6 Ottobre 2026, martedì
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L’État c’est Trump

Dallo smantellamento dello Stato al sogno imperiale: la privatizzazione dell’America come ultima carta contro il declino

L’ANALISI

A cura di Gilberto Borzini

«L’État, c’est moi!» affermava Luigi XIV di Francia, e a quella visione assolutistica sembra oggi ispirarsi Donald Trump, preso da una frenesia politica che appare orientata a trasformare gli Stati Uniti in un Impero, sul cui trono possa sedere egli stesso, vita natural durante. Lo smantellamento delle istituzioni interne e lo svuotamento di ampie porzioni della burocrazia federale, giustificati dal pretesto, neppure troppo velato, del risparmio di risorse finanziarie, procedono di pari passo con l’aperta ostilità verso tutti gli organismi di controllo e di contrappeso politico, dalle magistrature statali alla Federal Reserve, colpevoli, secondo Trump, di ostacolare la linea presidenziale; ciò che può apparire come un ordinario scontro istituzionale cela invece un progetto ben più radicale, riconducibile all’idea di privatizzare lo Stato e le sue funzioni fondamentali. Con un debito pubblico che sfiora i 40 trilioni di dollari, oggi attestato poco oltre i 38 mila miliardi, e un indebitamento privato di entità analoga, gli Stati Uniti hanno l’urgenza di rastrellare risorse da un lato e comprimere la spesa dall’altro, e in questo quadro si colloca l’ispirazione trumpiana al modello di Javier Milei, il presidente argentino della “motosega”, reso celebre dal gesto simbolico di cancellare ministeri e costi pubblici gridando «¡Afuera!», nonostante i risultati della sua politica economica restino tutt’altro che brillanti, tanto che il Paese sopravvive anche grazie a un sostegno statunitense da 50 miliardi di dollari. È probabilmente in questa logica che si inserisce la smania di Trump di assicurarsi il controllo del maggior numero possibile di fonti energetiche, obbligando gli alleati ad acquistare dagli Stati Uniti, e in dollari, l’energia necessaria a sostenere i consumi crescenti imposti dallo sviluppo tecnologico, smentendo di fatto la narrazione secondo cui la sostenibilità energetica implicherebbe una riduzione dei consumi, quando invece essa presuppone un massiccio aumento della produzione a fronte di una domanda in continua espansione. Le condizioni critiche del bilancio federale pongono Trump in aperto conflitto con la Federal Reserve: il primo vorrebbe tassi di sconto prossimi allo zero per sostenere il debito e l’economia, la seconda è chiamata a contrastare inflazione e svalutazione del dollaro e non può permettersi tagli indiscriminati al costo del denaro; uno scontro che ha raggiunto livelli di tensione inediti proprio mentre il dollaro comincia a perdere non solo valore di scambio ma anche lo status di bene rifugio, a vantaggio dell’oro e persino dell’argento. La questione valutaria è ulteriormente aggravata dalle politiche economiche dei Paesi BRICS, che si dotano di canali finanziari e sistemi di pagamento alternativi, riducendo l’uso del dollaro negli scambi internazionali di materie prime ed energia, delineando uno scenario di estrema tensione in cui gli Stati Uniti sembrano giocare il tutto per tutto: o diventano Impero, gestendo risorse e mercati di nuove “colonie”, oppure rischiano un default che nessuno auspica ma che farebbe comunque comodo ai competitori strategici, a partire dalla Cina, impegnata da tempo a ridurre la propria esposizione ai titoli del debito americano. Per arginare l’emorragia finanziaria, l’amministrazione Trump ricorre sistematicamente alle privatizzazioni, come mostra la revisione della spesa sanitaria avviata dal Segretario alla Sanità Kennedy, che esclude i bambini dall’obbligatorietà vaccinale, e quindi dalla relativa spesa pubblica, demandando al sistema assicurativo privato la copertura delle vaccinazioni principali, mentre lo smantellamento del welfare si manifesta anche nell’azione brutale dell’ICE nella caccia a migranti e residenti irregolari, ciascuno dei quali è considerato un costo per il sistema. Nella visione trumpiana lo Stato non governa cittadini ma soggetti economici: chi produce più di quanto consuma può restare, chi rappresenta un peso è invitato ad andarsene, e in questa chiave si inseriscono persino le discutibili indicazioni nutrizionali promosse fin dalle scuole primarie da Kennedy, che suggeriscono diete ricche di grassi saturi e colesterolo, quasi a voler risolvere indirettamente il problema pensionistico riducendo l’aspettativa di vita delle fasce più deboli. Come in ogni grande privatizzazione emergono enormi opportunità di business per chi subentra allo Stato nella gestione dei servizi essenziali, e la stessa logica si riflette nel progetto del Board of Peace, una sorta di ONU privata con partecipazione a pagamento, presidenza ad libitum e gestione patrimoniale affidata a Trump, mentre gli Stati Uniti abbandonano un numero crescente di organizzazioni internazionali per sostituirle, all’occorrenza, con strutture parallele a impronta privatistica. L’impatto di questa trasformazione sul sistema politico globale e sulle relazioni internazionali è evidente, con una sequenza quotidiana di crisi che assume i contorni di un reality show geopolitico, aggravato dall’ipotesi, tutt’altro che remota, di un conflitto tra alleati sul suolo groenlandese, evento che segnerebbe la fine di quasi un secolo di relazioni euro-atlantiche. Se il confronto militare con gli Stati Uniti non è un’opzione percorribile per l’Unione Europea, esistono tuttavia margini di risposta sul piano economico e commerciale, come dimostrano gli accordi avviati dal Canada con India e Cina e le dichiarazioni di Macron sulla necessità di riaprire il dialogo con Russia e Cina, anche per contenere i danni economici subiti dalla Francia nelle ex colonie africane. Proseguire in un rapporto con Washington sempre più simile all’assoggettamento che all’alleanza non è più sostenibile per l’Unione Europea, pena una dissoluzione politica già avviata dalla guerra in Ucraina e aggravata dal sabotaggio del gasdotto Nord Stream, che garantiva all’industria europea energia a costi competitivi. In questo contesto, un modello di geografia economica fondato su un’area di scambio euroasiatica, dall’Atlantico al Pacifico passando per l’Oceano Indiano, potrebbe rivelarsi strutturalmente più solido e produttivo dell’attuale interscambio atlantico, favorendo anche l’accesso ai mercati africani e arabi in rapida crescita, mentre l’accordo UE-Mercosur rappresenta già oggi un’opportunità concreta per le imprese europee; all’interno di un simile blocco, tuttavia, lo Stato resterebbe soggetto di diritto pubblico, e chi immagina di privatizzarlo e di smantellare decenni di welfare costruiti in tempo di pace è cortesemente invitato a trasferirsi negli Stati Uniti.

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