6 Ottobre 2026, martedì
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Reporter senza frontiere: nel 2025 uccisi 67 giornalisti, quasi la metà a Gaza

Il bilancio annuale dell’organizzazione denuncia un anno di violenze crescenti: la maggioranza delle vittime muore in guerra o per mano della criminalità organizzata. Restano altissimi anche gli arresti e le sparizioni forzate.

Il conto è impietoso e, soprattutto, torna a crescere. Reporter senza frontiere, nel suo bilancio annuale relativo al periodo tra il primo dicembre 2024 e il primo dicembre 2025, registra l’uccisione di 67 giornalisti nel mondo. Un dato che conferma l’estrema fragilità della libertà di stampa a livello globale e accende i riflettori su un trend che non accenna a invertirsi.

Quasi la metà delle vittime, il 43 per cento, ha perso la vita nella Striscia di Gaza, dove i reporter – spesso gli unici a documentare gli effetti diretti dei bombardamenti e dei combattimenti – sono stati uccisi sotto il fuoco delle forze israeliane. È l’indicatore più drammatico di un anno segnato da conflitti ad alta intensità, in cui pratiche definite da RSF come criminali, sia da parte di forze armate regolari sia di gruppi non statali, hanno trasformato i giornalisti in bersagli. L’associazione lo ribadisce con una formula che non lascia spazio ad ambiguità: i giornalisti non muoiono, vengono uccisi.

Nel complesso, il 79 per cento dei reporter caduti – 53 persone – è stato vittima della guerra o della criminalità organizzata. L’elenco dei Paesi più colpiti conferma questa doppia matrice. Accanto ai teatri di conflitto, spicca il Messico, che nel 2025 registra il suo anno più mortale per la stampa degli ultimi tre. Un Paese dove raccontare il potere dei cartelli, denunciarne le collusioni o anche solo indagare sul territorio significa esporsi a un rischio quotidiano, in molti casi letale.

Il bilancio di RSF non si limita però alle vittime di omicidio. L’organizzazione segnala che nel mondo sono attualmente detenuti 503 giornalisti, spesso per aver svolto attività professionali considerate scomode dai rispettivi regimi. Una cifra che evidenzia come la libertà di informazione resti vulnerabile tanto nelle autocrazie consolidate quanto in Paesi formalmente democratici ma attraversati da crisi interne.

A un anno dalla caduta di Bashar al Assad, la Siria rimane il Paese con il più alto numero di giornalisti scomparsi. Molti di coloro che furono arrestati o catturati durante gli anni del regime risultano tuttora introvabili. Le famiglie continuano ad attendere notizie, mentre le organizzazioni internazionali chiedono da tempo l’apertura di canali ufficiali per accertarne il destino. Una ferita aperta che testimonia come la fine formale di un potere non coincida automaticamente con il ripristino della trasparenza e dei diritti fondamentali.

Il quadro delineato da Reporter senza frontiere racconta un 2025 segnato da minacce, repressioni, conflitti e sparizioni. E richiama l’attenzione della comunità internazionale su un principio che dovrebbe essere non negoziabile: la tutela di chi, spesso a costo della propria vita, garantisce il diritto universale all’informazione.

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