, che attribuisce invece la decisione all’amministrazione Bush sulla base di intelligence americana poi rivelatasi errata sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.

Contraddizioni e relazioni pericolose

A minare ulteriormente la credibilità di Kent è stata una lunga serie di ambiguità politiche. Emblematica la sua posizione sull’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani nel 2020: inizialmente criticata per il rischio di escalation, oggi rivendicata come dimostrazione di forza. Un cambio di linea che ha alimentato dubbi sulla coerenza del suo giudizio strategico.

Non meno problematiche le sue frequentazioni. I contatti con Nick Fuentes, figura nota per posizioni estremiste e antisemite, e le aperture verso ambienti legati ai Proud Boys hanno progressivamente isolato Kent all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale. Frizioni evidenti anche con il direttore dell’FBI Kash Patel, su uno sfondo di divergenze strategiche che includevano lo scetticismo sugli aiuti all’Ucraina, considerati da Kent una provocazione nei confronti di Mosca.

Il sospetto di essere una “talpa”

Al di là della versione ufficiale, a pesare sulla sua uscita di scena sono state soprattutto le ombre interne. Da mesi, secondo fonti dell’amministrazione, Kent era stato escluso dai briefing più sensibili con il sospetto di essere responsabile di fughe di notizie. Un’accusa mai formalizzata pubblicamente, ma sufficiente a svuotarne progressivamente il ruolo.

In questo contesto, le dimissioni appaiono a molti osservatori meno come un gesto di rottura politica e più come l’epilogo di un isolamento già compiuto. Un’uscita rumorosa, certo, ma maturata quando il potere reale era ormai evaporato.

La frattura nel mondo Maga

Il caso Kent rappresenta qualcosa di più di una semplice vicenda personale. Segna una crepa visibile nel fronte Maga, dove la fedeltà a Trump resta la linea di demarcazione invalicabile. Chi devia, anche dopo anni di lealtà, viene rapidamente espulso dal perimetro.

Da simbolo della destra trumpiana a figura marginale nel giro di pochi mesi: la traiettoria di Joe Kent è il ritratto di un sistema politico che non ammette dissenso interno. E in cui la caduta può essere tanto rapida quanto l’ascesa.

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