14 Ottobre 2026, mercoledì
HomeMondoCronaca nel MondoGolfo in fiamme, Trump: “La guerra può durare quattro settimane”. Hormuz chiuso,...

Golfo in fiamme, Trump: “La guerra può durare quattro settimane”. Hormuz chiuso, Europa pronta a schierarsi

Raid incrociati tra Stati Uniti, Israele e Iran dopo l’annuncio della morte della Guida suprema. I pasdaran promettono la “vendetta più feroce”, colpite tre petroliere nello Stretto. Parigi muove la portaerei, Londra e Berlino si preparano a misure difensive. Teheran parla con Washington, ma le condizioni restano sul tavolo.

Il secondo giorno di guerra in Medio Oriente consegna al mondo uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava confinato alle simulazioni strategiche. Ora è realtà: attacchi incrociati, petroliere in fiamme, basi militari nel mirino e un equilibrio energetico globale sospeso a un filo.

Da Washington, Donald Trump prova a fissare l’orizzonte temporale del conflitto: “Potrebbe durare quattro settimane”. Una previsione che è insieme monito e messaggio politico. Il presidente americano parla di “prime avvisaglie di apertura” da parte di Teheran, ma chiarisce che gli attacchi si fermeranno solo “se le richieste saranno soddisfatte”. E ammette, con realismo crudo, che altre perdite tra i soldati statunitensi sono possibili: “Ce lo aspettavamo”.

Hormuz, la strozzatura del mondo

La mossa che più allarma i mercati e le cancellerie è arrivata nella notte: i Pasdaran hanno colpito tre petroliere nello Stretto di Hormuz, annunciandone di fatto la chiusura. È il passaggio obbligato per una quota rilevantissima del petrolio mondiale. Bloccarlo significa colpire non solo gli Stati Uniti o Israele, ma l’intera economia globale.

La scelta è strategica e simbolica. Teheran dimostra di poter allargare il conflitto oltre la dimensione militare, trasformandolo in una crisi energetica globale. Il prezzo del greggio è il primo indicatore di un effetto domino che può raggiungere Europa e Asia nel giro di giorni.

La promessa di vendetta

Dopo l’annuncio della morte dell’ayatollah Ali Khamenei, la Repubblica islamica ha proclamato l’inasprimento della risposta armata. I Pasdaran — il corpo dei Guardiani della Rivoluzione — parlano di “operazione offensiva più feroce nella storia” del Paese.

Missili e droni hanno colpito a pochi chilometri da Gerusalemme, nella città di Beit Shemesh, provocando almeno nove vittime. Parallelamente, le forze iraniane rivendicano attacchi contro 27 basi statunitensi e diversi obiettivi israeliani nella regione.

Sul fronte opposto, i raid contro l’Iran si intensificano. Secondo media locali, sotto le bombe sarebbe rimasto ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. L’ufficio dell’ex capo dello Stato smentisce, ma la sola circolazione della notizia segnala il livello di caos informativo e la difficoltà di distinguere tra propaganda e realtà sul campo.

L’Europa si prepara

Se Washington e Teheran si scambiano colpi e messaggi, l’Europa si muove con cautela operativa. Parigi ha disposto l’avvicinamento della portaerei Charles de Gaulle al Mediterraneo orientale, per monitorare da vicino l’evoluzione del conflitto e garantire protezione ai propri interessi.

Francia, Regno Unito e Germania hanno fatto sapere di essere “pronte ad azioni difensive”. Una formula diplomatica che lascia intendere la disponibilità a proteggere asset militari e rotte commerciali, ma senza un ingresso diretto nel teatro di guerra. Per ora.

Il doppio binario di Trump

La Casa Bianca procede su due linee parallele: escalation militare e apertura negoziale. Trump rivela che funzionari iraniani “stanno parlando con noi”, ma non chiarisce se si tratti di canali ufficiali o interlocuzioni indirette. Il messaggio è chiaro: Washington non esclude un’intesa, ma alle proprie condizioni.

La previsione delle “quattro settimane” suona come una finestra temporale entro cui forzare Teheran al tavolo. Un conflitto breve e risolutivo è l’obiettivo dichiarato. Ma la storia del Medio Oriente insegna che i tempi della guerra raramente rispettano i calendari politici.

Il rischio sistemico

La combinazione di fattori — leadership iraniana colpita, Hormuz chiuso, coinvolgimento europeo, basi americane nel mirino — configura un rischio sistemico. Non è solo una guerra regionale: è una crisi che tocca sicurezza energetica, equilibri militari e stabilità finanziaria globale.

In controluce si intravede una partita più ampia: ridefinire il ruolo dell’Iran nella regione, riaffermare la deterrenza americana e testare la compattezza occidentale.

Se davvero durerà quattro settimane, come sostiene Trump, lo diranno le prossime ore. Per ora, il Golfo è un campo minato. E il mondo trattiene il fiato.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti