6 Ottobre 2026, martedì
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Cappa: “La letteratura deve mordere. Se accarezza, non serve”

L’autore del nuovo romanzo CHEF – L’ombra dell’ultimo valzer. Il capitolo finale torna con un’intervista affilata come un coltello da macellaio: fra impegno sociale, riservatezza feroce e un protagonista che trasforma le sue vittime in piatti gourmet.

A cura di Cinzia Cattaneo

Ci sono autori che parlano attraverso i libri, e poi c’è Daniele Cappa, che nei libri ci entra con gli stivali sporchi, ribalta i tavoli, scardina le certezze e se ne va lasciando il lettore a chiedersi se sia ancora al sicuro. Riservatissimo nella vita, allergico alla banalità e notoriamente insofferente alle etichette, Cappa accetta di incontrarci in un raro faccia a faccia per parlare del capitolo finale del suo inquietante universo narrativo: Chef – L’ombra dell’ultimo valzer.

Dialogare con lui è un po’ come sedersi a tavola con qualcuno che ti sorride, ma non ti dice cosa c’è nel piatto: affascinante, destabilizzante, irresistibile. Ed è proprio con questo spirito che ci addentriamo nell’intervista che segue. Pronti? Aprite il vino: potrebbe servirvi.

Partiamo forte: perché un killer che cucina le sue vittime?

Perché avvelenare il lettore con l’ovvio non mi interessa. Volevo un personaggio che incarnasse il paradosso perfetto: estetica e atrocità che convivono nello stesso gesto. È disturbante? Sì. Ma la narrativa deve scuotere, non conciliare il sonno.

Il suo protagonista è considerato uno dei serial killer più inquietanti mai apparsi in un romanzo italiano. Ne va fiero?

Non direi fiero… direi soddisfatto. Significa che il personaggio funziona, che è credibile. Un killer che non inquieta è come un thriller senza tensione: superfluo.

Il secondo volume chiude la saga. È stato più difficile cominciare o finire?

Finire. Sempre. Le storie non vogliono essere chiuse. Loro tirano da una parte, tu dall’altra. E nel mezzo c’è il lettore che, giustamente, pretende un finale che non puzzi di compromesso.

CHEF è un romanzo nero, sanguigno, estremamente sensoriale. Qual è l’ingrediente narrativo segreto?

Il rispetto del lettore. Non gli mento mai. Non edulcoro, non addolcisco. Gli porto sul piatto la verità della storia — che è spesso scomoda, talvolta indigesta — ma sempre autentica.

Che gusto ha il male?

Dipende dalla cottura. Al sangue fa più effetto, ben cotto diventa noioso. Come certi romanzi che dovrebbero spaventare e invece fanno sbadigliare.

Se il killer potesse farle una domanda, quale sarebbe?

Mi chiederebbe probabilmente: “Perché mi hai reso così reale?”
Io gli risponderei: “Perché la finzione, quando è fatta bene, fa più paura della verità.”

Il suo protagonista serve carne umana ai clienti. Ora, sinceramente: come le è venuta in mente?

Colpa di una cena andata molto male (risata). Alcune persone meritano di diventare… ingrediente narrativo. Chiamiamolo sfogo creativo.

A proposito: il suo protagonista è uno spietato manipolatore che fa mangiare le sue vittime a persone ignare. Perché piace così tanto ai lettori?

Perché non mente. Lui è ciò che è, senza la maschera dell’ipocrisia. Non chiede scuse, non cerca giustificazioni. È l’antitesi perfetta del moralismo social contemporaneo.

Una domanda leggera: nella vita reale cosa le piace mangiare?

Sono una persona che ama la buona cucina. Pochi ingredienti, molta tecnica. La semplicità è un lusso. E soprattutto… niente che somigli al mio personaggio, grazie (risata).

C’è qualcosa del suo protagonista che la preoccupa? Se c’è…

L’intelligenza. Troppa logica applicata al male spaventa. Il lettore lo percepisce: non è il classico psicopatico caricaturale. È uno che ragiona — e la lucidità è sempre più inquietante della follia.

È consapevole che molti lettori tifano per il suo killer?

Lo so. Ed è un miracolo sociale: hanno trovato finalmente qualcuno più sincero di loro. Il mio killer non pretende di essere buono. E oggi l’onestà è quasi un atto rivoluzionario.

Molti lo definiscono “lo psicopatico più raffinato della narrativa italiana”. Si sente responsabile?

Responsabile sì. Colpevole no. Io l’ho solo scritto. È lui che esiste — fin troppo bene.

Nella vita reale però lei è riservatissimo. Contraddizione o strategia?

Riservatezza. Non sovraesporsi è l’ultimo vero atto anticonformista. Viviamo in un mondo dove tutti urlano. Io preferisco lavorare.

Lavora molto anche nel sociale, nella cultura internazionale, persino nella politica. Non la spaventa l’idea che qualcuno possa dire: “Ehi, collabora con noi… quello che scrive di cannibali”?

È già successo. Ho risposto: “Tranquilli, non cucino più nessuno da anni”.
La verità è semplice: un autore non è la sua creatura — e chi non capisce questa distinzione di solito non legge libri.

Se il suo protagonista potesse parlarle, cosa le direbbe?

Che ho esagerato. Che meritava un po’ più di gloria. E probabilmente mi suggerirebbe nuove ricette. Non lo ascolterei.

I suoi libri sono in esclusiva Amazon. Una scelta coraggiosa o una fuga dalle gerarchie editoriali?

Più la seconda. Il mondo editoriale a volte assomiglia alla sala d’attesa di un dentista: lenta, vecchia, e tutti cercano di non soffrire. Io voglio libertà, velocità e lettori veri. Amazon me li dà.

Una domanda personale, per far arrabbiare i suoi fan più discreti: nella sua cucina reale, cosa c’è nel freezer?

Ghiaccio. Verdure. E assolutamente nulla che possa finire in un romanzo.
Ci tengo a dormire tranquillo.

Se dovesse invitare a cena tre personaggi del suo libro, quali sceglierebbe?

Nessuno. Non porto il lavoro a casa. E soprattutto… non cucinerei per loro.

Non teme che dopo un killer così estremo i lettori si aspettino da lei solo mostri?

Temo solo la ripetizione. Se un autore scrive sempre lo stesso libro cambia mestiere: diventa fotocopiatrice. Io invece preferisco spiazzare. Sempre.

Ultima domanda: dopo questo capitolo finale… cosa dovremmo aspettarci da lei?

Qualcosa di completamente diverso. Un autore deve sorprendere se stesso prima ancora del suo pubblico. Altrimenti diventa prevedibile. E io odio la prevedibilità più della banalità.

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