Un conflitto che da mesi covava sotto la cenere ora divampa apertamente. Al centro della contesa c’è la riforma della giustizia e, in particolare, il nodo del sistema di selezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno riacceso lo scontro con l’Associazione nazionale magistrati, trasformando il dibattito istituzionale in un duello politico e simbolico.
Il cuore dello scontro: correnti e sorteggio
A far deflagrare le polemiche è stata un’intervista in cui il Guardasigilli ha definito il sistema correntizio interno al Consiglio superiore della magistratura una sorta di “meccanismo para-mafioso”, sostenendo che solo il sorteggio potrebbe spezzarne le logiche di potere. Una formula destinata a lasciare il segno, soprattutto perché pronunciata da chi, per ruolo istituzionale, è chiamato a garantire l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Nordio ha parlato di “consorteria autoreferenziale”, di dinamiche in cui le correnti diventerebbero strumenti di carriera più che luoghi di elaborazione culturale. Secondo il ministro, l’altissima percentuale di magistrati iscritti all’Anm – “una percentuale bulgara”, l’ha definita – sarebbe la spia di un sistema in cui l’adesione non è solo ideale ma funzionale all’avanzamento professionale. “Quando si elegge il Csm iniziano le telefonate”, ha detto, evocando un circuito di relazioni e sostegni incrociati che inciderebbe anche sui procedimenti disciplinari. Senza un “padrino”, ha affermato, un magistrato sarebbe “finito”.
Parole che non si limitano a denunciare degenerazioni, ma che tracciano un quadro strutturale di distorsione. Il sorteggio, nella visione del ministro, diventerebbe così lo strumento capace di rompere quello che ha definito un “verminaio correntizio”, espressione già utilizzata in passato dall’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti.
“Ho citato Di Matteo”
Travolto dalle critiche, Nordio ha respinto le accuse di aver superato il limite istituzionale. “Non capisco tanta indignazione scomposta”, ha dichiarato, spiegando di essersi limitato a richiamare affermazioni del pubblico ministero Nino Di Matteo, che in passato aveva parlato di “mentalità e metodo mafioso” con riferimento alle dinamiche correntizie. Un richiamo non casuale, perché Di Matteo è spesso indicato come figura simbolo dell’impegno antimafia e punto di riferimento di una parte del centrosinistra.
Nordio ha annunciato persino l’intenzione di raccogliere e pubblicare un elenco di dichiarazioni analoghe pronunciate da esponenti di quello che ha definito il “partito del No”, per dimostrare che il linguaggio ora contestato è stato già utilizzato in passato da altri.
Sul piano politico, il ministro ha inoltre voluto sgomberare il campo da ogni parallelismo con precedenti referendum dall’esito destabilizzante. “Non faremo l’errore di Renzi”, ha assicurato, escludendo che un’eventuale vittoria del No possa avere ripercussioni sulla tenuta del governo, forte – ha ricordato – di una “maggioranza schiacciante” in Parlamento. L’unico effetto, secondo Nordio, sarebbe il blocco della riforma e la vittoria di “pochi magistrati che sguazzano nel verminaio ai danni dei cittadini, di destra e di sinistra”.
La replica dell’Anm: “Offesa alla memoria”
La risposta dell’Anm è arrivata con toni altrettanto netti. In una nota, la Giunta esecutiva centrale ha accusato il ministro di “avvelenare i pozzi”, paragonando le sue parole a un attacco che delegittima l’intera magistratura. L’accostamento tra il sistema elettorale del Csm e i comportamenti della criminalità organizzata – si legge nel comunicato – “offende la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia” e mortifica il lavoro quotidiano di chi, nei territori più esposti, opera contro la criminalità organizzata mettendo a rischio la propria incolumità.
La reazione non è solo corporativa, ma identitaria: l’uso della parola “mafioso” tocca un nervo scoperto nella storia repubblicana. Per le toghe, la critica alle correnti può essere legittima; il paragone con la mafia, no.
Oltre le parole: la posta in gioco
Al di là della contesa lessicale, il confronto investe un tema strutturale: il rapporto tra politica e magistratura e la natura stessa dell’autogoverno delle toghe. Le correnti, nate come articolazioni culturali e associative, sono da tempo accusate – anche da una parte della magistratura – di essersi trasformate in centri di potere. Gli scandali che negli ultimi anni hanno lambito il Csm hanno incrinato la fiducia nell’istituzione, alimentando l’argomento riformatore.
Il sorteggio, tuttavia, rappresenta una soluzione radicale e controversa. I sostenitori lo considerano un antidoto alle logiche spartitorie; i critici temono che possa indebolire la rappresentatività e la qualità della selezione, trasformando l’autogoverno in un meccanismo casuale privo di filtro.
Lo scontro tra Nordio e l’Anm, dunque, non è solo una disputa verbale. È il riflesso di una tensione profonda sul modello di giustizia che il Paese intende adottare: più impermeabile alle dinamiche associative interne o più legata alla tradizione elettiva e rappresentativa.
Nel frattempo, il confronto si è spostato sul terreno politico e mediatico. E se le parole pesano, in questa fase pesano ancora di più. Perché nel delicato equilibrio tra poteri dello Stato, ogni espressione può diventare detonatore.
