Alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale dedicata alla giustizia, una nuova frattura si apre nel dibattito politico. A sollevarla è Luciano Vecchi, responsabile del Partito Democratico per gli italiani nel mondo, che accusa l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni di voler restringere drasticamente le modalità di voto per i connazionali residenti all’estero. Una scelta che, se confermata, metterebbe a rischio la partecipazione di milioni di cittadini e accenderebbe un contenzioso politico e istituzionale di vaste proporzioni.
Vecchi non usa perifrasi: parla di “pratiche degne dei regimi autoritari” e denuncia quello che ritiene un tentativo di condizionare l’esito della consultazione. Al centro della polemica, la possibilità che il governo opti per una sola modalità di voto oltre confine: la presenza fisica nei consolati. Una misura che, nelle parole dell’esponente dem, equivarrebbe a “impedire l’esercizio di un diritto costituzionale fondamentale” ai milioni di italiani che vivono nei cinque continenti, spesso a centinaia o migliaia di chilometri dalla sede consolare più vicina.
Per Vecchi, restringere il voto all’estero alla sola partecipazione in presenza non risponde ad alcuna esigenza di sicurezza o trasparenza del processo elettorale. Al contrario, finirebbe per escludere in maniera strutturale chi non ha la possibilità materiale di raggiungere un consolato, trasformando quella che dovrebbe essere una riforma in una forma di selezione preventiva del corpo elettorale.
Il dirigente democratico ricorda che esistono già proposte condivise e pronte all’uso. Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, massimo organo di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo, ha approvato all’unanimità lo scorso 19 giugno una serie di indicazioni operative pensate proprio per migliorare il sistema di voto oltre confine, garantendone sicurezza e partecipazione. “Sarebbe sufficiente adottare quelle misure”, insiste Vecchi, sottolineando come il governo, invece di recepire un lavoro unitario e tecnico, sembrerebbe orientato verso una soluzione che svilirebbe il ruolo delle comunità italiane nel mondo.
Il sospetto, secondo Vecchi, è che questa ipotesi risponda più a un calcolo politico che a un’esigenza amministrativa. “È un segnale di paura rispetto all’esito del referendum”, afferma, inserendo la vicenda in una cornice più ampia: un processo di progressivo ridimensionamento dei diritti di cittadinanza degli italiani all’estero. Una comunità che, ricorda, dovrebbe essere considerata “una risorsa fondamentale per il futuro del Paese”, non un segmento marginale o problematico.
Il PD chiede ora una smentita immediata da parte dell’esecutivo. L’obiettivo è evitare che la questione degeneri in un conflitto istituzionale o che si trasformi in un precedente pericoloso per il futuro delle consultazioni elettorali. Sullo sfondo, la posta in gioco resta alta: la capacità dell’Italia di garantire pienamente i diritti politici di tutti i suoi cittadini, ovunque essi vivano.
