A cura di Gilberto Borzini
Il fenomeno era talmente evidente che nessuna Procura ha mai alzato un sopracciglio per comprenderne davvero il funzionamento, perché forse neppure nelle Procure si desidera sollevare il velo che copre le forme più sfacciate di sfruttamento.
Uno sfruttamento che è inscritto nelle corde di quel modello economico e sistemico che chiamiamo capitalismo, un sistema talmente penetrato nell’animo dei cittadini da diventare complemento naturale dell’avidità, del narcisismo e della pigrizia: elementi che di questo specifico sfruttamento sono palesemente complici.
Il tempo di un panino
È lecito domandarsi se davvero i clienti dei servizi di delivery non abbiano il tempo di scendere al bar sotto l’ufficio per farsi preparare un panino o riscaldare un piatto preconfezionato. Evidentemente sono così impegnati a generare profitti da non potersi allontanare un attimo dalla scrivania.
È altrettanto lecito chiedersi se chi sprofonda per ore davanti a uno schermo, nella propria casa, non possa trovare un quarto d’ora per cucinare due spaghetti o infilare una pizza nel forno; oppure, in alternativa, se non trovi la forza di spegnere l’amenicolo e uscire per consumare qualcosa fuori.
L’insieme di questi elementi — l’avidità del profitto, la pigrizia del consumatore, il narcisismo del razzista “piccolo piccolo” che fa galoppare gli schiavi per ottenere un servizio ridicolo — ha generato un modello diffuso di sfruttamento brutale. Un modello che non riconosce alcuna dignità a chi è sfruttato e ignora persino i danni, fisici e morali, che l’attività stessa comporta.
Pedala, schiavo!
Perché di razzismo si tratta, ed è inutile fingere il contrario. A suonare al citofono con la nostra cena non troviamo una bionda svedese in minigonna e pattini a rotelle, sorridente e comprensiva alle nostre esigenze, ma un povero cristo che ha attraversato continenti interi sperando in una possibilità di vita. E che invece si ritrova condannato a pedalare come un ciclista professionista per soddisfare le esigenze meschine di chi si crede potente solo perché un’app glielo consente.
Gente che meriterebbe l’esistenza di un Dio dantesco, capace di condannarla a un eterno congelamento con l’unica possibilità di riscaldarsi data dall’incendio dei propri averi.
La stessa gente che non esiterebbe a usare quegli schiavi come risciò umani, rinverdendo i peggiori modelli di colonialismo bianco. La stessa che non prova alcun orrore per abusi, violenze e atrocità che il potere continua ad affermare e che la cronaca, puntualmente, registra.
Gli Indifferenti, la Noia e Le 120 giornate
Sarà passato circa mezzo secolo — vado a memoria — dalla pubblicazione dei romanzi di Moravia (La noia, Gli indifferenti, Il conformista), e altrettanto dall’uscita del film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Il clima culturale è lo stesso, anzi: si è ulteriormente incancrenito, avviticchiandosi su se stesso come riflesso dell’esasperazione del modello capitalista.
La Noia si è impossessata dell’Occidente, generando un’indifferenza spietata e ostile, timorosa dell’altro e del diverso, ansiosa di dimostrare la propria superiorità attraverso l’ostentazione del potere, dell’economia, delle relazioni, del denaro. È l’indifferenza dei Conformisti: di quelli che, pur di sopravvivere, si adeguano a tutto, non vedono nulla e si nascondono una verità ormai manifesta.
Moravia e Pasolini avevano compreso perfettamente quale sarebbe stato il frutto dei semi gettati negli anni Sessanta da quell’entusiastico sviluppo economico e da quel nuovo modello culturale importato dall’altra sponda dell’Atlantico. Oggi ne osserviamo, appunto, i risultati.
Un rigurgito di totalitarismo, un ritorno della violenza diffusa, dell’aggressività esasperata, dello sfruttamento e della prevaricazione; della smania di controllo e del piacere dell’oppressione.
E intanto si finge che tutto sia normale, che l’Umanità sia davvero solo questo.
