Un pomeriggio di ordinaria vita accademica si è trasformato in un incubo alla Brown University di Providence, una delle istituzioni più prestigiose della Ivy League. Una sparatoria avvenuta all’interno del campus ha provocato la morte di due studenti e il ferimento di altre nove persone, gettando nel panico l’ateneo del Rhode Island e riaccendendo l’allarme sulla sicurezza nelle università americane.
L’attacco si è consumato nei pressi dell’edificio Barus & Holley, imponente struttura di sette piani che ospita la Facoltà di Ingegneria e il Dipartimento di Fisica. Un luogo centrale nella vita accademica: 117 laboratori, 150 uffici, 15 aule e 29 sale riunioni, frequentate quotidianamente da studenti e docenti. Sabato, in particolare, il campus era più affollato del solito: era il secondo giorno degli esami finali del semestre autunnale, l’ultima tappa prima del rientro a casa per le festività.
I primi colpi di arma da fuoco sono stati uditi a metà pomeriggio e hanno scatenato il caos. L’università ha immediatamente diramato un’allerta di massima emergenza, ordinando agli studenti di chiudersi a chiave, spegnere o silenziare i telefoni e rimanere nascosti fino a nuove comunicazioni. In un primo momento era stato annunciato anche l’arresto di un sospetto, informazione poi rapidamente smentita: la persona fermata non aveva alcun legame con la sparatoria.
Il presunto autore dell’attacco è tuttora in fuga. Gli investigatori parlano di un uomo vestito di nero e stanno passando al setaccio le immagini delle videocamere di sorveglianza del campus e delle strade adiacenti, nella speranza di identificarlo, come già avvenuto in casi analoghi. Le autorità hanno invitato non solo chi si trova all’interno dell’università, ma anche i residenti delle zone circostanti, a restare in casa e a mantenere la massima prudenza: il sospetto potrebbe essere ancora armato.
La confusione delle prime ore ha avuto ripercussioni anche sul piano politico e mediatico. Donald Trump, sul suo social Truth, aveva rilanciato la notizia — poi rivelatasi falsa — dell’arresto del responsabile, correggendosi in seguito. Dal presidente sono arrivate solo poche parole di circostanza (“che cosa terribile”) e un invito alla preghiera, senza alcun riferimento diretto al tema, sempre più controverso, della diffusione delle armi da fuoco negli Stati Uniti.
Intanto, mentre il campus restava in lockdown, gli studenti barricati negli edifici cercavano di rassicurare familiari e amici con messaggi e telefonate, raccontando in diretta ai network americani attimi di terrore, sirene, elicotteri e corridoi universitari trasformati in rifugi improvvisati. Paura e dolore si mescolano alla rabbia per l’ennesima tragedia, a soli tre mesi dalla sparatoria alla Utah Valley University, dove era stato ucciso l’attivista di destra Charles James Kirk.
Ancora una volta, un luogo simbolo del sapere e della formazione si è trasformato in teatro di violenza, lasciando dietro di sé vittime, interrogativi irrisolti e un Paese costretto a fare i conti con una ferita che continua a riaprirsi.
