Per la prima volta dall’esplosione delle nuove rivelazioni sui cosiddetti Epstein files, Kensington Palace rompe il muro del silenzio. In una nota breve ma carica di significato politico e simbolico, il principe William e la principessa Kate hanno espresso la loro “profonda preoccupazione” per le continue rivelazioni legate allo scandalo del finanziere americano Jeffrey Epstein, morto suicida in carcere nel 2019, e tornato prepotentemente al centro dell’attenzione internazionale con la pubblicazione di nuovi documenti negli Stati Uniti.
Il comunicato rappresenta la prima presa di posizione ufficiale dei principi di Galles su una vicenda che continua a minare la credibilità della famiglia reale britannica, soprattutto per il coinvolgimento diretto del principe Andrea, ex duca di York, ormai figura ingombrante e politicamente tossica per la Corona. Il suo nome, tuttavia, non compare mai nel testo diffuso da Kensington Palace: una scelta tutt’altro che casuale, che conferma la linea del massimo distanziamento formale, se non personale.
Il pensiero di William e Kate, si legge nella nota, è “rivolto alle vittime” dello scandalo. Un messaggio calibrato, che evita ogni riferimento esplicito ai legami tra Andrea ed Epstein, ma che allo stesso tempo riconosce la gravità delle rivelazioni e l’impatto umano della vicenda. Un equilibrio delicato, necessario per non alimentare ulteriori polemiche, ma anche per segnare una discontinuità rispetto al silenzio mantenuto finora dai vertici della monarchia.
Le nuove rivelazioni arrivano in un momento particolarmente sensibile per i Windsor. Gli imbarazzi legati al caso Epstein rischiano infatti di riverberarsi sugli impegni diplomatici di primo piano della Corona. Il principe William è impegnato in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman, mentre re Carlo III si prepara ad accogliere a Londra, il mese prossimo, il presidente della Nigeria per la prima visita di Stato di un leader nigeriano nel Regno Unito da ben 37 anni. Eventi che richiedono un’immagine istituzionale solida, oggi messa alla prova da una vicenda che continua a riemergere.
Fino a pochi giorni fa, i membri più in vista della famiglia reale avevano evitato commenti diretti sulle “rivelazioni vergognose” che hanno nuovamente travolto l’ex duca di York. A rompere per primo il silenzio era stato il principe Edoardo, che intervenendo al World Governments Summit di Dubai aveva ricordato come “sia necessario pensare alle vittime”, sottolineando che “sono state moltissime”. Un richiamo che ha aperto la strada alla presa di posizione, più istituzionale, di William e Kate.
La pressione dell’opinione pubblica resta però alta. Giovedì scorso re Carlo III è stato apertamente contestato durante una visita pubblica con la regina Camilla a Dedham, nell’Essex, proprio per il coinvolgimento del fratello Andrea nello scandalo. Segnale di un malcontento che non accenna a diminuire e che costringe la monarchia a scelte sempre più nette.
Trasferimento forzato
In questo clima, la decisione più significativa è arrivata la scorsa settimana: re Carlo ha imposto al fratello Andrea di lasciare il Royal Lodge, la storica residenza nei pressi del Castello di Windsor. Il trasferimento, annunciato già in ottobre ma inizialmente previsto per la fine dell’anno, è stato bruscamente accelerato. Un atto che molti osservatori hanno letto come una vera e propria mossa di contenimento del danno.
L’ex principe, che ha sempre negato qualsiasi illecito nei suoi rapporti con Epstein, vive ora nella tenuta reale di Sandringham, nell’est dell’Inghilterra. Temporaneamente risiede a Wood Farm Cottage, mentre la sua futura abitazione all’interno della tenuta è sottoposta a lavori di ristrutturazione. Un ridimensionamento evidente, non solo logistico ma anche simbolico, che conferma come per Andrea non ci sia più spazio nei ranghi visibili della monarchia.
Lo scandalo Epstein, insomma, continua a proiettare la sua ombra lunga sulla Corona. E la nota di William e Kate segna un passaggio chiave: la consapevolezza che il silenzio, ormai, non è più un’opzione.
